BUONGIORNO!

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Le rose, Teresa Zanetti, 2017

 

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
(Pablo Neruda)

BUONGIORNO!

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Clara Ravaglia 2017 – Una discesa nel Maelstrom

Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.

Nei nostri seminari chiamiamo ‘manomissione’ questa operazione di rottura e ricostruzione. La parola manomissione ha due significati, in apparenza molto diversi. Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione, violazione danneggiamento. Nel secondo, che discende direttamente dall’antico diritto romano (manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato), essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione.

La manomissione delle parole include entrambi questi significati. Noi facciamo a pezzi le parole (le manomettiamo nel senso di alterarle, violarle) e poi le rimontiamo (le manomettiamo nel senso di liberarle dai vincoli delle convenzioni verbali e dei non significati).

Solo dopo la manomissione, possiamo usare le nostre parole per raccontare storie”

Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole

 

BUONGIORNO!

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Nicola Marongiu, Cagliari – Porto Canale

Le immagini sono superfici significanti. Indicano, di solito, qualcosa situato nello spaziotempo “là fuori”, qualcosa che, essendo astrazioni (essendo riduzione delle quattro dimensioni spaziotemporali alle due della superficie piana), devono renderci rappresentabile. Chiameremo “immaginazione” questa specifica facoltà di astrarre superfici dallo spaziotempo per poi nuovamente proiettarle nello spaziotempo. L’immaginazione è il presupposto per la produzione e la decifrazione delle immagini. In altre parole è la facoltà di codificare i fenomeni in simboli bidimensionali e, quindi, di leggere questi simboli.

Il significato delle immagini si trova sulla superficie. Si può coglierlo con un solo colpo d’occhio -in tal caso però rimane superficiale. Se si vuole approfondire il significato, se si vogliono cioè ricostruire le dimensioni sottoposte all’astrazione, è necessario lasciar vagare lo sguardo sulla superficie. Chiameremo scanning questa operazione. Compiendola lo sguardo segue un percorso complesso, formato dalla struttura dell’immagine e dall’intenzione dell’osservatore. Il significato dell’immagine, così come rivelato dallo scanning, è dunque una sintesi di due intenzioni: quella che è intrinseca all’immagine e quella propria dell’osservatore. Con la conseguenza che le immagini non possono dirsi complessi simbolici “denotativi” (cioè univoci, come lo sono i numeri), ma “connotativi” (ossia plurivoci), in quanto lasciano spazio alle interpretazioni.

Lo sguardo che vaga sulla superficie delle immagini, coglie un elemento dopo l’altro, e produce relazioni temporali fra i vari elementi colti. Esso può tornare a un elemento dell’immagine che aveva già visto, così ciò che era “il prima” diventa “il poi”: il tempo ricostruito attraverso lo scanning è il tempo dell’eterno ritorno dell’uguale. Allo stesso tempo, però, lo sguardo produce relazioni significative fra gli elementi dell’immagine. Può sempre tornare a un elemento specifico dell’immagine e così elevarlo a portatore del significato dell’immagine. Ecco che allora nascono dei complessi semantici nei quali un elemento conferisce significato all’altro e da questo ottiene il proprio: lo spazio ricostruito attraverso lo scanning  è lo spazio del significato reciproco.

Questo spaziotempo proprio dell’immagine altro non è che il mondo della magia, un mondo in cui tutto si ripete e tutto partecipa di contesto significativo. E’ un mondo strutturalmente distinto dal mondo della linearità storica, nel quale ultimo nulla si ripete e tutto ha cause e avrà conseguenze. Ad esempio, nel mondo storico, l’alba è la causa del canto del gallo. Nel mondo magico, l’alba significa il canto del gallo. Il significato delle immagini è magico.

Vilém Flusser, Fuer eine Philosophie der Fotographie

 

BUONGIORNO!

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Preparazione del pane, Tacuinum sanitatis casanatensis (XIV secolo)

 

Amo le persone che fanno bene il proprio lavoro: qualunque esso sia, a qualunque cosa conduca, a prescindere dalla quantità di gente che godrà del loro impegno, della loro passione.

Amo il lavoratore coscienzioso perché migliora la vita di tutti: la sua, la mia. Lavorare bene è un modo per dare senso al tempo e per capire qualcosa (sempre troppo poco) di sé. Amo il fornaio, per esempio, il fornaio che sa come cuocere il pane, e che mi offre, per accompagnare il pasto, una pagnotta croccante se dev’essere croccante, morbida se dev’essere morbida. Amo il medico che non prescrive, pigro, ricette, senza neppure far accomodare il paziente; amo il medico che dice:

(Voce fuori scena) Si spogli, per favore.

Ma io a dire il vero avrei …

(Voce fuori scena) Le ho detto si spogli, per favore.

Mi serve solo una …

(Voce fuori scena) Si spogli, e si sdrai sul lettino.

E poi ti tiene lì mezz’ora, quel medico, a tastarti e misurarti, a farti fare prove sotto sforzo, ogni volta la stessa trafila, ogni volta una visita completa, anche se tu, a dire il vero, eri passato giusto per le medicine di tua madre e non per te – tu stai benissimo – e hai lasciato l’auto sulle strisce pedonali e quando sei uscito hai trovato la multa, tra vetro e tergicristallo; e una signora anziana che passeggiava con il cane ti ha persino detto che hanno fatto bene a dartela, la multa, che non c’è più decoro.

Fabio Geda, La bellezza nonostante

 

 

BUONGIORNO!

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Il mare è uno specchio perché riflette fedelmente la nostra immagine. In mare non vale la pena di fingere o salvare le apparenze. Finzione e millanteria sono spesso punite. Conrad parla dei suoi anni in mare come di ” quel genere di esperienza che insegna a poco a poco all’uomo a vedere e a sentire”. Dire che il mare riflette fedelmente la nostra immagine  e ci rivela a noi stessi equivale a dire che il rapporto tra Conrad e il mare è realistico e concreto, senza inutile romanticismo o idealismo. Per i terraioli, si sa, il mare è soprattutto uno spazio di sogno e di miti. E’ il simbolo quasi parodistico della libertà e della partenza verso esotici lidi. Per il marinaio esperto, invece, il mare è un luogo che più concreto di così non potrebbe essere, un luogo di lavoro dove l’errore di giudizio, la negligenza e la leggerezza hanno la loro immediata punizione. “La puntualità è la parola d’ordine”, scrive Conrad per la massima delusione dei romantici del mare. “L’incertezza che accompagna ogni sforzo artistico è assente da questa impresa regolamentata.”

Björn Larsson, Raccontare il mare