UNO

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Gregory Crewdson, Natural Wonder, 1991

 

Hanno camminato di notte, senza sosta, nel bosco.

Per tutto il tragitto il piccolo, curioso e spaventato a un tempo, tutti i sensi all’erta, aveva cercato di riconoscere ogni minimo suono … Il richiamo lontano dell’assiolo, lo scricchiolio dei rami secchi sotto i piedi, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi che si piegavano a sfiorargli il viso … Ogni rumore noto, che di giorno era null’altro che se stesso, nella sua fantasia notturna, in quella foresta, cambiava la propria sostanza per trasformarsi in qualcosa di mostruoso che lo costringeva a schiacciarsi sempre di più contro la morbida curva del fianco della madre.

E’ ancora buio quando arrivano alla radura. Si accodano in silenzio ad una lunga fila di pezzenti. Coperti di stracci e piaghe, ricordano i lebbrosi di certi racconti antichi.

Il piccolo spalanca gli occhi alla vista di quella umanità dolente. Che cosa ci fanno lui e sua madre, nei loro ricchi abiti caldi, in mezzo a quei corpi putridi?

E d’un tratto la vede. Là in fondo, una figura appena accennata nel chiarore della luna velata di nubi.

La vecchia è un totem.

Nuda, su un cumulo di immondizia che brulica di scarafaggi e vermi, la vecchia sta.

Immobile. Muta.

Nessuna espressione in viso e gli occhi spalancati e cupi sono vuoti. Sono solo specchi che riflettono all’infinito l’orrore che la circonda.

La pelle grigia e rugosa è secca e flaccida e costellata di verruche screpolate: sembra un cielo infernale le cui stelle vomitano il loro odio sui dannati che faticano in basso.

I seni cascano sul ventre prominente, come se non avessero mai conosciuto né l’amore di un uomo, né la devozione di un figlio.

Un’ancella, incurante della vita che abita quella collina marcescente, è inginocchiata ai suoi piedi e ingrassa senza sosta quelle macchie oscure con un unguento nero e nauseabondo che prende a piccoli tocchi da un’anfora di opale su cui sono incastonati due scarabei.

Assorta nei suoi pensieri, la vecchia pare non accorgersi del massaggio che le regala l’ancella e nemmeno della lunga coda di poveracci che si snoda di fronte a lei.

D’un tratto la vecchia si alza. Punta l’indice verso il piccolo. La sua voce roca risuona.

 

 

Scacco Doppio

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Per scacco doppio si intende lo scacco contemporaneo di due pezzi al re avversario.

I due pezzi in attacco siamo Anna e io.

Il re avversario sarà chiunque deciderà di leggere quello che scriveremo di qui in avanti.

Una storia non preordinata, in cui nessuna delle due sa quello che scriverà l’altra. In cui ciascuna continuerà il racconto dal punto in cui l’altra lo avrà lasciato.

Non garantiamo nulla, semplicemente perché nemmeno noi sappiamo dove andremo a finire.

 

 

Robert Mapplethorpe

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Robert Mapplethorpe, Autoritratto, 1975

 

Da piccolo ho fatto il chierichetto. L’unico corpo che vedevo era quello di un uomo: nudo, in estasi, appeso a una croce e pieno di sangue. Poi si domandano perché sono perverso“.

Perché scegli il sesso estremo come soggetto? Mi rispose: “E’ la cosa più difficile da fare: trasformare la pornografia in arte, mantenendola sexy

Da un’intervista con Michele Bonuomo: http://www.flashartonline.it/article/robert-mapplethorpe/

 

Fotografiamo incessantemente le nostre ossessioni, forse per staccarcene, per osservarle dall’esterno, esorcizzarle, farle meno nostre.

Chi ama la strada, e non perde occasione per immortalare situazioni bizzarre che si presentano improvvise, nell’assurdo tentativo di dare un senso al fluire della vita.

Chi è fissato con i particolari e cerca di ricomporre una realtà altra, astraendo figure di dettaglio da un insieme più ampio.

Chi, ancora, (quelli che maggiormente detesto) si bea di paesaggi imbibiti di luce benedicente, da primo giorno della creazione.

Mapplethorpe in testa c’aveva il sesso. In tutte le sue declinazioni, nessuna esclusa, nemmeno le più inquietanti. Nemmeno le più sordide agli occhi dei benpensanti.

