Al cinema!

Can you ever forgive me?, Marie Heller 2018

Lee è una giornalista spocchiosa, maleducata, grassa, decisamente antipatica, vive in una stamberga piena di mosche, con l’unica compagnia di un gatto malato che espleta le sue funzioni biologiche sotto il letto della padrona.

Come se non bastasse, ha il mito di Hemingway e degli scrittori ad alto tasso alcolico …

Dopo aver scritto, con successo di critica e pubblico, le biografie di alcuni attori del passato, l’ultima è un fiasco clamoroso, la sua agente la rinnega e Lee finisce col perdere anche il lavoro al giornale.

Disperata e senza soldi inizia a scrivere false lettere di scrittori e attori del passato ed è così brava che le rivende ai collezionisti. Ad aiutarla a piazzarle l’unico amico che le è rimasto: un vagabondo omosessuale innamorato della vita e inguaribilmente ottimista.

Finché non li beccano e si beccano 5 anni.

Ma l’esperienza le serve per riprendere a scrivere: il genere è sempre la biografia, questa volta la propria.

Ed è un successo clamoroso.

Da cui è tratto il film.

Melissa McCarthy assai brava. Coraggiosamente trasformata in una grassa e basta, col bellissimo viso stravolto da un trucco impietoso.

Richard Grant è la quintessenza dell’Inglese dandy.

Al cinema!

Prendiamo un bellissimo di Hollywood. Magari di origini scandinave (attenti all’accento!). Facciamogli mettere su una trentina di chili e … Diciamogli di interpretare un Italiano a Brooklyn sul principio degli anni ’60 (del Novecento). Una di quelle facce da schiaffi. Uno che per sbarcare il lunario fa l’autista della nettezza urbana, il buttafuori nei locali notturni gestiti da altri Italiani a Brooklyn, lo scaricatore al mercato … Una canaglia, insomma, ma sveglio, di buon cuore e sempre pronto a toglierti le castagne dal fuoco, quando ce n’è bisogno.

Prendiamo poi un musicista coltissimo, raffinatissimo, ricchissimo che ha bisogno di un autista che lo accompagni lungo una tournée di otto settimane da ottobre alla vigilia di Natale. Dimenticavo di dire che il musicista è nero (cioè “negro”, perché siamo ancora negli anni ’60, del Novecento, in America).

Prendiamo, da ultimo, l’America profonda. Quegli Stati Uniti del Sud, dal Missouri all’Alabama,senza dimenticare la Louisiana, in cui essere neri negli anni ’60 del Novecento era ancora una sfida. In cui la segregazione razziale era una realtà quotidiana. In cui era impensabile che un nero fosse ricco, colto e raffinato e per di più avesse un autista bianco.

Ecco. Gli ingredienti ci sono tutti. Quindi agitateli (non mescolateli!) on the road, a bordo di una Cadillac verde acqua, in un viaggio coraggioso alla ricerca ognuno di se stesso e del proprio posto nel mondo.

E soprattutto non fatevi sfuggire questo film bello, intelligente e divertente, che fa ridere il cervello e non la pancia.

AL CINEMA!

Il Corriere – The Mule, Clint Eastwood, 2018

 

E’ un fatto che al cinema, di questi ultimi tempi, i vecchietti arzilli e anche un po’ canaglie spopolano. Da Donald Sutherland amabilmente svanito in giro sul suo Leisure Seeker insieme alla deliziosa Hellen Mirren, a Robert Redford, ancora sexy a ottanta suonati … fino a un fuoriclasse come Clint Eastwood che si regala la regia e il ruolo principale di questo bellissimo, divertente e intelligente The Mule (il Corriere).

Earl ha fatto la guerra, è politicamente scorretto e chiama negri i negri. E quando gli fanno notare che loro non sono “negri” ma “neri”, così come lui è “bianco”, ha pure il coraggio di ribattere con un mezzo sorriso e la fronte corrugata “non è vero!”. E poi si dice anche contento di poter dar loro una mano! Risponde al “grazie, vecchio” di un gruppo di motocicliste lesbiche dicendo “Prego, lesbiche!”. Dimentica il matrimonio della figlia. Non ha grandi rapporti con la moglie che, infatti, in breve diventa “ex moglie” e quando si trova alle strette perché gli pignorano la casa ha la faccia tosta di presentarsi alla festa di fidanzamento della nipote facendole credere di esserci andato perché lo desiderava e non perché non sapeva più dove andare.

Eppure è adorabile.

E insospettabile.

Tanto che, proprio alla festa della nipote, conosce un ragazzo che, vistolo male in arnese e sentito che si vantava di non aver mai preso una multa in vita sua (pur avendo percorso centinaia di migliaia di miglia e coperto quarantuno Stati), gli fa un’offerta che non può rifiutare: guidare per conto di certi amici suoi in cambio di denaro. Molto denaro.

E Earl non se lo fa dire due volte.

Peccato che quegli amici facciano parte di un cartello messicano della droga e lui debba guidare per trasportare quintali di coca da una parte all’altra degli USA.

