AL CINEMA! Gloria Bell di Sebastiàn Lelio

Gloria Bell, Sebastiàn Lelio, 2018

Gli uomini, tutti gli uomini, escono pesantemente ammaccati dal confronto con questa donna che, alla soglia dei sessanta, ama la vita senza riserve, anche se rischia di diventare cieca, ha qualche peluzzo da estirpare sul mento e qualche tristezza da menopausa.

L’ex marito irrisolto che ancora la rimpiange nonostante i dodici anni trascorsi dal divorzio voluto da lui.

Il figlio, neo padre, che si dibatte tra la voglia di chiederle aiuto e quella di fare tutto da solo, dal momento che la mamma del piccolo è a meditare nel deserto e lui non ha la più pallida idea di quando tornerà.

L’amante (un grandioso John Turturro) a suo dire neo-divorziato, ma ancora impastoiato nella vecchia famiglia, tanto da far sospettare che il divorzio non sia reale.

Tutti bambini mai cresciuti, come purtroppo molti uomini anche nella vita reale …

E Gloria (una strepitosa Julianne Moore, bellissima – è del 1960 e nessuno lo direbbe) “surfa“, complice una colonna sonora tutta di brani disco music anni Settanta, sulle onde della vita, radiosa, leggera e vibrante, consapevole di essere una donna che non ha più nulla da dimostrare al mondo: lavora e si mantiene da sola da sempre, è una figlia ottimista e positiva, una madre coraggiosa (che sa quando è il momento di lasciar volare i piccoli che piccoli non sono più e non ne fa un dramma), una nonna fantastica, un’amica sensibile e presente al momento giusto.

Sebastiàn Lelio ci regala un remake, a distanza di sei anni, di un suo stesso film, in cui rivisita col gusto di oggi temi sempre attuali.

 

 

Al cinema!

Domani è un altro giorno, Simone Spada, 2019

 

Se non fosse che è straziante, si potrebbe anche ridere.

Simone Spada dirige Giallini e Mastandrea con grazia e garbo, in una ballata dolceamara verso la morte, che non puzza di buonismo e sentimentalismi inutili.

Tommaso e Giuliano sono amici da sempre.

Uno, ormai da trent’anni, vive e lavora in Canada. L’altro è rimasto a Roma dove fa l’attore di TV prestato al teatro ed è malato di cancro. E non vuole più curarsi.

Tommaso lascia lavoro e famiglia per quattro giorni per stare con l’amico e provare a dissuaderlo dal suo proposito e a riprendere le cure.

In quei quattro giorni parlano, ridono, ricordano, si arrabbiano contro la sorte, piangono anche. Finché Tommaso capisce le ragioni di Giuliano.

 

Al cinema!

Can you ever forgive me?, Marie Heller 2018

Lee è una giornalista spocchiosa, maleducata, grassa, decisamente antipatica, vive in una stamberga piena di mosche, con l’unica compagnia di un gatto malato che espleta le sue funzioni biologiche sotto il letto della padrona.

Come se non bastasse, ha il mito di Hemingway e degli scrittori ad alto tasso alcolico …

Dopo aver scritto, con successo di critica e pubblico, le biografie di alcuni attori del passato, l’ultima è un fiasco clamoroso, la sua agente la rinnega e Lee finisce col perdere anche il lavoro al giornale.

Disperata e senza soldi inizia a scrivere false lettere di scrittori e attori del passato ed è così brava che le rivende ai collezionisti. Ad aiutarla a piazzarle l’unico amico che le è rimasto: un vagabondo omosessuale innamorato della vita e inguaribilmente ottimista.

Finché non li beccano e si beccano 5 anni.

Ma l’esperienza le serve per riprendere a scrivere: il genere è sempre la biografia, questa volta la propria.

Ed è un successo clamoroso.

Da cui è tratto il film.

Melissa McCarthy assai brava. Coraggiosamente trasformata in una grassa e basta, col bellissimo viso stravolto da un trucco impietoso.

Richard Grant è la quintessenza dell’Inglese dandy.

Al cinema!