Ma con un’attenzione tutta particolare alla bellezza. Perché è qui il punto: il suo modo di rappresentare quello che per i più può velocemente essere liquidato con una sola parola: pornografia, è attentissimo, estetizzante quasi.

Lo diceva lui stesso: il sesso era un’esperienza entusiasmante e voleva restituirla in tutta la sua magnificenza agli occhi di chi avrebbe guardato le sue fotografie.

 

Heli Rekula: http://photography.aalto.fi/projects/exhibitions/

 

E se Brunelleschi avesse indossato i pantaloni a zampa?

Avete presenti i pantaloni a zampa di elefante, quelli a vita bassa che andavano di moda negli anni ‘70?

Quanto ci sembravano inguardabili sul finire degli anni ’80, quando il punto vita si era alzato fino a raggiungere il seno e i polpacci erano talmente fasciati da far temere per la circolazione sanguigna?

Poi però qualche burlone, nei primi anni 2000, ce li ha riproposti.
E via di scampanature che più ampie non si può e pance e fianchi e schiene pericolosamente in vista.
Così in vista da far urlare all’oltraggio al pudore più di un bacchettone.
Però … ci sembravano di nuovo belli.

Che cosa ci piace?
Quel che è “alla moda”?
Quel che segue il gusto del momento?
O, ancora, quello cui l’occhio, alla fine, si abitua, a forza di vederlo?

Dopo oltre 600 anni (la data esatta è fissata al 1416) di visione secondo la prospettiva centrale monofocale, l’occhio si è così abituato, che il cervello “si è fatto persuaso” che la prospettiva sia un fenomeno fisico, anziché quello che in realtà è: una costruzione matematica, per la precisione geometrica.

Ma non è sempre stato così, anche se, dall’alto della nostra “concezione moderna del visivo”, siamo portati a pensare che nel passato, poveretti, non avevano ancora capito come fare poi, per fortuna, è arrivato Giotto, con una rudimentale concezione organizzata dello spazio tra pieni e vuoti, le sue prime vedute di scorcio … un’intuizione, si dice.

Per capire la reale portata della questione, bisogna andare sino alla radice.

La visione fisiologica è determinata da due occhi che si muovono incessantemente, per verificare e tenere sotto controllo quel che ci sta intorno.
Siamo anche dotati di un collo e di gambe, per spostarci in ogni direzione, alzarci in punta di piedi, abbassarci piegandoci sulle ginocchia …
Così, costantemente, modifichiamo il “punto di vista” e il nostro cervello costruisce l’immagine non in un unico istante, bensì in un lasso di tempo più o meno lungo, a seconda della durata dell’osservazione, sovrapponendo (come una serie di esposizioni multiple) le varie percezioni, frutto ciascuna del posarsi dello sguardo in un punto diverso.

Ma non basta.
L’immagine si forma sulla retina: una superficie concava, situata sul fondo del bulbo oculare. Questo fa sì, tra l’altro, che linee rette vengano percepite come curve e, viceversa, le linee curve appaiano dritte.


Fig. 1. Immagine retina

Ah! E ancora una cosa!
La nostra percezione del circostante è influenzata dal nostro stato d’animo.

Da sempre l’uomo tenta di raccontare ai consimili il mondo che lo circonda.
A parole, certo.
Ma più spesso con la tecnica universalmente comprensibile della raffigurazione.

Per farlo deve confrontarsi con la tridimensionalità dello spazio reale e la bidimensionalità della sua rappresentazione su supporto.
E quindi decidere se prescinderne o renderne conto.

La scelta è determinata essenzialmente da ragioni culturali.

Gli Antichi Egizi, ad esempio, hanno una visione concettuale e astratta dello spazio e se ne fregano bellamente di rappresentarlo in modo “aderente”, quel che interessa è la coerenza della rappresentazione simbolica.
In sostanza dipingono non tanto quello che vedono, ma quello che già sanno della realtà intorno a loro.
Sistematicamente uniscono in un’unica forma la visione frontale e la visione laterale, ossia ciò che vedono e ciò che sanno degli oggetti.
Non perché non sappiano far diverso, ma perché vogliono fare così.

