BUONGIORNO!

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Laguna Beach, Louise Dahl-Wolf, 1940

 

Ma non c’è solo la vilegiante misteriosa, e altre più alla mano ed emiliane del piano di sotto, c’è il cinema all’aperto e il ballo, in quella villa; dentro ci sono bagni che sono bagni, mia cessi, col vater con la catena e manopola per tirar l’acqua (anche se non c’è l’acqua corénte che a Pàvana non c’è) e una sala bòna con spechi (mobili genovesi?), una bambola vestita da figlio della lupa e un’oleografia con Colombo che saluta prima della partenza per scoprire l’America. Vasi da fiori di bossolo di canone, e reclame a grandezza naturale della Ferrania, marca di pelìcole, perché Gigi fa anche il fotografo, e se vuoi la fototèssera o il nozze o quelo che vuoi è lui, che devi chiamare …

Francesco Guccini, Cròniche epafàniche

Mi è stato regalato per i miei vent’anni e mi ha sempre colpito il fatto che Guccini lo abbia dedicato a sua figlia con queste parole “A Teresa, sperando che impari”

 

 

BUONGIORNO!

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Alberto Sordi, Un Americano a Roma, Steno, 1954

 

Oggi la tecnologia, il lungo periodo di pace, l’industria alimentare hanno apportato grossi cambiamenti nell’alimentazione. Sono mutati i canonici momenti destinati al pranzo, al contempo sono stati drasticamente ridotti quelli dedicati alla preparazione dei piatti, nel rispetto del binomio sapore-salute: stare molto in macchina, vivere nello stress e nell’inquinamento infatti non può certo aiutare un’elaborata digestione e lo smaltimento delle calorie.

Mangiare, comunque, è per l’uomo una necessità e farlo nella migliore delle maniere non è certo un concetto superato.

Germana Militerni, Aglio e Fravaglio

 

BUONGIORNO!

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Sugimoto Hiroshi, Theaters

 

Lo studio concreto di un ambito fotografico preciso impedisce di parlare de “la fotografia” e impone, al contrario, di riconoscere una diversità di pratiche e di oggetti fotografici che, salvo sacrificarne il tratto distintivo e quello dell’ambito stesso, non possono essere ridotti al termine generico e astratto di “fotografia”. La scoperta dello storico si riunisce così a quella del semiologo. I teorici non sono i soli a parlare de “la fotografia“: i fotografi stessi, professionisti o dilettanti che siano, e anche i pubblicitari, per le loro campagne promozionali di apparecchi o pellicole fotografici, propongono o riprendono concezioni della fotografia che si fregiano della definizione di  “la fotografia“. Il ruolo dello storico, del semiologo, così come quello del sociologo è proprio quello di rivelarne la diversità, di comprenderne le logiche, di precisare la natura delle loro differenze. Da parte nostra, i loro studi ci spronano a ritrovarvi, sotto traccia, un’assiologia* già presente in altri discorsi. E’, in effetti, come se l’insieme di tutte queste pratiche potesse organizzarsi a partire dalla contrapposizione tra la concezione della fotografia intesa come ancella di scienze e arti e quella di una fotografia considerata come un’arte a se stante, le cui produzioni hanno in se stesse il loro scopo. Ma questa contrapposizione è vecchia come il discorso stesso sulla fotografia!

Jean-Marie Floch, Les formes de l’empreinte, Pierre Fanlac ed., 1986 (traduzione mia)

*Assiologia: in filosofia “dottrina dei valori”, ossia ogni teoria che consideri quanto nel mondo è o ha valore e per tale aspetto si distingue di quanto invece è mera realtà di fatto.

 

Perché fotografo

 

Come tutti quelli che provano piacere nell’accostare un congegno all’occhio, inquadrare all’interno di un mirino e premere un pulsante, anch’io per anni mi sono chiesta perché fotografo.

Ci sono quelli che “la mia fotografia intende essenzialmente regalare un’emozione … , trasferire ad altri l’emozione che provo davanti a un tramonto (nelle sue varianti di: davanti a un bimbo dagli occhioni stupiti-un gattino spaventato-il deserto-l’oceano-la campagnainautunno-ilcielodinottetrapuntodistelle …)”.

C’è chi, invece, lo fa (e non lo ammetterebbe mai) per sentirsi dire “WOW! Questa fotografia spacca!!! E’ davvero pazzesca!!!”.

Ci sono poi quelli che “Fotografo per dare sfogo al mio bisogno d’arte” e quelli che “perché mi piace”, ma poi non sanno dire in che cosa consista questo mi piace.

Insomma, nulla di tutto questo corrisponde a quel che vado cercando e anzi, non mi interessa per niente. Infatti basta osservare le mie fotografie per rendersene immediatamente conto: escludo nella maniera più assoluta che possano suscitare una qualche seppur minima “emozione” o che esprimano un senso artistico. Sicuramente nessuno oserebbe dire che “Spaccano!”. E nemmeno “WOW”, a pensarci bene …

John Szarkowsky, il direttore del dipartimento di fotografia del MoMA dal 1962 al 1991, cioè il Dio della Fotografia per circa trent’anni, distingueva tra chi faceva fotografie come specchi e chi invece come finestre. Specchi erano quelli che fotografavano per esprimere se stessi, raccontare una parte di sé. Alle finestre, invece, apparteneva chi, attraverso le proprie fotografie, raccontava il mondo esterno in cui si imbatteva.

