(O)Porto nel cuore ti porto

Lascio Oporto in una giornata di sole e vento, di quelle che piacciono a me. Una città in pieno fermento innovativo, con instancabili operai al lavoro (anche al sabato, anche fino alle sei di sera!) da cui la nostra stanca Italia avrebbe tanto da imparare.

Porto con me qualche giorno sotto la pioggia, tantissimi passi (oltre settantamila in quattro giorni!), la cordialità della sua gente, la bellezza malinconica di un passato glorioso, l’orgoglio di chi non molla, la voglia (tantissima) di tornarci.

Il Portogallo mi sorprende sempre, non mi stanca mai.

Al cinema! Tutti pazzi a Tel Aviv di Sameh Zoabi

Tutti pazzi a Tel Aviv, Sameh Zoabi, 2018

In Israele la serie TV più amata è “Tel Aviv brucia”.

Appassiona indistintamente uomini e donne; Ebrei, Musulmani e Cristiani; civili e militari e … e …

E è un prodotto palestinese.

E quando una delle autrici se ne va tocca a Salam, imbranato assistente (in sostanza il ragazzo che fa le fotocopie – e nemmeno tanto bene – e porta i caffè), esperto di cultura ebraica, ma soprattutto nipote del produttore, sostituirla.

Quello che nessuno sa è che il giovanotto, per scrivere la trama, si avvale della consulenza dell’ufficiale che presiede al posto di blocco attraverso il quale deve passare ogni giorno per andare da Ramallah a Gerusalemme e ritorno.

In cambio di una vagonata di hummus, quello vero, non quello in scatola.

Rocambolescamente, tra una follia e l’altra, la serie si trasforma in una soap opera.

Gli affezionati spettatori non avrebbero potuto sopportare la fine tragica dei loro beniamini e i produttori la fine tragica di una gallina dalle uova d’oro!

Finale a sorpresissima, estremamente divertente.

Consigliato a tutti quelli che sanno che c’è sempre una via alternativa al muro contro muro.

The Blonde Inside Brunette

Se non l’avessi capito, non è un “Buongiorno!”, questo.

E nemmeno un “Al Cinema!”

Non è un pezzo sulla fotografia, non è una fotografia, non è musica …

Non è.

Questo è un nuovo giorno.

Sono ufficialmente entrata nella crisi di mezza età (semplicemente perché proprio oggi ho deciso di vivere fino a ben oltre cent’anni)!

Allora, per avere la crisi di mezza età bisogna fare cose strane, possibilmente imbarazzanti per i figli. Meglio se anche per i mariti e gli amici che non capiscono. Bisogna fare qualcosa di assolutamente nuovo e diverso. Qualcosa mai tentato prima. Magari comprarsi qualche vestito sexxxxxxxy o delle zeppe alte 20cm …

Siccome è più facile trovare marito che un parrucchiere che ti soddisfi, io ho dato retta a Nicola (Zanivan, il parrucchiere delle bionde – grazie Nicola!) e di raccogliere finalmente la sfida della vera me.

Lui l’aveva capito prima ancora che io potessi sospettarlo.

Sono bionda dentro!

E … Essendo bionda dentro, già un po’ più di un anno fa sono diventata bionda pure fuori.

Non ti dico la liberazione. Mi si è letteralmente alleggerita la testa.

Non che prima fossi seria, pensosa, compassata, ieratica, severa, composta … Mia mamma (80 da urlo, ha ancora il fisico di una ragazza!) mi dice da sempre che ho un’anima da pagliaccio: difficoltà assoluta a prendermi sul serio, impossibilità conclamata di piangermi addosso, fatica fisica di lamentarmi per le cose che non vanno … Che noia mortale! Ci sono un sacco di cose interessanti là fuori, per stare a pensare a quelle che stanno qua dentro – qua dentro è il punto esatto in cui nascono le elucubrazioni mentali in cui noi ragazze siamo specialiste (con grande smarronamento dei nostri rispettivi consorti).

Insomma, basta con le chiacchiere! Oggi nasce la nuova me: la bruna bionda dentro.

Ne ho fatto il nuovo username del mio profilo Instagram, ho inventato un hashtag sempre su Instagram, che per ora uso solo io, l’ho pure messo nella tag-line qui su wordpress! E prossimamente ne farò anche qualcos’altro. Ma al momento non so ancora bene che cosa.

Ecco. Tutto qui.