Ciò che si sa … ciò che si vede … Mi ricorda qualcosa … O meglio, qualcuno …


Fig. 2. Linea egizia

 

I Greci, invece, affrontano il problema di restituire “l’apparenza visiva” delle cose e lo fanno da un punto di vista filosofico.
Anche se tutto quel che è arrivato sino a noi è la pittura vascolare, tra l’altro, vicina alla visione fisiologica, essendo eseguita su superfici curve (che avessero contezza della visione fisiologica è certo, non si spiegherebbe altrimenti l’èntasi introdotta nella costruzione dei colonnati).
Si sa, però, che tentano la via dei grandi dipinti piani.

E deve trattarsi di innovazioni non da poco, se persino Platone, sostenitore dell’arte icastica (che riproduce cioè le cose quali sono, nelle loro proporzioni reali), si scomoda per tuonare contro il povero Agatarco, reo di mimesi (illusorietà), per aver cercato, con la tecnica del chiaroscuro (quella “skiagraphia” inventata da Apollodoro) di “fornire un’apparenza del reale” nelle scenografie realizzate per Eschilo.
Ma nulla di quelle tavole giunge fino a noi.

Ci restano le invettive del filosofo (che tra le pagine de La Repubblica e quelle de Il Sofista riduce in polpette l’artista – fa anche rima) e un recupero di Vitruvio, molti anni appresso.


Fig. 3 Cratere apulo

 

I Romani adottano, nei primi due Stili, un sistema ad “asse di fuga”, cominciando così a dar conto della sensazione di convergenza apparente su di un unico asse mediano delle linee orizzontali recedenti in profondità, se viste di scorcio.

A poco a poco ci si avvicina al concetto di punto di fuga, acquisito solo successivamente, grazie al concetto matematico-filosofico di limite.


Fig. 4 Pompei
Fig. 5 Pompei

 

Per meglio restituire una coerenza dello spazio, a partire dal Terzo Stile, abbandonano la pseudo prospettiva e ricorrono sempre più ad artifici che oggi definiamo “proto-impressionisti”.

Si introduce la prospettiva aerea, che utilizza variazioni cromatiche per dar conto dell’ispessirsi dell’aria man mano che ci si avvicina allo sfondo della scena ritratta.

Fig. 6 Pompei


Fig. 7 Pompei

 

Sino a tutto il Medioevo non si conoscono sostanziali progressi.

Ma il tempo passa, per fortuna, e ai pittori vengono in soccorso i matematici e i fisici. Curioso no? qualcosa che con l’arte parrebbe avere poco a che fare …

Durante il Rinascimento italiano, alla ricerca di un sistema per rappresentare in modo coerente lo spazio tridimensionale sulla superficie piana, Brunelleschi si fece il più feroce dei carnefici.

Ipotizzò, prima, di perdere un occhio e, poi, di spostare l’unico rimastogli nel bel mezzo della fronte. Non pago, si precluse la possibilità di muoverlo, e già che c’era anche quella di girare il collo e, perché no?, di muoversi, privandosi delle gambe.

Ciclope tetraplegico e certamente “voyeur”, si costrinse (e ci costrinse!) da allora in avanti a guardare dal buco della serratura e a proiettare su lisci fogli bianchi le immagini.

Si comincia a capire dove voglio andare a parare?


Fig. 8 Brunelleschi e la prospettiva
Fig. 9 immagine retinica e immagine camera oscura

Non è certamente un caso se si comincia a pensare alla camera oscura come sistema per riprodurre le immagini solo dopo la teorizzazione della prospettiva lineare monofocale (ne avevo già accennato qui https://wordpress.com/post/zazo.blog/670 ).

Una volta compiuto il miracolo della macchina per fare le immagini, la magia della macchina fotografica, che cosa rimane in mano ai pittori?
Possono continuare a produrre immagini a mano della realtà che li circonda, denigrando il nuovo potente mezzo a disposizione, ben sapendo tuttavia che nella fedeltà all’originale non è secondo a nessuno.

E alcuni lo fanno, infatti. Nasce così la diatriba fra arte e fotografia, fotografia come arte, stili fotografici – lo Stile pittorico, la Sachlichkeit (da non confondere con la Neue Sachlichkeit, che è un movimento pittorico) ben presto degradata a Süßlichkeit (già nel 1929, a poco più di un anno dal suo battesimo, i suoi stessi padri – Renger-Patsch in testa – la rinnegano), sfociata poi nello Stile documentario in America e nell’Obiektivität nel Vecchio Mondo, cioè nella rivendicazione di uno stile puramente fotografico da parte di August Sander, Walker Evans, Berenice Abbott, Tina Modotti e via via, fino al Gruppo F64 di Ansel Adams e compagni …

Oppure possono tentare nuove vie.

