Al cinema! Maria ALCHE e Benjamin NAISHTAT, PUAN.

Marcelo insegna da anni Filosofia all’università di Buenos Aires. Un programma rodato e senza scossoni o voli pindarici, come la sua vita tranquilla di signore imborghesito, in cui non succede mai nulla di particolare. La morte improvvisa del vecchio professore, sotto la cui ala è cresciuto e rimasto, gli sconvolge ogni certezza. A contendergli la cattedra cui sembrava naturalmente destinato arriva Rafael compagno di studi e eterno rivale che ha fatto fortuna in Europa. Ma i piani di tutti saranno mandati all’aria dai tagli all’istruzione universitaria pubblica imposti da Milei.

Una commedia dolceamara sul cambiamento e il senso di restare fedeli a sé stessi.

Un film che mi ha emozionata, forse anche perché, per me che ho vissuto a Buenos Aires uno dei periodi più luminosi della mia vita, ritrovare quei luoghi amati, risentire la dolce cantilena di quella variante dello Spagnolo che si chiama Castellano Rioplatense, riascoltare il voseo e sentir dire “che” è stato un tuffo nella bellezza.

Il seme del fico sacro

Il seme del fico sacro, Mohammad Rasoulof (168′)
Con Soheila Molestani, Missagh Zareh, Mahsa Rostami, Setareh Malehi

Che cosa succede alle due figliole (una universitaria e l’altra liceale) di una bella famiglia borghese quando vengono a scoprire che la dorata serenità in cui vivono poggia sul lavoro di ubbidiente funzionario di una dittatura sanguinaria di papà?

Come si sgretolano le convinzioni di una moglie devota quando si trova costretta a scegliere tra il marito e le sue figlie?

Quanto è necessario non farsi troppe domande e convincersi di fare ciò che ci chiede dio per continuare a firmare condanne a morte per chi si sospetta essere innocente?

Tutte le contraddizioni della società iraniana, che in realtà possono essere riferite a qualunque società, vengono messe a nudo impietosamente, mentre alla televisione scorrono le bugie del regime e nelle strade esplode la rivolta.

Un film da vedere, per capire.

Une histoire d’amour et de désir

Leyla Bouzid, Une histoire d’amour et de désir, 2021

Farah è una giovane tunisina di buona famiglia, ed è a Parigi per frequentare, alla Sorbona, i corsi di letteratura araba e francese.

Ahmed è il figlio di emigrati algerini. Vive, come molti “zemigrés” (contrazione di les émigrés, termine con cui vengono indicati gli emigrati nordafricani), nella banlieue parigina e, grazie a una borsa di studio conseguita per merito negli studi, è alla Sorbona per frequentare i corsi di letteratura araba e francese.

Non è tanto importante il fatto che i due si innamorino e che lui sia vergine e lei no (ammesso che nel 2020 questo termine abbia, e a quanto pare ancora ne ha, un significato). O meglio, è importante, ma solo in quanto pretesto per parlare di differenze culturali tra ricchi nordafricani che mandano i figli a studiare in Francia e poveri nordafricani emigrati in Francia i cui figli si ritrovano strapiantati perché non sono e non si sentono Francesi e allo stesso tempo non conoscono la cultura da cui provengono.

Frequentando Farah e il corso universitario, Ahmed si rende conto che tutto ciò che sa dell’Islam si riduce a quanto gli è stato raccontato – o inculcato – da imam senza scrupoli e spesso ignoranti.

Intorno ai due fluttua tanta umanità: la famiglia di Ahmed, con un papà scrittore di successo in patria e depresso nullafacente in esilio e una madre che si arrabatta con i lavori più umili per sbarcare il lunario e una sorella ribelle che gli causa problemi di reputazione; gli amici del giovane (alcuni invidiosi, altri orgogliosi della possibilità di studiare che si è guadagnato); i compagni dell’università …

La fortuna di essere Torinese e di vivere in questa città affascinante, poliedrica eppure schiva consiste, tra l’altro, nella possibilità non solo di vedere al cinema i film in lingua originale, ma anche di avere la regista in sala per poter discutere con lei.

E Bouzid, in un bel cineforum al sapore di liceo, ci ha raccontato dell’accoglienza molto positiva riservata al suo film nelle sale del Nord Africa e del Medioriente (è stato distribuito SENZA CENSURE anche negli Emirati Arabi!), di quanto la “gente normale” senta il bisogno di affrontare questi argomenti (non solo quello della sessualità in una cultura sessuofoba, ma ancora di più quello della mistificazione della cultura).

À plein temps

Eric Gravel, À plein temps, 2021

Mi sono concessa (grazie a marito e figlio che mi assecondano e si rassegnano a leggere sottotitoli non sempre a caratteri cubitali) una serie di film in lingua originale, tutti imperniati su donne forti.

Come la Anaïs di Les amours d’Anaïs anche Julie corre: corre la corsa a ostacoli dal mattino molto presto alla sera molto tardi, della donna e madre che lavora, ma corre molto di più di quanto si possa immaginare perché lavora come addetta alle camere in un hotel cinque stelle in centro a Parigi e però vive nella seconda cintura della grande città (oltre la banlieue, in quasi campagna) ed è divorziata, con due figli a carico e i conti da far quadrare e la scuola che chiude molto prima che lei riesca a rincasare dal lavoro e le baby sitter che costano e una vicina gentile che le guarda i piccoli e però comincia a essere un po’ anziana e a volte perde qualche colpo … e un ex marito ectoplasmatico che non paga gli alimenti, non trascorre mai coi figli (che sono anche suoi ma sembra dimenticarlo troppo facilmente) i giorni prestabiliti e compare in tutto il film solo come messaggio whatsapp o come voce registrata della sua segreteria telefonica, che avverte che “al momento non sono in città …”.

Julie corre e spera anche di trovare un lavoro più adatto alle sue competenze e capacità. Perché (e questo dovrebbe farci meditare) Julie è laureata e ha un master e parla tre lingue e, essendo donna, quando l’azienda per la quale lavorava ha deciso per un taglio del personale, è stata tra le prime a esserne colpite.

Il tutto scandito da una musica angosciante.

Les amours d’Anaïs

Les amours d’Anaïs, Charline Bourgeois-Tacquet, 2021

Corre, Anaïs, corre sempre. Su e giù per le scale, anche fino al ventesimo piano se ce n’è bisogno, perché lei è claustrofobica. Per strada, perché spesso la sua bicicletta si rompe. Nella vita, perché lei la vita la prende a morsi e la mangia tutta.

E gli altri faticano a stare al suo passo.

È un tornado, Anaïs, e come tale entra nelle vite degli altri, le scompiglia e poi riparte. Finché conosce Emilie. Che potrebbe essere sua madre. E invece si innamorano.

Una storia meravigliosa, in cui gli uomini fanno un po’ la figura dei bambinetti sperduti, piagnucolosi e incapaci di prendere in mano le proprie vite (infatti a mio marito non è piaciuto per niente).