Dal momento che lui (Szarkowsky, intendo) era Lui e poteva permetterselo, inseriva del tutto arbitrariamente, in un barattolo o nell’altro i fotografi che gli si presentavano. Così giudicava Diane Arbus certamente finestra. Anche se, a guardare oggi il suo lavoro, appare palese come quelle finestre fossero irrimediabilmente rivolte verso di sé, così diventando inesorabile specchio delle sue inquietudini.

Per molto tempo, dopo aver saputo di questa distinzione, ho pensato che fosse sacrosanta e mi sono di volta in volta sentita specchio o finestra, a seconda del momento della mia vita in cui mi trovavo. Ma a riguardare dopo anni le mie fotografie, con quel distacco che solo il passare del tempo, che affievolisce l’affetto che abbiamo per il nostro lavoro non appena l’abbiamo prodotto, ci sa dare, mi sono resa conto che ogni immagine è contemporaneamente finestra e specchio, perché sono io ad affacciarmi sul mondo e a decidere che cosa trovo degno di essere fermato in immagine e che cosa no e come: che cosa escludere dalla scena che ho davanti, a che punto tagliare, quale prospettiva … così facendo racconto di me, dei miei gusti, delle mie inclinazioni …

Poi mi sono imbattuta in una frase di Winogrand: “fotografo per vedere come appaiono le cose una volta fotografate”.

Ecco.

Ho avuto un’illuminazione.

Questa è precisamente la ragione per cui fotografo! E non ci avevo mai pensato prima. E’ dovuto arrivare qualcuno dal passato remoto a mettermi un dito nell’occhio. Qualcuno che evidentemente, però, ha ancora molto da dire anche oggi.

Mi interessa ritrovare il dettaglio che, a livello consapevole, mi era sfuggito al momento della ripresa. Cercare di capire se è proprio la sua presenza ad avermi inconsciamente indotto allo scatto. Mi piace ri-scoprire l’immagine, sapendo che le cose erano così come mi si presentano stampate su quel rettangolo di carta, solo in quel determinato momento in cui il mio dito si è abbassato sul pulsante e dopo sono cambiate, lasciando però la loro impronta sulla mia pellicola (o, oggi che uso il digitale, sul sensore).

Perché la fotografia non restituisce mai realmente ciò che mi si para innanzi, è sempre un’interpretazione, perché ne inquadro necessariamente solo una porzione, e lo faccio alla luce della mia sensibilità, del mio gusto (così come si è formato nel tempo, attraverso le letture, l’osservazione dei e nei luoghi, l’analisi delle fotografie altrui), del mio stato d’animo del momento …

Ciò che faccio entrare nella composizione e ciò che ne lascio fuori determinano un risultato finale che inevitabilmente mi sorprende. Guardare attraverso il mirino è ben diverso dal vedere il lavoro una volta stampato. E quando accade, mi scopro a chiedermi “perché?”, che è la domanda più bella che ci si possa porre.

BUONGIORNO!

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Cabbage leaf, Edward Weston, 1931

Sempre, quando le parole “arte” e “artistico” vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questi termini. Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni. La maggior parte dei fotografi vanno ancora alla ricerca dell’effetto “artistico”, imitando altri mezzi di espressione grafica. Il risultato è un prodotto ibrido che non riesce a dare al loro lavoro le caratteristiche più valide che dovrebbe avere: la qualità fotografica. Negli anni recenti si è molto discusso se la fotografia possa o non possa essere un lavoro artistico comparabile alle altre creazioni plastiche. Naturalmente ci sono molte opinioni diverse. Ci sono quelli che accettano veramente la fotografia come mezzo d’espressione alla pari con qualsiasi altro, e altri che continuano a guardare in modo miope al ventesimo secolo con gli occhi del diciottesimo, incapaci di accettare le manifestazioni della nostra civiltà meccanica. Ma per noi che usiamo la macchina fotografica come uno strumento, proprio come il pittore usa il pennello, queste diverse opinioni non hanno importanza.

Noi abbiamo l’approvazione di coloro che riconoscono i meriti della fotografia nei suoi aspetti multipli e l’accettano come il più eloquente,il più diretto mezzo per fissare, per registrare l’epoca presente. Sapere se la fotografia sia o non sia arte importa poco. Ciò che è importante è distinguere tra buona e cattiva fotografia. Per buona si intende quel tipo di fotografia che accetta tutte le limitazioni inerenti la tecnica fotografica e usa al meglio le possibilità e caratteristiche che il medium offre. Per cattiva fotografia si intende ciò che è fatto, si potrebbe dire, con una specie di complesso d’inferiorità, senza apprezzare ciò che la fotografia in se stessa offre, ma al contrario ricorrendo ad ogni sorta di imitazioni. Le fotografie realizzate in questo modo danno l’impressione che l’autore quasi si vergogni di fotografare la realtà, cercando quasi di nascondere l’essenza fotografica stessa della sua opera, con trucchi e falsificazioni che può apprezzare soltanto chi possiede un gusto deviato. La fotografia, proprio perché può essere prodotta solo nel presente e perché si basa su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina fotografica, rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento. Se a questo si aggiungono sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un’idea chiara sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico, credo che il risultato sia qualcosa che merita un posto nella produzione sociale, a cui tutti noi dovremmo contribuire.

Tina Modotti, Sobre la fotografia, in Mexican Folkways, ottobre-dicembre 1929