Adesso ci metto anche una colonna sonora. Tra bionde ci si intende …

 

Il canto degli hangars

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Acutamente, Clara Ravaglia, 2015

Canto degli hangars

Abbiamo teso nel sole nervature di ferro,
abbiamo inarcato schiene metalliche,
e aperta a una folata di gioia
la bocca, che aspira gigante la vita…
La notte non dorme sul dorso
che al cielo puntiamo,
non lima il silenzio le salde armature;
ma sempre ci batte un alito di lavoro,
una promessa calda di forze,
che crescono meravigliose.
Abbiamo lanciato sulle maree dei cieli,
fino oltre gli scogli delle nubi,
macchine fatte con lamine
di volontà presente,
e motori d’ardimenti infiniti
che uccidono i venti,
e leve che inalzano la sagoma dell’uomo
oltre gli umani destini.
Abbiamo baciato, nei tramonti vermigli,
i nostri reduci figli,
e udito contarsi tra loro,
i pezzi di schietto metallo e l’aste di legno,
la grande favola d’oro,
le meraviglie di un regno,
che inalza i suoi palazzi incantati
con blocchi, squadrati nel macigno turchino.
Abbiamo dormito sui limiti dell’infinito,
abbiamo lanciato al popolo delle stelle,
il ritmo dell’uomo ribelle,
che marcia verso un destino sublime,
e, a tappe giganti, vuole
piantare con salde radici,
le nostre armature nel sole.
da “il canto dei motori” Luciano Folgore (Omero Vecchi), 1912

Che c’entra “acutamente” con questo Vecchi Omero, che per smentire i Latini (nomen omen), chiese a d’Annunzio di trovargli uno pseudonimo?
E quello non si fece pregare, naturalmente, e visto l’amore suo per i motori rombanti, gli appioppò “Folgore”.
E tale egli rimase, per scelta, sua, del destino e d’un amico.

I futuristi non erano poi del tutto da disprezzare e nelle arti seppero dare una visione nuova davvero, coniugando la forma e il colore con il movimento, che proprio in quegli anni andava facendosi sempre più rapido.

Che c’entra dunque?

Insomma, l’avevo minacciata, in altri lidi, poi … le cose non sono andate come avremmo desiderato. Perlomeno, non come avrei desiderato io.
E che temevo potesse esser letto come un ricambiar carinerie. Che invece, sia chiaro, non è.
L’aver ritrovato, qui, lo scatto che desideravo mettere in poesia, là, mi ha poi convinta.
E in fondo, perché no?
Così scrivo.

Ci può essere poesia in un’immagine astratta?
Che cosa ci fa dire che ciò che vediamo è poetico?
Basta che sia perché ci piace?
Per me tutto nasce da quel che tocca le nostre corde profonde, per farle vibrare.
E questo tuo scatto, Clara, è tutto vibrante.
Vibra la forma, acutamente voluta dalla tua acuta mente.
Puntata verso un vertice che sa di infinito asintoto, perché ci si avvicina senza toccarlo.
Come la perfezione, verso cui sempre tendere, pur sapendo di mai poter raggiungerla. Ma senza lasciarsi schiacciare da questa consapevolezza e anzi, come fai tu, usandola a pungolo (acuto, appunto) per migliorare a ogni scatto. A ogni nuova visione.

Vibra il colore, il tuo colore, ogni volta declinato in nuove armonie, che rende nobili anche i cavi elettrici, anche i lampioni…

Vibra il senso, il significato che sai dare alle cose.

Uno sguardo elettrico, dunque, il tuo. Che muove e smuove e modifica il consueto, il banale rendendolo bello. E che per questo ci interroga, costantemente, e non ci permette di star fermi, non ci permette di catalogare il mondo secondo schemi usati e ab-usati, per metterlo in barattoli da cui poi non lasciarlo uscire più, perché così è rassicurante.

Ecco se poesia è, come già dicevo (e come recita il vocabolario), derivato direttamente da “creare”, e più nello specifico è essa stessa “creazione”, allora è quello che tu fai.
Posi sulle cose uno sguardo che le ri-crea.
E scusa se è poco.

Buon tutto.

“Il tutto a tutti”, come mi si è detto. Che “il poco per pochi c’è già”.
Ma io sono massimalista…

A un’amica che non ringrazierò mai abbastanza. Acuta mente fotografica. Cuore immenso.

 

AL CINEMA! Old Man and the Gun

The Old Man and the Gun, David Lowery, 2018

Sotto la regia di David Lowery, Robert Redford (Forrest Tucker), Sissy Spacek (Jewel, Forrest’s love affair), Casey Afflek (dectective Hunt) cantano la ballata lieve del rapinatore gentile.

Forrest Tucker è un criminale, non ci sono dubbi, capeggiando la sua banda di nonnetti (the over the hill gang), tra cui un magnifico Tom Waits, perfetto per la parte, che ci regala un indimenticabile cammeo, vive di rapine, studiate nei minimi dettagli. Le mettono a segno senza violenza, non tirano mai fuori la pistola, e tutto quello che rimane impresso nelle “vittime” è che il rapinatore sorrideva ed era gentile.

Alle sue calcagna il detective John Hunt che nonostante abbia tutti contro, non molla la presa sino ad avere ragione.

“Questa storia, fra l’altro, è quasi del tutto vera”. E chi non ricorda, corra a ripassare!

La colonna sonora sembra scritta per le rughe di Redford, che coprono una buona fetta della storia dell’America al cinema.

Redford riesce a essere bello e sexy anche a 80 anni suonati!

Insomma, se non l’avete ancora visto, andateci di corsa.