Sulle sue tracce un ambizioso poliziotto finito a Chicago con il solo obiettivo di andarsene quanto prima. E per farlo deve escogitare qualcosa di clamoroso.

Sullo sfondo scorre l’America. Quella profonda, vista in decine di film, fatta di motel tutti uguali, stazioni di servizio Chevron e lunghe strade che solcano il nulla di campi e cieli infiniti. Quella immortalata da Eggleston e Shore, per intenderci, quella delle immagini blues di Soth …

A noi non resta che chiederci come diavolo faccia un novantenne ad essere ancora quell’uomo dagli occhi di ghiaccio che abbiamo imparato a conoscere coi film di Sergio Leone.

La colonna sonora è una delle più belle e azzeccate mai sentite.

 

AL CINEMA!

The Favourite, Yorgos Lanthimos, 2018

Con Yorgos Lanthimos, regista metafisico, surreale, nichilista …, avevo un credito triennale: dopo la visione di The Lobster (con mio figlio allora quindicenne che gridava alla violenza su minore e minacciava di chiamare il telefono azzurro per averlo portato in sala con me) avevo maturato un’avversione profonda per quel suo modo così sottile e inquietante di essere violento. Sicché all’uscita de Il sacrificio del cervo sacro avevo passato la mano.

Ieri sera mio marito mi propone La Favorita. Ero stanca (una giornata di corse tra lavoro, figlio, spesa settimanale, mamma ottantenne che non si rassegna a far la nonnina tranquilla …), così non ho nemmeno guardato chi fosse il regista, quali fossero gli attori … nemmeno un pensiero alla trama. Ho detto ‘va bene’ e sperato che fosse un film abbastanza intelligente e profondo da tenermi sveglia (da sempre detesto i film di cassetta che mi fanno inesorabilmente dormire).

Quando all’ingresso del cinema ho letto sulla locandina il nome di Lanthimos e subito appresso quello di Emma Stone (una delle attrici più insulse dell’intero panorama, non solo di quest’ultimo ventennio, ma della storia del cinema) mi è venuto da piangere.

Invece …

Anna è vecchia, dispotica, sola, disperata, bulimica, lesbica.

Sarah è bella, volitiva, intelligente, appassionata.

Abigail è graziosa, timida, ingenua.

Forse …

Attraverso le storie intrecciate delle tre donne che ne furono attrici (la regina Anna Stuart, Lady Sarah Churchill Marlbourough e Lady Abigail Hill Masham), il racconto della lotta per la successione al trono di Inghilterra (con quello che si è portata appresso: la fine degli Stuart, l’ascesa dei Tory, la resistenza dei Whig) che diventa pretesto per aprirci gli occhi sulla reale vita di palazzo in cui, tra intrighi, cattiverie, abomini inimmaginabili, non ci si può mai fidare di nessuno perché mai nessuno è quello che sembra.

Bella la fotografia, con un uso mai visto e assolutamente spregiudicato del fish-eye; fantastica la colonna sonora (un colpo di tamburo e un’arcata di violino, alternati, ritmano ossessivamente – arrivando a creare un senso di assoluto fastidio nello spettatore – i passaggi più lugubri); gli attori tutti perfettamente in parte (anche la Stone, mi duole ammetterlo).

Cinico, ironico, divertito.

Direi che Lanthimos ha saldato il debito.

AL CINEMA! Tito e gli Alieni

Tito e gli alieni, Paola Randi, 2017

Sono particolarmente legata a questo film perché è stato presentato al TFF, il Torino (che è poi la mia città) Film Festival. E lo so, a volte sono provincialmente campanilista.

Una mamma in cielo già da un po’. Un papà meraviglioso, che parla con lei usando una vecchia fotografia come telefonino. Uno zio professore di fisica che vive in Nevada, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Napoli. Questo l’universo di Anita, sedicenne troppo assennata per la sua età, e del piccolo Tito, ancora convinto della realtà dei sogni e della magia.

Poi anche il papà va via, perché la mamma lo ha chiamato. E i due piccoli vengono catapultati da quello zio speciale, che vive sì in Nevada, ma non certo a Las Vegas tra casinò, feste e donne bellissime. Nel deserto invece, e in solitudine (se si fa eccezione per Stella, la bella organizzatrice di matrimoni – “wedding planner” come piace dire oggi … in stile film di fantascienza che gli porta la spesa e la posta), per seguire un segretissimo progetto governativo, alla ricerca degli alieni, che un generale intransigente vuole chiudere, perché non porta i risultati attesi.

E Tito si porta appresso anche la fotografia del papà, per parlare con lui, come con la mamma. L’ha staccata dalla lapide al cimitero….

Delicato e poetico. Profondo e leggero. Silente…

E pieno di vita, nonostante.

Il film (presentato al TFF 2018 – Torino Film Festival) è dedicato a Fausto Mesolella, autore della colonna sonora, scomparso durante le riprese.