Al cinema! Il Traditore. Marco Bellocchio

Il Traditore, Marco Bellocchio, 2019

Dovremmo vederlo tutti, questo spaccato della nostra storia. Per ricordarci bene di come e cosa eravamo in quegli anni. E di quanto poco siamo cambiati.

Bellocchio con il pretesto di raccontarci la storia di Tommaso Buscetta, riflette sull’italianità. Quel concentrato di fantasia, arte di arrangiarsi, cattiva politica, religione superstiziosa, senso dell’onore e sensi di colpa, grandi gesti e capacità di additare gli errori e gli orrori altrui, insieme alla cecità assoluta nel riconoscerli quando, invece, sono i nostri, ricerca di scorciatoie per “arrivare”, amore per la bellezza, pigra indolenza …

Tutti quei “vizi e virtù”, indifferentemente pubblici e privati, che ci fanno riconoscere agli occhi del mondo come Italiani.

Favino ha saputo trasformarsi nell’icona stessa di Buscetta, quella che a tutti viene in mente pensando al Boss dei due mondi, di un uomo appesantito e stanco, ma allo stesso tempo ritto e fiero, perennemente nascosto dietro agli occhiali da sole.

Da quel fine conoscitore della materia, Bellocchio usa senza imbarazzi tutti gli stratagemmi del cinema, dall’irruzione inaspettata del flashback all’unione dissonante di immagini e colonna sonora.

Strazianti le scene della tortura inframmezzate da lunghe riprese sulla sfavillante bellezza della foresta amazzonica, col sottofondo delle note struggenti di quel capolavoro di Amaral che è Historia de un Amor.

Geniale il meccanismo “contamorti” che segna inesorabile le vite sacrificate alla guerra tra Palermitani e Corleonesi.

La scena iniziale contiene una bella riflessione per tutti gli appassionati di fotografia. Il consesso riunito durante le celebrazioni di Santa Rosalia, nella villa di Stefano Bontade, per sancire la pace tra Palermitani e Corleonesi, si conclude, come ogni festa che si rispetti, con la foto di gruppo. Ognuno in posa davanti all’obiettivo, a celebrar se stesso, assumendo l’aspetto di ciò che vorrebbe essere o quantomeno sembrare. Una fotografia che sarà poi prova processuale di amicizie e connivenze. La vanità umana (come già quella dei comunardi sulle barricate parigine) viene sempre punita.

 

Al cinema! Dolor y gloria. Pedro Almodóvar

Dolor y Gloria, Pedro Almodóvar, 2019

Salvador è un regista in crisi: depresso e fissato, trascorre le sue giornate fra medicinali per ogni genere di malattia e le opere d’arte di cui la sua casa museo straripa, unici compagni in grado di dargli sollievo dal male di vivere.

Le celebrazioni per l’anniversario dell’uscita del suo più celebre (e da lui rinnegato) film sono l’occasione per cercare di mettere nuovamente il naso fuori di casa e riallacciare quei rapporti umani

Quanto ci sia di Almodóvar in questo dolore che è fisico, ma nasce dall’anima, e in questa gloria che è amata e rifuggita a un tempo, è presto detto: tutto.

Con coraggio, una parola che deriva da cuore, non dimentichiamolo, e leggerezza e con l’ironia sottile che pervade ogni suo lavoro, il regista si racconta. L’omosessualità, l’ipocondria, la dipendenza dai farmaci, la depressione, il difficile rapporto con il successo, la morte mai superata della madre …

Ogni cosa è messa sul piatto, con delicatezza, senza sentimentalismi, né autocommiserazione, in questa danza delle cose perdute, dall’infanzia povera ma felice, alla creatività inarrestabile, passando per l’amore della vita.

Il cerchio si chiude quando finalmente Salvador ritrova se stesso bambino in un acquerello dipinto da un giovane imbianchino cui aveva insegnato a leggere e a scrivere.

Con Julieta Serrano e Penelope Cruz, le sue due attrici-musa, a fargli da madre e Antonio Banderas, fedelissimo alter ego, cui affidare il proprio sentire senza timore di venir frainteso. E in sottofondo la voce cristallina di mina a far da colonna sonora.

 

 

 

Al cinema! L’uomo che comprò la luna di Paolo Zucca

L’uomo che comprò la luna, Paolo Zucca, 2018

Ironico (sardonico?), onirico, poetico, stravagante, folle, divertente, straziante, visionario …

Un omaggio d’amore alla Sardegna.

E più ancora alla “Sarditas”. Quel concentrato di ruvidità, onore, malinconia, attaccamento alla propria terra, timidezza, ostinazione, generosità, risolutezza, forza, sagacia fulminea … che ci fa capire immediatamente di fronte a chi ci troviamo, quando incontriamo un Sardo.

E parlo per esperienza diretta.