Magari anche percorrendo vecchie strade.
È un fatto che il contraccolpo, fortissimo, alla tradizione accademica sia stato dato dalla possibilità di “fare a macchina” perfette copie della realtà.

Alla ricerca di qualcosa che la macchina non potesse riprodurre, complice il fermento, anche filosofico e scientifico, degli inizi del “Secolo Breve”, gli artisti (e su questo termine tornerò) iniziano a interrogarsi.
Nascono gli Impressionisti, che giocano con la luce e cercano di riprodurne le mille e mille sfaccettature.
Nascono le avanguardie e l’arte concettuale, che cercano di andare ancora oltre.

La pittura a poco a poco diventa un’arte di “riconoscimento”.

Se non sapessimo come è fatta una sedia, una brocca, un violino … difficilmente riusciremmo ad averne conoscenza attraverso i quadri di Braque e di Picasso.
Ma, già sapendo di che cosa stiamo parlando, li possiamo “riconoscere” in quelle forme così distanti dalla realtà.
Si comincia a pensare di dipingere non tanto quello che si vede, ma quello che già si sa della realtà.

E questo vale per i Cubisti, che sistematicamente uniscono in un’unica forma la visione frontale, ossia ciò che vedono, alla visione laterale, quel che sanno degli oggetti.
Non perché non sappiano far diverso, ma perché vogliono fare così.

Gli Astrattisti e i Surrealisti, dal canto loro, con modalità diverse, cercano di riprodurre le sensazioni che la conoscenza delle cose stimola …

Ciò che si sa … ciò che si vede … Mi ricorda qualcosa … O meglio, qualcuno …

by Teresa Zanetti\Redazione photo4u.it

Bibliografia:
1) Erwin Panovsky: Perspective as a Symbolic Form, tr. Christopher S. Wood, ed. Zone Books
2) Agostino De Rosa: “In obscurum coni … acumen”, Sui termini skenographia e skiagraphia nel mondo classico, in Engramma n. 150, Ottobre 2017

METROPOLIS 2 di Antonio Mercadante

Metropolis2
METROPOLIS 2 di Antonio Mercadante

http://www.photo4u.it/viewcomment.php?pic_id=765090

Su photo4u.it, uno dei due siti di fotografia che, insieme a maxartis.com, abitualmente frequento, a

fine settembre mi imbatto in una fotografia insolita.
Grattacieli imponenti svettano in un cielo che pare disegnato con ampie spatolate di luce.
Un aereo si libra lontano.
Il saettare bianco dei tetti degli edifici industriali separa in modo netto quel che “sta sotto” che, a un primo sguardo, interpreto come un viadotto posato su massicci piloni.
Mi è sufficiente aprire la miniatura per accorgermi che, invece, si tratta di una vecchia lamiera ondulata, al di là e al di qua della quale la vegetazione tipica delle cose abbandonate sta, inesorabilmente, riprendendo i suoi spazi. Prendendo il sopravvento.
A colpirmi gli occhi è proprio questo sfalsamento dei piani, questo “davanti” che, a tutta prima, mi sembra “sotto”.
Condisce il tutto un bianco e nero ricco, quasi palpabile.

Infine (infine per me, essendo sempre l’ultima cosa su cui indago quando studio una fotografia), l’irruzione di un elemento all’apparenza incongruente: il titolo.

Decidere di dare un titolo a una fotografia è un impegno che si assume nei confronti di chi la guarda perché, fornendo una chiave di lettura, determina una visione veicolata.

Certo, ognuno è poi libero di guardare e trarre le proprie conclusioni, che saranno dettate dalla sua sensibilità, dalle sue esperienze, non solo visive, in altre parole dalla sua cultura, come si è andata formando nel tempo.
Ma … Il titolo resta, come un’ancora che impone all’osservatore di cercare, nell’economia dell’immagine, quanto chi l’ha realizzata sostiene di averci messo.
Il titolo diventa, così, una tesi che la fotografia deve dimostrare con solidi argomenti.
L’immagine, dal canto suo, deve contenere in sé, contestualmente, argomentazioni a sostegno di quella tesi e una conclusione sulla validità delle argomentazioni stesse.
E in fondo, forse, non è poi così importante, come sostiene qualcuno (1), che fotografo e destinatario parlino a priori la stessa lingua, che interagiscano sullo stesso piano culturale, per poter veramente capirsi: se il “lettore” è un curioso cercherà certo di informarsi e formarsi sulle ragioni dell’autore.

