Al cinema!

Tre piani (Nanni Moretti, 2021)

Dico subito che non mi è piaciuto. Anche se Moretti è un mostro sacro. Anche se il libro di Eshkol Nevo (che non ho letto) pare sia un capolavoro. Anche se a Cannes ha ricevuto molte lodi. Anche se, tutti gli anche se che possiamo immaginare.

Però, questa tragedia delle incomprensioni, dove l’amore resta seppellito dai pregiudizi, dalle testardaggini, dall’incapacità di parlarsi chiaramente, un pregio, almeno per me, ce l’ha: nelle scene finali si parla di un flash mob di tango e, quando tutti i destini sembrano ormai compiuti, i personaggi, sul portone del palazzo di tre piani in cui hanno abitato e che stanno per lasciare, assistono attoniti alla processione danzante di un plotone di tangueri (miraccomandol’accento!), promessa di un futuro diverso.

Al Cinema!!!

Supernova (Harry McQueen, 2020)

Omosessualità. Alzheimer. Eutanasia.

In un viaggio in camper, nella grazia struggente della campagna inglese di fine estate, Colin Firth e Stanley Tucci ci raccontano, senza mai scadere nel patetismo, nel sentimentalismo, nel manierismo, la storia di infinito amore tra Sam e Tusker, un pianista che non suona ormai più e uno scrittore che sta perdendo se stesso, dissolvendosi nelle nebbie della malattia che lo ha colpito a tradimento.

Un film che dovrebbero vedere tutti.

Al cinema!

Qui rido io (Mario Martone, 2021)

Mario Martone è un genio cinematografico. E questo suo ultimo film un piccolo grande gioiello.

Il racconto di un pezzo (importante) della storia di Napoli e della “napoletanità”, raccontato con gli occhi di chi in questo liquido amniotico è da sempre completamente immerso.

Il racconto della vita spericolata di Eduardo Scarpetta. Attore, commediografo, padre di molti figli, “legittimi e non”, come si usava dire al tempo, ma tutti generosamente trattati alla stessa maniera. E tra questi quei tre De Filippo (mai riconosciuti ma da tutti ben conosciuti) che tanto hanno contribuito alla diffusione nel mondo dell’immagine della loro città, del teatro e di una filosofia capace di ritrovare il filo sottile dell’ironia insita in ogni vera tragedia.

Il racconto di una società molto più aperta di quella in cui oggi abitiamo. O forse la semplice scoperta che, in ogni epoca, è possibile essere aperti solo volendolo e essendo disposti a pagarne le conseguenze.

Il racconto, anche, di una sentenza che fece scalpore, con la quale, partendo dalle riflessioni di Benedetto Croce, il Tribunale di Napoli – non dimentichiamo che la città è anche madre di una grande scuola giuridica – partendo dalla denuncia per plagio che D’Annunzio presentò contro Scarpetta (La figlia di Iorio era la tragedia plagiata, il plagio la commedia scarpettiana Il figlio di Iorio) delineò i confini della parodia e del diritto di parodiare.

Una riflessione sul tempo che passa, sul cinematografo che sostituisce il teatro, sul modo di ridere che cambia a seconda del momento storico in cui si vive …

Un film necessario.

E per me davvero un bel modo per riprendere l’abitudine del cinema, dopo oltre un anno e mezzo di dolorosa astinenza.

Al cinema! Al cinema!!!

Mai come oggi mi piace scrivere e sottolineare e riempire di punti esclamativi e urlare il titolo di questa mia tradizionale rubrica.

Al cinema, siamo tornati ieri. Che bellezza! La sala buia, lo schermo grande (GRANDE!), le poltroncine in cui affondare, sobbalzare, contorcersi, a seconda del momento che scorre sullo schermo, della posizione sempre scomoda da aggiustare …

Al cinema! Avevo gli occhi pieni di gioia e commozione nel ritrovare i volti amici dei gestori, della maschera, della cassiera del caro vecchio cinema Eliseo di Torino, un cinema del circuito d’essai che, a quanto pare già conta una vittima a causa della pandemia (nel momento in cui scrivo il cinema Nazionale non ha ancora riaperto i battenti e non si sa se e quando tornerà a farlo).