Prendiamo un bellissimo di Hollywood. Magari di origini scandinave (attenti all’accento!). Facciamogli mettere su una trentina di chili e … Diciamogli di interpretare un Italiano a Brooklyn sul principio degli anni ’60 (del Novecento). Una di quelle facce da schiaffi. Uno che per sbarcare il lunario fa l’autista della nettezza urbana, il buttafuori nei locali notturni gestiti da altri Italiani a Brooklyn, lo scaricatore al mercato … Una canaglia, insomma, ma sveglio, di buon cuore e sempre pronto a toglierti le castagne dal fuoco, quando ce n’è bisogno.

Prendiamo poi un musicista coltissimo, raffinatissimo, ricchissimo che ha bisogno di un autista che lo accompagni lungo una tournée di otto settimane da ottobre alla vigilia di Natale. Dimenticavo di dire che il musicista è nero (cioè “negro”, perché siamo ancora negli anni ’60, del Novecento, in America).

Prendiamo, da ultimo, l’America profonda. Quegli Stati Uniti del Sud, dal Missouri all’Alabama,senza dimenticare la Louisiana, in cui essere neri negli anni ’60 del Novecento era ancora una sfida. In cui la segregazione razziale era una realtà quotidiana. In cui era impensabile che un nero fosse ricco, colto e raffinato e per di più avesse un autista bianco.

Ecco. Gli ingredienti ci sono tutti. Quindi agitateli (non mescolateli!) on the road, a bordo di una Cadillac verde acqua, in un viaggio coraggioso alla ricerca ognuno di se stesso e del proprio posto nel mondo.

E soprattutto non fatevi sfuggire questo film bello, intelligente e divertente, che fa ridere il cervello e non la pancia.

AL CINEMA!

Il Corriere – The Mule, Clint Eastwood, 2018

 

E’ un fatto che al cinema, di questi ultimi tempi, i vecchietti arzilli e anche un po’ canaglie spopolano. Da Donald Sutherland amabilmente svanito in giro sul suo Leisure Seeker insieme alla deliziosa Hellen Mirren, a Robert Redford, ancora sexy a ottanta suonati … fino a un fuoriclasse come Clint Eastwood che si regala la regia e il ruolo principale di questo bellissimo, divertente e intelligente The Mule (il Corriere).

Earl ha fatto la guerra, è politicamente scorretto e chiama negri i negri. E quando gli fanno notare che loro non sono “negri” ma “neri”, così come lui è “bianco”, ha pure il coraggio di ribattere con un mezzo sorriso e la fronte corrugata “non è vero!”. E poi si dice anche contento di poter dar loro una mano! Risponde al “grazie, vecchio” di un gruppo di motocicliste lesbiche dicendo “Prego, lesbiche!”. Dimentica il matrimonio della figlia. Non ha grandi rapporti con la moglie che, infatti, in breve diventa “ex moglie” e quando si trova alle strette perché gli pignorano la casa ha la faccia tosta di presentarsi alla festa di fidanzamento della nipote facendole credere di esserci andato perché lo desiderava e non perché non sapeva più dove andare.

Eppure è adorabile.

E insospettabile.

Tanto che, proprio alla festa della nipote, conosce un ragazzo che, vistolo male in arnese e sentito che si vantava di non aver mai preso una multa in vita sua (pur avendo percorso centinaia di migliaia di miglia e coperto quarantuno Stati), gli fa un’offerta che non può rifiutare: guidare per conto di certi amici suoi in cambio di denaro. Molto denaro.

E Earl non se lo fa dire due volte.

Peccato che quegli amici facciano parte di un cartello messicano della droga e lui debba guidare per trasportare quintali di coca da una parte all’altra degli USA.

Sulle sue tracce un ambizioso poliziotto finito a Chicago con il solo obiettivo di andarsene quanto prima. E per farlo deve escogitare qualcosa di clamoroso.

Sullo sfondo scorre l’America. Quella profonda, vista in decine di film, fatta di motel tutti uguali, stazioni di servizio Chevron e lunghe strade che solcano il nulla di campi e cieli infiniti. Quella immortalata da Eggleston e Shore, per intenderci, quella delle immagini blues di Soth …

A noi non resta che chiederci come diavolo faccia un novantenne ad essere ancora quell’uomo dagli occhi di ghiaccio che abbiamo imparato a conoscere coi film di Sergio Leone.

La colonna sonora è una delle più belle e azzeccate mai sentite.