Licorice pizza

Licorice pizza, Paul Thomas Anderson, 2021

Un cast a dir poco eccezionale (Bradley Cooper, Sean Penn, Tom Waits, George di Caprio …) per un film poco più che carino ma che ha il pregio indiscutibile di tracciare un quadro dell’aria che tirava nell’America profonda negli anni Settanta.

Gary Valentine è un quindicenne (molto intraprendente) che si innamora della venticinquenne (piuttosto confusa e molto ebrea) Alana Kane.

Le schermaglie amorose dei due con sullo sfondo la stravaganza e la vera e propria pazzia americane.

La fotografia è meravigliosa, la colonna sonora è un gioiello, la presenza di tutti i grandi che regalano preziosi cameo di se stessi interpretando altri grandi … è praticamente perfetta (proprio come Mary Poppins), il tributo al cinema è chiaramente dettato da profondo amore ma … non mi ha convinta del tutto. Un po’ come quelle ragazze di cui i maschi, parlandone tra loro, dicono “sì, è intelligente … sì, sì, è simpatica … certo è interessante … ma …”.

Ecco, un po’ così.
Una curiosità: la famiglia Kane, composta dai genitori e dalle due sorelle maggiori di Alana, è la vera famiglia di Alana Haim, l’attrice che la interpreta. Al cinema, l’agnizione (un po’ come quella di Mastroianni Marcello e Chiara in “Tre vite e una sola morte”) fa sempre un po’ effetto.

Parigi tutto in una notte

Catherine Corsini, 2022

Questo è un film intelligente in cui si parla con leggerezza (che non significa superficialità) di argomenti seri e tutt’altro che leggeri.

Una coppia lesbica si sta per separare ma arriva una caduta per strada di una delle due donne a devastarle il gomito (e lei fa la disegnatrice …) e a cambiare tutte le prospettive.

Raphäelle (una Valeria Bruni Tedeschi a dir poco fantastica) viene portata in ambulanza al pronto soccorso di un ospedale pubblico proprio nel momento in cui per le strade di Parigi si sta scatenando la guerriglia urbana tra i gilet jaunes che rivendicano migliori condizioni (di lavoro, di salute, di vita … i Francesi hanno ben chiara la differenza tra sudditi e cittadini cosa che, ad esempio, a noi Italiani ancora sfugge) e la polizia. Quella notte in ospedale le garantisce un punto di vista privilegiato sulla vita non solo propria ma anche di chi le sta intorno e non condivide la sua stessa condizione sociale.

Nel pronto soccorso al collasso, (tra carenze varie – di personale medico e paramedico, di medicinali, di barelle, di garze e chi più ne ha più ne metta – e ricoveri sempre più incalzanti di “ammalati comuni” e di feriti negli scontri di piazza) si intrecciano le vite dei personaggi che ricordano la commedia umana raccontata da Balzac.

Flee

Jonas Poher Rasmussen, 2022

Poetico cartone animato inframmezzato da quelle che in linguaggio giornalistico si chiamano “immagini di repertorio”.

Flee (fuga ma anche rifugiato, ma anche scappare, ma anche … e quindi bene han fatto a non tradurre – questa cosa delle traduzioni mi sta sempre più ossessionando) racconta la storia di Amin piccolo profugo afghano a conoscenza della propria omosessualità sin dalla più tenera infanzia.

Storia di un diverso tra i diversi, insomma, ammesso che questo termine abbia un significato in un mondo di soggetti (cioè di individui sempre unici – cosa che, almeno a me, pare un bene).

Non c’è pietismo. Non ci sono lacrimucce facili. Non c’è condanna. Mentre ben potrebbero esserci tutti e anche altri.

C’è solo il racconto dei fatti così come li ricorda il protagonista. E allo spettatore di giudicarli.

Il ritratto del duca

Roger Michell, 2020

Un film piacevole e garbato che, con divertito affetto, traccia un affresco della piccolissima borghesia inglese degli anni Sessanta del Novecento, tra istanze di normalità e la voglia di cambiamento e riscatto insieme al vento di una società più giusta.

E non crediamo che i conservatori siano i ricchi e i più poveri vogliano tutti essere progressisti.

Forse questa pellicola rappresenta la più precisa descrizione di che cosa significhi essere famas e cronopios, non tanto secondo Cortázar che li inventò, quanto secondo Calvino (Italo) che li studiò.

Kurdbun (Essere Curdo)

Fariborz Kamkari, 2020

I Curdi sono un popolo senza terra, quaranta milioni di persone che non possono riconoscersi nazione perché prive di un suolo cui ritenersi appartenenti. All’indomani della sconfitta dell’Impero Ottomano fu promessa loro una terra ma nei primi anni ’20 del ‘900 questa promessa non fu mantenuta. Da allora, smistati su territori diversi, i Curdi vivono come minoranza etnica in Turchia, Iran, Iraq, Siria. Ciononostante cercano di rivendicare la propria identità e di tenere vive le loro radici, la loro lingua, la loro religione … Cosa che diventa sempre più difficile man mano che il tempo passa e ai giovani non si riconosce il diritto di studiare nella propria lingua, a scuola.

La riflessione su che cosa significhi “essere Curdo” prende le mosse dall’assedio di Cizre ad opera dell’esercito Turco, nel 2016, volto proprio a colpire una volta di più la notoria resilienza curda, per aver osato vincere le elezioni ed entrare nel parlamento di Ankara.

Un’occasione unica per riflettere su un dramma silenzioso