naufraghi metropolitani

Nella città semideserta di agosto mi aggiro tra le vetrine dei negozi che ancora si ostinano a rimanere aperti nella speranza di intercettare qualche cliente.

Sono stupita, io che ho l’acquisto compulsivo, di non riuscire a trovare nulla da desiderare. Non una borsa o un paio di scarpe, non un vestito … nemmeno uno straccio di camicetta. I saldi mi attirano quanto indossare un sandalo gioiello, rigorosamente tacco 12, potrebbe attrarre un lottatore di sumo.

Non ho ben capito che cosa mi sia successo in questi mesi di reclusione senza colpa. All’inizio mi sembrava impensabile non poter uscire di casa. Fotografavo ossessivamente il panorama dal mio balcone. Tre volte al giorno, sempre alla stessa ora, come un medicinale da assumere a stomaco pieno, tre foto distinte, sempre invariabilmente rivolgendo l’obiettivo a sud, a ovest, a nord, in questo preciso ordine. Ripetevo un mantra incapace di darmi pace.

Riguardandole ora, tutte insieme, mi accorgo della loro coesione quasi inquietante. La forza del tempo che scorre, lasciando immutate le forme di edifici, strade, di tutte le architetture che chiamiamo minime, si rivela nel variare della luce, dei suoi colori, nelle giornate terse o piovose, nel cielo di nuvole in corsa, di voli d’uccelli.

Stridevano i gabbiani nel cielo di metà aprile. Dall’Adriatico, avevano ripercorso il fiume a ritroso arrivando alle pendici delle Alpi. O forse Genova è più vicina a Torino di quanto siamo disposti ad ammettere.

A poco a poco, assumevo gli orari cadenzati di un carcerato, o di un ricoverato o di un soldato, tanto è lo stesso.

Sveglia presto e colazione. Telefonata alla mamma ultraottantenne che si è vissuta la quarantena da sola, ridendo perché “alla fine di tutta questa storia, noi vecchi, magari non ci saremo ammalati, ma a forza di star da soli a parlar coi muri e con le piante, tutti quanti batteremo i coperchi!”. Fotografie. Pulizie di casa e allenamento. Pulizia personale e lavoro da casa.

Preparazione e consumazione del pranzo con marito e figlio, seduti increduli, i primi tempi, di stare intorno a un tavolo tutti insieme ogni giorno, a ogni pasto. Fotografie. Riposo pomeridiano e lavoro da casa. Telefonata alla mamma che già da subito “non ne posso più di morire di noia e libri e pulizie e settimane enigmistiche e telefonate a parenti e amiche per lamentarmi di tutta questa follia, che tanto siamo vecchi e un pretesto per morire dovremo pur trovarlo!”.

Preparazione e consumazione della cena, ammutoliti davanti al piatto, nel suono incessante delle sirene delle ambulanze. Fotografie. Telefonata alla mamma che “anche oggi è passato, per fortuna, e speriamo che finisca presto, che tutte queste ambulanze a tutte le ore mi stanno dando sui nervi e se ci fosse ancora papà chissà che direbbe! Intanto lo aggiorno, lui lì nella sua scatola sul comodino dalla sua parte del letto, che non sa niente e se non glielo racconto io, mentre lo spolvero”. Pulizia personale e a letto a cercar di leggere qualcosa e di scrivere a te, senza riuscire in nessuna delle due operazioni.

Non sentirci.

Riusciamo a litigare anche solo scrivendoci.

