AL CINEMA! I segreti di Wind River

I segreti di Wind River, Taylor Sheridan, 2017

 

I visi pallidi, ai Nativi Americani, hanno tolto tutto, relegandoli nelle riserve, tranne il silenzio e la neve.

Corey è un cacciatore di professione. Ha un figlio di otto anni. Una ex moglie nativa americana. Dee suoceri che lo amano come un figlio. E una figlia morta in circostanze misteriose.

Cacciando un puma (ma sono tre), che fa strage di vitelli nella riserva indiana dove vivono i suoi suoceri, si imbatte nel cadavere della figlia del suo più caro amico.

La ragazza ha i piedi congelati e giace nella pozza del sangue che ha perso dal naso e dalla bocca. Succede quando a meno trenta, in mezzo a una bufera di neve, corri per chilometri: l’aria gelida di ghiaccia gli alveoli polmonari, che si spaccano e sanguinano. E anneghi.

A risolvere il caso viene mandata una giovane e inesperta agente federale che, a poco a poco, impara a conoscere una realtà, quella della frontiera desolata, che non solo è nascosta, ma della quale capisce piuttosto in fretta che non interessa a nessuno.

E davanti a una porta chiusa, nel nulla assoluto, capisce tutta la tragica storia che l’ha condotta sino a lì.

La neve e il silenzio delle montagne del Wyoming vengono per un attimo turbati da una violenta sparatoria, al termine della quale riprenderanno a regnare sovrani. Come se nulla fosse mai accaduto.

Se un appunto si può fare al film di Sheridan (che chiude dopo Sicario e Hell or high Water la trilogia che il regista e sceneggiatore dedica al tema della moderna frontiera americana) è quello di essere, a tratti, un po’ troppo enfatico, almeno agli occhi di un’Europea di mezza età quale io sono. O forse è il trovarsi di fronte alla forza degli elementi a rendere enfatici.

Un buon film, in ogni caso.

BUONGIORNO!

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Alberto Sordi, Un Americano a Roma, Steno, 1954

 

Oggi la tecnologia, il lungo periodo di pace, l’industria alimentare hanno apportato grossi cambiamenti nell’alimentazione. Sono mutati i canonici momenti destinati al pranzo, al contempo sono stati drasticamente ridotti quelli dedicati alla preparazione dei piatti, nel rispetto del binomio sapore-salute: stare molto in macchina, vivere nello stress e nell’inquinamento infatti non può certo aiutare un’elaborata digestione e lo smaltimento delle calorie.

Mangiare, comunque, è per l’uomo una necessità e farlo nella migliore delle maniere non è certo un concetto superato.

Germana Militerni, Aglio e Fravaglio

 

BUONGIORNO!

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Calla Lily, Robert Mapplethorpe, 1977

 

Quella era la vertigine, come quando si cade senza fine nei sogni e non c’è cosa a cui tenersi, se non proprio ciò che dà il capogiro. Le cellule che si trasformano tutte in nervose e poi tattili, in qualunque parte del corpo si trovino, e diventano affamate e assetate e cercano senza voler guardare quello che le sazierà.

Divoravo e ingoiavo linfa, immersa in un mondo di erba e vegetazione selvatica e calda, e più inghiottivo, più cercavo quei succhi perché la sete chiamava la sete.

Tokyo Love, Silvia Accorrà

 

BUONGIORNO!

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Teresa Zanetti, 2015

 

Era chiaro, dal modo familiare con cui aveva parlato al capostazione la sera prima, e dal modo in cui indossava “i calzoni da montagna”, che era nativa del paese delle nevi, ma il vivace disegno del suo obi, che si intravedeva sopra i calzoni, rendeva le ruvide strisce rosso brune di questi ultimi fresche e allegre e, per la stessa ragione, le lunghe maniche del suo kimono di lana avevano una certa grazia voluttuosa. I calzoni, con lo spacco proprio sotto il ginocchio, si gonfiavano sui suoi fianchi e il pesante cotone, pur nella sua naturale rigidezza, era in certo qual modo flessibile e delicato.

Kawabata Yasunari, Il paese delle nevi

 

BUONGIORNO!

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Sugimoto Hiroshi, Theaters

 

Lo studio concreto di un ambito fotografico preciso impedisce di parlare de “la fotografia” e impone, al contrario, di riconoscere una diversità di pratiche e di oggetti fotografici che, salvo sacrificarne il tratto distintivo e quello dell’ambito stesso, non possono essere ridotti al termine generico e astratto di “fotografia”. La scoperta dello storico si riunisce così a quella del semiologo. I teorici non sono i soli a parlare de “la fotografia“: i fotografi stessi, professionisti o dilettanti che siano, e anche i pubblicitari, per le loro campagne promozionali di apparecchi o pellicole fotografici, propongono o riprendono concezioni della fotografia che si fregiano della definizione di  “la fotografia“. Il ruolo dello storico, del semiologo, così come quello del sociologo è proprio quello di rivelarne la diversità, di comprenderne le logiche, di precisare la natura delle loro differenze. Da parte nostra, i loro studi ci spronano a ritrovarvi, sotto traccia, un’assiologia* già presente in altri discorsi. E’, in effetti, come se l’insieme di tutte queste pratiche potesse organizzarsi a partire dalla contrapposizione tra la concezione della fotografia intesa come ancella di scienze e arti e quella di una fotografia considerata come un’arte a se stante, le cui produzioni hanno in se stesse il loro scopo. Ma questa contrapposizione è vecchia come il discorso stesso sulla fotografia!

Jean-Marie Floch, Les formes de l’empreinte, Pierre Fanlac ed., 1986 (traduzione mia)

*Assiologia: in filosofia “dottrina dei valori”, ossia ogni teoria che consideri quanto nel mondo è o ha valore e per tale aspetto si distingue di quanto invece è mera realtà di fatto.