2 aprile 1982 – 2 aprile 2022

Malvinas o Falkland?

Ricordo ancora la prof. di storia e geografia entrare in classe e porre questa domanda a trentadue (tanti eravamo, alla faccia delle classi pollaio!) ragazzini tra i dodici e i tredici anni.

Argentina o Regno Unito?

Chi ha ragione? Chi ha torto?

Sapete chi è Galtieri?

E nessuno che dia una risposta.

Io al mattino il giornale radio lo avevo ascoltato, come tutte le mattine, mentre facevo colazione. Il babbo voleva così. E pure che leggessi il quotidiano.

Devi sapere in che mondo vivi.

Giusto.

E avevo sentito questa cosa dell’Argentina che aveva dichiarato guerra al Regno Unito, perché rivoleva le Malvinas ed era sbarcata con l’esercito su quelle isole sperdute nel bel mezzo dell’Atlantico, nel gelo antartico …

Che succede papà?

Succede, ranocchietta, che Galtieri ha torto su tutto, ma su una cosa ha ragione al cento per cento: le Malvinas sono Argentina, perché lo dice la geografia. E lo dice pure la storia.

E per questo faranno una guerra?

Sì, ranocchietta, per questo fanno una guerra. Ma è una guerra persa in partenza, perché gli Argentini hanno un esercito di ragazzini poco più grandi di te, mal addestrati e armati alla porcogiuda (il babbo era un soldato e certe parole le usava, anche in mia presenza, anche se alla mamma dava fastidio), mentre gli Inglesi (diceva così il babbo: “gli Inglesi” non “i Britannici”) hanno un esercito di professionisti, ben addestrato e equipaggiato.

Ma quindi gli Argentini anche se hanno ragione, non hanno speranze, babbo! Perché l’hanno fatto? Perché hanno dichiarato guerra se non potranno mai vincerla? Perché mandano i ragazzini a combattere?

Avevo le lacrime agli occhi (come ogni volta che so di un’ingiustizia). Ero scandalizzata, indignata. Già l’assurdità della guerra ai miei occhi era una cosa enorme, ma in più non potevo pensare che ancora una volta i vecchi se ne stessero in panciolle a fare i loro piani mentre ragazzini poco più grandi di me andassero a farsi massacrare al fronte.

La prof. di storia e geografia aspetta una risposta e io sono troppo timida per dire qualcosa, anche se qualcosa, in effetti, la so.

Infine conclude:

Benissimo. Oggi è venerdì, avete sabato e domenica per informarvi. Lunedì compito in classe.

Cavallero fa per dire qualcosa, vorrebbe protestare per non farci rovinare il fine settimana. Ma la prof. non alza nemmeno lo sguardo dal registro e lo previene, come se gli avesse letto nel cervello.

Cavallero, non ti azzardare. Lunedì compito in classe. Non si discute.

Sabato pomeriggio c’è il catechismo per la preparazione alla cresima. Anche lì si parla della guerra. La suora ci spiega che gli Argentini sono cattivi perché hanno dichiarato guerra agli Inglesi. Ma io non sono così sicura di quello che dice la suora. Mi rifiuto di pensare che gli Argentini siano cattivi, perché la storia e la geografia e anche le consuetudini di diritto internazionale (ma soprattutto il babbo) dicono che le Malvinas appartengono a loro. Mi rifiuto di pensare che gli Argentini siano cattivi, perché in guerra ci stanno andando ragazzini poco più grandi di me. Il babbo mi ha raccontato una cosa diversa. Io credo al babbo. Ma non dico nulla.

La suora invita ognuno di noi a pensare a un soldato inglese e a pregare per lui, perché Dio lo protegga e torni a casa sano e salvo.

Io però faccio di testa mia. Se Dio esiste (cosa che il babbo nega perché lui è ateo) non si arrabbierà di certo se lo pregherò per due soldati, uno inglese, come vuole la suora, e l’altro argentino, come mi dice la mia testa (pensa con la tua testa, magari sbagli, ma almeno hai fatto da sola, non come le pecore).

Così prego per tutta la durata della guerra (pochi giorni in realtà e per fortuna, a giugno è già tutto finito, e le previsioni del babbo si sono rivelate esatte) per due soldati e alla fine spero che nessuno dei due sia tra quei novecento che non sono tornati a casa.

Poi passano quarant’anni e uno che la guerra delle Malvinas l’ha fatta lo conosco davvero.

E mi racconta che erano in quattro nella sua postazione: il capitano, l’unico militare di professione; lui che era studente di legge, e l’avevano fatto sergente solo per l’età e gli studi, e poi due soldati semplici, due ragazzi di diciotto anni che arrivavano dalla campagna.

E sapevano tutti che era un’impresa senza speranza, ma ci erano andati comunque, senza retorica, senza superbia, senza arroganza.

Solo perché lo chiedeva il loro Paese.

E avevano una paura fottuta, su quell’isola sperduta in mezzo all’Atlantico, perché le bombe erano vere, i proiettili erano veri e loro erano solo quattro scalzacani, con il freddo dell’autunno inoltrato e l’ordine di sparare fino all’ultima munizione e poi che facessero pure quello che volevano.

Mentre davanti a loro c’era l’esercito inglese, ben addestrato e ben armato.

E poi avevano sparato anche l’ultimo colpo. Avevano gonfiato un canotto che gli era stato dato sin dall’inizio e si erano messi in mare. E avevano solo sperato che finisse tutto il più in fretta possibile. Senza nemmeno pensare a quale significato dare a quella speranza che tutto finisse. Purché finisse.

E poi li aveva recuperati un peschereccio norvegese.

E la cosa che ancora ricordava come se fosse appena successa era l’allegria (assurda ai loro occhi e del tutto fuori posto) del giovanottone biondo che li aveva tirati in barca e aveva esclamato “war is over, boys!”.

E nessuno di loro si sentiva più un ragazzo. E nulla da lì in poi sarebbe più stato come prima.

E poi, mentre mi racconta, si mette a piangere. Un omone enorme, di sessant’anni suonati, con le mani enormi e le guance rigate di sale, e gli occhi smarriti come un bambino.

E io penso che mi piacerebbe che sia lui il soldato argentino su cui sono ricadute le mie preghiere ribelli. E che non c’è proprio nulla che mi impedisca di crederlo.