Al cinema, dunque! Eravamo in nove (pare che sia un buon numero, a dire dei gestori).

Tutti distanziati, tutti con le mascherine, tutti igienizzati ma … così felici di esserci.

E ora vorrete sapere qualcosa del film.

Il film…

Il collezionista di carte, di Paul Schrader, sì proprio quel Paul Schrader di American gigolo.

Bill Tell (Guglielmo Tell, insomma) è un ex detenuto che si guadagna da vivere con il gioco d’azzardo.

Avendo avuto molto tempo per meditare, quando era in carcere, ha imparato il calcolo probabilistico e il modo per applicarlo a proprio vantaggio in qualunque gioco d’azzardo giocabile.

E’ un uomo austero, di poche pretese, che gioca per vincere poco, ma vincere sempre, per non dare nell’occhio. E ci riesce. E conduce una vita nomade da un casino all’altro di un’America livida e chiassosa.

Le sue notti però sono tormentate dall’incubo di un una malebolge che arriva dal passato, un’oscenità di depravazione e violenza, un labirinto di urla, latrati, scariche elettriche, colpi ripetuti, calci, pianti strazianti, che si riapre su se stesso, sempre uguale e infinito e dal quale è impossibile fuggire.

Niente è mai come sembra e Tell nasconde un passato scomodo che riuscirà ad affrontare grazie a un ragazzino che lo contatta per portare a compimento una propria vendetta nei confronti di un uomo che faceva parte del passato di suo padre e anche di quello di tell.

Gli attori sono tutti perfettamente in parte, compreso il cameo preciso e asciutto di Willem Dafoe.

C’è, in questo film, il ritmo sincopato delle narrazioni che si muovono su diversi piani (il ricordo, il sogno, il presente, le speranze). C’è l’America dei casino, non luoghi difficili da distinguere gli uni dagli altri.

C’è pure spazio per l’amore e il perdono, in primo luogo di se stessi. E c’è la capacità tutta statunitense di fare cinema.

Il film mi è piaciuto sino a cinque minuti dal finale. Non spoilero nulla, però.

E comunque lo consiglio.

Al cinema! Il ritratto negato. Andrzej Wajda

Powidoki – Il ritratto negato. Andrzej Wajda, 2016

 

Che cosa resta dell’arte se non le si permette di esprimersi in tutta la sua forza visionaria e orientata verso la fantasia e il futuro?

L’arte sovietica e comunista degli anni Cinquanta del secolo scorso assomiglia sinistramente a quella propagandata dalla Germania nazista pochi decenni prima.

Perché le dittature sono ossessionate e terrorizzate dalla potenza dell’immaginazione e quindi tutto ciò che la celebra è degenerato e va soppresso.

Strzeminski continua a dipingere. Anche se la Prima Guerra Mondiale gli ha portato via un braccio e una gamba, anche se il comunismo tenta di portargli via ogni residua possibilità di vivere, ad eccezione della vita. In un crescendo di divieti e di privazioni, resiste senza mai perdere la dignità, nemmeno quando è costretto a leccare il fondo della minestra rimasto sul piatto e a mandare la figlia in orfanotrofio per garantirle un pasto e un tetto.

Il testamento di Wajda si apre e si chiude con due metafore del colore che rappresentano i due atti supremi dell’uomo quando si tenta di annientarlo: la resistenza e la ribellione. L’ombra rossa del comunismo, sotto forma di gigantografia di Stalin, si stende sul quadro che sta nascendo sulla tela e l’artista la squarcia con la sua stampella; i fiori bianchi che immerge nel colore blu per portarli sulla tomba della moglie (la scultrice Katarzyna Kobro) come ultimo gesto.

E sullo sfondo le sue teorie sull’atto del guardare, sull’immagine residua, sul dovere di scegliere.

Un film immenso.