Pannofino e Fresi sono Lino e Pino, o Nino e Dino, o Fino e Gino … La più improbabile coppia di gatto&volpe che si possa immaginare. Agenti segreti, tanto prolisso e inconcludente uno (Fresi), quanto sbrigativo e decisionista l’altro (Pannofino).

Devono trovare immediatamente qualcuno da mandare in Sardegna perché c’è chi ha reclamato il suo diritto di proprietà sulla Luna, gettando nel panico i capi delle Nazioni.

Kevin Pirelli (Jacopo Cullin) è alto 1,88m, è biondo (biondo?), parla con uno spiccato accento lombardo ed è il più imbranato e sprovveduto tra tutti gli appartenenti ai corpi militari speciali.

Però sulle sue note caratteristiche è scritto che conosce il Sardo. Sa Limba.

Va da sé che è lui il giusto candidato alla missione speciale.

Addestrato da un Benito Urgu, riflessivo e al contempo esilarante maestro Jedi, il nostro giovane Kevin riscoprirà le sue origini negate.

Di rara potenza ed emozione la scena di Angela Molina, meravigliosa Jana, che fa sorgere la Luna dal monte al suono delle launneddas.

Poetica e bellissima la passeggiata di Kevin sulla luna insieme al nonno e al suo Mentore per incontrare tutti i grandi sardi, dal piccolo Gramsci che combatté contro il fascismo al soldato Amsichora che guidò la rivolta contro i Romani, passando per Eleonora, la Giudicessa d’Arborea che ben prima di qualsiasi costituzione moderna, aveva stabilito l’uguaglianza di tutti, uomini e donne, di fronte alla legge.

Caldamente consigliato a tutti, Sardi e non, quelli che hanno un cuore.

Vi regalo l’Ave Maria in Sardo del coro Tenores di Bitti, che nonostante le tante versioni, resta la mia preferita, perché è quella della mia infanzia.

Al cinema! Torna a casa Jimi di marios Piperides

Smuggling Hendrix (Torna a casa Jimi) di marios Piperides, 2018

A parte che se incontro chi traduce a capocchia i titoli in Italiano gliene dico quattro!

Smuggling Hendrix è in lingua originale. Solo che le lingue sono tre: Greco, Turco e Inglese. E perché? Perché siamo a Cipro. E quindi?? Perché Cipro è greca e turca. E quindi??? Perché i Greci parlano Greco, anche se sono Ciprioti.

E i Turchi parlano Turco, anche se sono Ciprioti.

E quindi?????

E quindi, per capirsi, anche se sono tutti Ciprioti, parlano in Inglese!!!!

Bene.

Che ci fanno un musicista cipriota-greco, un contrabbandiere cipriota-turco, un meccanico turco-turco e una bonazza in giro illegalmente nella “zona cuscinetto”, la fascia di mezzo tra Cipro greca e Cipro turca?

Cercano un cane.

Non è una barzelletta.

Il cane si chiama Hendrix (Jimi, ecco il titolo italiano!) ed è di proprietà della ex fidanzata (la bonazza) del Cipriota-greco (lo spiantato musicista). Il simpatico animaletto è scappato al suo distratto padrone e ha attraversato fino a giungere nella zona turca, dove lo insegue il padrone per riportarlo a casa.

Peccato che per una assurda normativa europea (eh già, la Turchia non è Europa …) il cagnetto non possa più far rientro nella Cipro greca.

Che fare? Ma naturalmente chiedere aiuto a un meccanico turco che conosce un losco contrabbandiere Cipriota-turco!

Una commedia dolceamara, bizzarra e stravagante che ci aiuta a riflettere sui mille muri che amiamo alzare. Mentre i cani se ne fregano delle frontiere!

Con buona pace di Jimi Hendrix!

Al cinema! Le Invisibili di Louis Julien Petit

Les Invisibles (Le invisibili), Louis Julien Petit, 2018

Le invisibili non le vuole vedere nessuno.

Sono brutte, sporche, puzzolenti … Sono le clochardes di Parigi, che sono fortunate quando hanno una tenda da piazzare in un parco pubblico o riescono a passare le notti nei dormitori, al caldo.

Eppure sono prima di tutto persone. Perché nessuno se ne accorge?

Non certo la municipalità, che le sgombera senza mezzi termini, portandosi via con le ruspe e i camion della nettezza urbana tutte le loro masserizie.

Non le persone perbene, che storcono il naso al loro passaggio olezzante.

Invece le assistenti sociali del centro diurno L’Envol (il volo) cercano di aiutarle, di capirle, di accoglierle. E infatti il centro è in perdita e la municipalità lo chiude.

Che fare? Darsi per vinte? Nemmeno a parlarne. Le donne non stanno mai ferme e tra tutte si inventano e si reinventano. E qualcuna ce la fa.