Due studenti di ingegneria passeggiano per l’università quando uno dei due dice all’altro, ammirato: “Dove hai trovato quella bici?”.
Il secondo gli risponde: “In realtà, mentre passeggiavo, ieri, ed ero assorto nei miei pensieri, ho incontrato una bellissima ragazza in bici che si è fermata davanti a me, ha posato la bici in terra, si è spogliata completamente e mi ha detto ‘Prendi quello che vuoi’.”
Il primo annuisce e gli dice “Hai fatto bene, i vestiti ti sarebbero stati sicuramente troppo stretti”.
Gli Ingegneri non vivono, funzionano!, Federico Bellucci, 2010
Sono particolarmente legata a questo film perché è stato presentato al TFF, il Torino (che è poi la mia città) Film Festival. E lo so, a volte sono provincialmente campanilista.
Una mamma in cielo già da un po’. Un papà meraviglioso, che parla con lei usando una vecchia fotografia come telefonino. Uno zio professore di fisica che vive in Nevada, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Napoli. Questo l’universo di Anita, sedicenne troppo assennata per la sua età, e del piccolo Tito, ancora convinto della realtà dei sogni e della magia.
Poi anche il papà va via, perché la mamma lo ha chiamato. E i due piccoli vengono catapultati da quello zio speciale, che vive sì in Nevada, ma non certo a Las Vegas tra casinò, feste e donne bellissime. Nel deserto invece, e in solitudine (se si fa eccezione per Stella, la bella organizzatrice di matrimoni – “wedding planner” come piace dire oggi … – in stile film di fantascienza che gli porta la spesa e la posta), per seguire un segretissimo progetto governativo, alla ricerca degli alieni, che un generale intransigente vuole chiudere, perché non porta i risultati attesi.
E Tito si porta appresso anche la fotografia del papà, per parlare con lui, come con la mamma. L’ha staccata dalla lapide al cimitero….
Delicato e poetico. Profondo e leggero. Silente…
E pieno di vita, nonostante.
Il film (presentato al TFF 2018 – Torino Film Festival) è dedicato a Fausto Mesolella, autore della colonna sonora, scomparso durante le riprese.
Uroboro: Simbolo dell’eterno ritorno e del continuo rigenerarsi della vita, il Re Serpente o Uroboro è l’immagine che meglio definisce il concetto ciclico del tempo: il “Grande Anno” degli antichi. Secondo questa tradizione, il tempo cosmico si compie ogni volta che gli astri fanno ritorno al loro punto di partenza (…)
Come motivo iconografico il serpente che si morde la coda è stato utilizzato per rappresentare l’eternità e si trova spesso associato agli dei e agli emblemi che personificano il tempo. Il successo riscosso da questo simbolo nel Rinascimento italiano è collegato alla rinascita del paganesimo promossa dal neoplatonismo di Pico della Mirandola …
Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere la palla al volo.
C’è chi a Milano c’è nato, e per questo l’ama, e c’è chi ci è arrivato seguendo una delle tante occasioni che la vita ti mette davanti. Ma non per questo l’ama di meno.
E’ una città difficile da apprezzare se non la guardi attraverso gli occhi di un innamorato. Per me che venivo da una città di mare, una città abbracciata dalle colline aspre e il cui cielo era spazzato regolarmente dalla bora, trovarmi in una metropoli dove il cielo azzurro è un evento, dove il panorama è occultato dai profili delle case, dove per sentire il profumo di iodio devi andare nell’area relax di una palestra … è stato uno shock. Che è durato fino a quando, una sera tardi, in compagnia di un amico, siamo andati in una birreria.
Corro perché mia mamma mi picchia, Giovanni Storti – Franz Rossi, 2013