Unfitting fragments

Il 27 maggio 2014 ho ricevuto in dono per i miei 45 anni un iPhone.

Un prodigio della tecnologia, per me che arrivavo da un Motorola che, sebbene fosse di buona qualità, era pur sempre di vecchia concezione.

Con questo nuovo aggeggio tra le mani potevo fare qualcosa che per la prima volta davvero si avvicinava alla fotografia tradizionale (quella digitale fatta con la macchina fotografica).

Lo so che i puristi storceranno i loro augusti nasi, ma io non sono mai stata una talebana e so bene che, agli inizi del ‘900, la neonata Leica (la LEICA!!! quel monumento della storia della fotografia!) era stata liquidata dagli addetti ai lavori del tempo (vecchi barbogi ammuffiti che concepivano unicamente la fotografia fuoriuscita dal banco ottico) una “scatola di sardine” buona, al massimo, per immortalare qualche festicciola in famiglia.

Felice come un gatto con il gomitolo di lana, sono scesa in strada per “provare a fare qualche scatto”. La prima cosa che fotografai furono delle carte da gioco sparpagliate sul selciato vicino a un marciapiede. Frammenti anodini che avevano attirato la mia attenzione per il semplice fatto che non avrebbero dovuto trovarsi lì.

Ho preso così l’abitudine di registrare queste piccole stranezze ogni volta che mi imbattevo in una di loro.

Non so dire in quale momento poi ho iniziato a guardare con intenzione lungo i miei cammini, cercandole.

La serie è ancora aperta. Oggetti abbandonati, perduti, collocati da chissà chi e chissà perché dove non ci si aspetterebbe mai di vederli (un paio di mutande in un cimitero argentino, zeppe in puro stile hippy anni ’70 in un prato, una scopa di saggina in mezzo al bosco…). Unfitting fragments.

Linea 16

A Torino, all’8bis di Via Valperga, c’è un ristorante che non ti aspetti.

Perché è un piccolo posto, perché è pure un po’ nascosto, perché quasi è da carbonari, così fuori come si trova dal tradizionale itinerario (il centro, il Quadrilatero, Vanchiglia o San Salvario) del tempo libero e del dopolavoro torinesi.

Si chiama Linea16, come il tram che passa giusto là, ed è un locale intimo e semplice di quella semplicità fatta di distillazione che, per me, è la quintessenza dell’eleganza.

È un ristorante in cui i sapori giocano la danza degli ossimori, e in un’alcova croccante di rosmarino si consumano gli amplessi tra la dolcezza delle carote in puré e l’aroma deciso e secco della polvere di caffè. Le cappesante si crogiolano nel tepore di una zuppa di cannellini avvolgente e vellutata e le foglie di verza dei capunet, tratti dalla tradizione contadina piemontese, avvolgono amorevolmente lo stracotto di cinghiale con coccole bizzarre di cioccolato e chiodi di garofano.

E tutto questo trionfo di amorosi sensi culmina in un dolce tipico torinese, che è la panna cotta, delicata e soave e il cuoco la declina alle erbe aromatiche e accostandola alla crema di castagne e a una pioggia di nocciole di quella varietà tonda gentile che per noi è orgoglio nazionale.

In questo ristorante sono così ben immersi nella torinesità che ti coccolano davvero e stanno attenti che il cestino del pane e dei grissini non si svuoti e ti accolgono con un goloso benvenuto e in più, tra gli antipasti e la portata principale, fanno entrare in scena un intermezzo che, nel mio caso, si è concretizzato in crema di verza viola con fiocchetti di robiola e croccante di pane aromatizzato.

Di più c’è che ho annaffiato la mia cena con un Nebbiolo delle Langhe estratto dal cilindro magico di una carta dei vini decisamente all’altezza della situazione.

Innamorarsi di Torino

Torino è una città deliziosamente malandrina.

Nasconde, sotto un’apparenza austera, incontri sorprendenti.

Cortili di vegetazioni lussureggianti e artistici decori, appena un passo oltre funzionali ingressi carrai. Scaloni vorticosi di marmo e legno e ferro battuto, dietro facciate compostamente grigie …

È una città di opposti, di ossimori e incongruenze che sono tali solo a uno sguardo distratto cui, appena si abbia voglia di farlo un po’ più attento e profondo, svela la sua sostanza di affascinante signora, ironica e un po’ agée, ma non così tanto da aver smesso, per questo, di esser bella.

Una città in cui non ti puoi annoiare perché ad ogni angolo ti attende una sorpresa, se solo sai muoverti con quello spirito d’avventura delle cacce al tesoro di quando eri bambino. Un’etica da bambini, quella dell’avventuriero! Così mi ha illuminata un giorno un vecchio avvocato al quale voglio bene.

È la mia città e io la amo perdutamente proprio per questa sua anima dicotomica e continuamente cangiante che si esprime sin nei dettagli minimi. Dai negozi sfavillanti di luci del centro alle botteghe artigiane del Quadrilatero alle nascoste cucine dei piccoli e grandi ristoranti sparpagliati qua e là.

Premesso che non sono una blogger, né una influenZer, né tantomeno un critico enogastronomico. E non ho certo alcuna pretesa in tal senso. Sono semplicemente un’innamorata che riporta qui opinioni del tutto personali ad uso e consumo di chi ci vive e ciononostante la vive poco, di chi ci capita per sbaglio o ci viene per scelta, di chi ci passa qualche ora e sia alla ricerca di un’esperienza da Torinese.

TuriNoise

Non ho ben capito che cosa mi sta succedendo da quando sono rientrata dall’Argentina, certo è che ho la testa piena zeppa di idee.

Adesso, er esempio, mi è venuto in mente che posso aggiungere un’altra rubrica ancora, come se quelle che già ci sono non fossero sufficienti.

La chiamerò TuriNoise crasi di Turin e Noise (anche se anziché fondere due vocali, ho fuso due consonanti).

Che cosa ci metterò dentro? Direi qualche dritta per vivere la città a modo mio. Posti dove mi piace passeggiare, posti che mi piace fotografare, posti dove vado a mangiare, posti dove compro i vestiti … A modo mio.