“Metropolis 2”, quindi.

Per me, il richiamo a Fritz Lang è immediato.
Vado a ripescare nella memoria quanto so del film.
Il 2026 è un futuro lontano, all’epoca in cui viene realizzato, ma assai prossimo a quest’oggi, in cui viviamo cose che, nel 1927, mai si sarebbero potute nemmeno sognare. In cui, per contro, tutte quelle allora immaginate ci appaiono ingenue.

Tuttavia, per certi aspetti, il film racconta una storia che ha risvolti inquietantemente attuali.
Una società sempre più spaccata (da non dimenticare che la pellicola viene realizzata durante la Repubblica di Weimar), in cui i ricchi abitano alti grattacieli che si stagliano su cieli carichi di presagi, trascorrendo le giornate in inutili mollezze, mentre i poveri, sfruttati e ridotti a poco più che macchine, sono relegati nel sottosuolo, impegnati in un lavorio incessante e fine a se stesso.

Su tutti veglia il Dittatore, proprietario della fabbrica in cui giorno e notte faticano gli uomini del sottosuolo.
La sua sola presenza garantisce l’ordine, l’agiatezza ai pochi, lo stretto necessario ai molti.
La calma apparente viene travolta dall’arrivo improvviso nella vita del figlio del Dittatore della bellissima insegnante e profetessa Maria che, mentre gli operai meditano la rivolta, parla ai loro figli di un mondo migliore, pacificato e senza iniquità.

Il sistema titolo-fotografia dunque, a mio parere, si risolve in senso positivo (2).
Ritrovo, infatti, il doppio sistema di relazioni.
Quello interno, tra le componenti dell’immagine, che “si tengono” (3) le une rispetto alle altre, in un’unità che ne determina il senso: gli edifici “sopra”, solo apparentemente solidi ma che, a causa di ciò che sta “in mezzo” e non permette di vedere oltre, hanno fondamenta già corrotte da ciò che sta arrivando da sotto.
Quello esterno, collegato al titolo attraverso i significati che le componenti dell’immagine richiamano.
Così, a rispondenze dirette, come ad esempio i grattacieli del film, fanno da contraltare correlazioni mediate, come possono esserlo la vegetazione che invade lentamente le strutture e che, provenendo dal sottosuolo, associo ai facinorosi pronti ad insorgere. O ancora l’aereo che solca il cielo, distante eppure catalizzante, che mi piace vedere come Maria, portatrice di un’idea di libertà.

Infine, Antonio rispetta i patti anche dal punto di vista iconografico.
La città del futuro immaginata da Lang, cupa, incombente, fatta di strutture svettanti che schiacciano a terra e nel sottosuolo l’uomo, in lotta continua per la sopravvivenza, comunque sempre reificato, sia quando è ridotto a macchina utensile, sia quando è innalzato a icona di potere e ricchezza, ha influenzato generazioni di fotografi e cineasti che l’hanno replicata decine e decine di volte, declinandola ciascuno a proprio gusto, ma lasciandola sempre, in fondo, identica a se stessa (da Batman a Blade Runner).
Che quella città è poi New York, cui lo stesso Lang dice di essersi ispirato, una metropoli appunto, anzi, il paradigma di tutte le metropoli: tentacolare, in perenne movimento, incontenibile, dove tutto può succedere, in cui le persone sono ritratte nell’atto di muoversi, all’unisono, da un luogo a un altro e quasi mai nel punto di partenza o in quello di arrivo.

Bibliografia:
(1) Cfr. Jean-Marie Floch, Les Formes de l’Empreinte, éd. Pierre Fanlac, Périgueux, 1986
(2) Cfr. John Stuart Mill, System of Logic, in Collected Works of John Stuart Mill: a System of Logic, Ratiocinative and Inductive, ed. Liberty Fund, London 2006
(3) Cfr. Charles Bally et Albert Séchehaye, Ferdinand de Saussure – Cours de Linguistique Générale, éd. Payot, Paris, 1971