Il ricordo di quel tempo claustrale è una marmellata in cui tutto si è mescolato, il prima e il dopo, le cose che ho fatto, la durata, che scopro con orrore essere stata di quasi due mesi mentre ero convinta che non fossero più di venti giorni …

Ho passato le notti a desiderare qualcosa di nuovo da mettermi addosso e adesso, che sono libera di andar per vetrine e comprarmi quello che voglio, non mi interessa più nulla.

naufraghi metropolitani

Sei qui, abbracciata a me, il tuo respiro lieve si infila tra i peli del mio petto, facendomi il solletico. Ti guardo e sorrido. Io che non sorrido mai. Nuda, su di me che sono nudo accanto a te, dormi come una bambina, la testa sul mio cuore, il palmo della mano posato sul mio costato, l’indice che lambisce l’orlo del mio capezzolo destro. Ti ho passato il braccio attorno alle spalle, mi hai attorcigliato le gambe con le tue. Hai bofonchiato in quel tuo modo buffo di quando sei troppo stanca ma vuoi ancora dire qualcosa, prima di sprofondare nel sonno. Mi commuovono i tuoi capelli sottili, così corti e biondissimi e tutti arruffati e li accarezzo e poi ti sfioro la pelle, appena in punta di dita, per non svegliarti. Mi piace sentirla, morbida e liscia, fresca in questa notte di fine estate, col profumo delle vigne che arriva portato dal vento. Il tuo sesso umido e tiepido preme contro la mia coscia, ma non sono eccitato, non ora che sei così, abbandonata.

Me lo avevi detto. Mi avevi scritto: “Potrei dormire nuda solo al tuo fianco. È necessaria una fiducia totale per esporsi così. Non si tratta solo di levare ogni barriera allo sguardo dell’altro sul proprio corpo. C’è in più la rinuncia alla vigilanza. Essere due volte esposti richiede fiducia assoluta”.

Che ti fidi di me in questo modo totale mi fa felice.

Felice … è una parola che ho scoperto con te. Nemmeno ti credevo quando mi ripetevi che ti impegnavi per fare felici le persone a cui tenevi. Mi veniva da ridere. Ma non perché fossi felice, o anche solo contento. Una risata amara, delle mie, di uno che non ci credeva. O forse non osava più sperarci.

E invece sono qui, con un sorriso ebete, a guardare te che dormi tra le mie braccia. E questa è pura felicità. Paragonabile solo a quella di quando, la prima volta, ero dentro di te e siamo rimasti immobili a guardarci negli occhi, perché già essere così uniti ci è sembrato troppo e il cuore traboccava e già quello era fare l’amore, senza arrivare all’urgenza dell’orgasmo.

Dormi. Io veglio su di te, finché non spunta il sole.

naufraghi metropolitani

Mi prendo in mano l’uccello, nel gesto dei miei tredici anni, rimasto uguale a se stesso, rabbioso e familiare dettato come allora soltanto dall’urgenza di scaricare questa tensione imprevista e inopportuna.

E mentre, non senza una punta di orgoglio, constato la consistenza ancora elastica stretta nel pugno, il telefono squilla, imperioso e brutale, distogliendomi dai miei propositi bellicosi.

Cerco di scacciare il suono insistente. Ma non c’è niente da fare se non andare rispondere. La lumaca che in un istante mi ritrovo tra le dita non lascia spazio a dubbi.

La voce che mi aggredisce dall’altra parte del filo è sgraziata e gracchiante e se già dopo un’abbondante colazione e numerosi caffè mi risulta antipatica, alla mattina presto, davanti al campo di battaglia che si stende ai miei piedi, è del tutto indigesta.

A stento grugnisco un “buongiorno capo”. Annuisco. “Arrivo”, aggiungo. E mentre mi infilo in macchina con l’aria disfatta, manco fossero le cinque del mattino dopo una nottata di quelle che piacciono a me, penso che anche questa volta mi toccherà aspettare ore prima di riuscire a mettere qualcosa sotto i denti. Il che per un sessantenne diabetico non è certo il massimo. Una volta gli sbirri (penso proprio così, catapultato negli anni Settanta) a cinquant’anni, o poco più, erano in pensione.

Fermo la macchina a un isolato dal posto, “il luogo dei fatti“, che mi ha indicato la Vice Questore Aggiunta Molineris (la chiamo così, con tutte le iniziali maiuscole), prendo la borsa con l’attrezzatura e, senza nemmeno chiudere le portiere, mi avvio a passo svelto verso il capannello di persone che si è radunato nel mentre.

L’inverno a Torino è insopportabile, quando piove. Tutto si copre di una patina di malinconia.