Quella strana sensazione in America quando il sole rovente picchia sulle strade e la musica arriva da un jukebox in lontananza o da un funerale nei pressi, ecco quello che Robert Frank ha catturato nelle sue straordinarie fotografie prese per strada in un viaggio (grazie alla Guggenheim Fellowship), su una vecchia auto usata, che ha coperto quarantotto Stati e con abilità, mistero, genio, tristezza e strani segreti dell’ombra ha fotografato scene mai viste prima su pellicola. Per questo è stato definito il più grande artista nel suo campo. Dopo aver visto queste immagini, alla fine concluderete di non saper più dire se è più triste un jukebox o una bara.
Kack Kerouac, prefazione a The Americans di Robert Frank
Immaginate di svegliarvi improvvisamente, una notte, e di trovarvi in piedi al centro di una stanza completamente buia. Avete gli occhi sbarrati, ma non riuscite a cogliere il benché minimo spiraglio di luce. Cosa fate?
Ormai ho fatto questa domanda a moltissime persone e le risposte sono più o meno analoghe “Cercherei un porta” “Cerco una finestra” “L’interruttore della luce!”.
Tutti quindi, ovviamente, a passi incerti, con le mani protese davanti a noi ci metteremmo alla ricerca di un muro, sul quale tutte queste cose sono abitualmente collocate. E se non lo trovassimo? Se le nostre mani continuassero a restar protese nel buio e i nostri piedi ad avanzare senza che nessun ostacolo ci desse modo di stimolare il nostro senso dell’orientamento e di sedare l’ansia, che ormai comincerebbe a far tremare le ginocchia e a rendere difficoltosa la respirazione? Io credo che dopo un po’ sarebbe il panico, io credo che, abbandonata la prudenza, cominceremmo a correre in tutte le direzioni e forse anche a piangere, e forse ad urlare, invocando che quest’incubo tremendo avesse fine…
Se siete riusciti ad entrare emotivamente in questo stato d’animo, potete capire perfettamente la situazione psicologica di un bambino che venga allevato senza regole, ossia senza scontrarsi mai con dei muri che gli permettano di costruirsi un adeguato senso dell’orientamento per muoversi nella vita. Potete capire la sua angoscia, la sua insaziabilità … Chiedere, chiedere, chiedere sempre di più, a volte chiedere le cose più strane rappresenta, per stare nell’esempio del sogno, il correre per trovare un muro di riferimento.
E’ paradossale, lo so, ma il bambino chiede per vedere quando, finalmente, riuscirà ad ottenere un “NO!”.
Quello sarebbe il primo mattone del primo muro sul quale costruire la sua casa.
Con Yorgos Lanthimos, regista metafisico, surreale, nichilista …, avevo un credito triennale: dopo la visione di The Lobster (con mio figlio allora quindicenne che gridava alla violenza su minore e minacciava di chiamare il telefono azzurro per averlo portato in sala con me) avevo maturato un’avversione profonda per quel suo modo così sottile e inquietante di essere violento. Sicché all’uscita de Il sacrificio del cervo sacro avevo passato la mano.
Ieri sera mio marito mi propone La Favorita. Ero stanca (una giornata di corse tra lavoro, figlio, spesa settimanale, mamma ottantenne che non si rassegna a far la nonnina tranquilla …), così non ho nemmeno guardato chi fosse il regista, quali fossero gli attori … nemmeno un pensiero alla trama. Ho detto ‘va bene’ e sperato che fosse un film abbastanza intelligente e profondo da tenermi sveglia (da sempre detesto i film di cassetta che mi fanno inesorabilmente dormire).
Quando all’ingresso del cinema ho letto sulla locandina il nome di Lanthimos e subito appresso quello di Emma Stone (una delle attrici più insulse dell’intero panorama, non solo di quest’ultimo ventennio, ma della storia del cinema) mi è venuto da piangere.
Invece …
Anna è vecchia, dispotica, sola, disperata, bulimica, lesbica.
Sarah è bella, volitiva, intelligente, appassionata.
Abigail è graziosa, timida, ingenua.
Forse …
Attraverso le storie intrecciate delle tre donne che ne furono attrici (la regina Anna Stuart, Lady Sarah Churchill Marlbourough e Lady Abigail Hill Masham), il racconto della lotta per la successione al trono di Inghilterra (con quello che si è portata appresso: la fine degli Stuart, l’ascesa dei Tory, la resistenza dei Whig) che diventa pretesto per aprirci gli occhi sulla reale vita di palazzo in cui, tra intrighi, cattiverie, abomini inimmaginabili, non ci si può mai fidare di nessuno perché mai nessuno è quello che sembra.
Bella la fotografia, con un uso mai visto e assolutamente spregiudicato del fish-eye; fantastica la colonna sonora (un colpo di tamburo e un’arcata di violino, alternati, ritmano ossessivamente – arrivando a creare un senso di assoluto fastidio nello spettatore – i passaggi più lugubri); gli attori tutti perfettamente in parte (anche la Stone, mi duole ammetterlo).
Premetto che sono un Sardo di Barbagia. Il che sembrerà capzioso e, di fatto, lo è: capziosità una certa cavillosità sono caratteristiche salienti del Sardo di Barbagia. A noi le i senza puntino non ci piacciono proprio, anzi quando è possibile di puntini ne mettiamo due o tre, e aperta parentesi, e eccetera eccetera, e così via. Questo perché, se il Barbaricino non ha esattamente chiaro quello che è, ha invece perfettamente stampato a fuoco dentro di sé quello che non è. Per esempio: il Sardo Barbaricino capisce di essere sardo, cioè di far parte di un territorio definito, solo quando ha varcato il mare. Finché non c’è mare, non c’è Sardegna che tenga. Mi spingerei a dire che finché non c’è il mare non c’è nemmeno Barbagia che tenga. Il frazionamento, la messa in piega, il “Particolare”, arrivano a definire l’indefinibile in maniera entomologica: barbaricino, certo, poniamo di Nuoro, poniamo della zona di San Pietro, poniamo della zona del Rosario, poniamo del cortile tal dei tali e via così. E poi: figlio di, nipote di, fratello, o sorella di … eccetera. Ogni barbaricino è un albero genealogico vivente che ha una posizione e una tassonomia precisissime; è lui, ma quello che è dipende dalla perfezione della sua collocazione nell’universo locale.
Marcello Fois, in Sardegna non c’è il mare, Laterza 2008
André Kertész, L’orologio dell’Académie Française, 1929
Questo è un Buon Giorno, perché è un giorno Speciale! E questo BUONGIORNO! è per due persone speciali: Anna e Lodovica: due Cigni. Due Angeli battaglieri.
Quindi … godetevi il BUONGIORNO!
Una parte del mio mestiere consisteva nel persuadere i miei studenti più abbandonati a loro stessi che la gentilezza più del ceffone invita alla riflessione, che la vita in comunità ha delle regole, che il giorno e l’ora della consegna di un compito non sono negoziabili, che un compito malfatto è da rifare per l’indomani, che questo, che quello ma che mai e poi mai né i miei colleghi né io li avremmo abbandonati in mezzo al guado. Affinché avessero una possibilità di farcela, occorreva reinsegnare loro il concetto di stesso di sforzo, restituire loro il piacere della solitudine e del silenzio, e soprattutto il controllo del tempo, quindi della noia. Sì, qualche volta ho consigliato loro esercizi di noia, per collocarli nella durata. Li pregavo di non fare niente: non distrarsi, non consumare niente, nemmeno conversazione, né tantomeno studiare, insomma non fare niente, niente di niente.
“Oggi pomeriggio, esercizio di noia, venti minuti a non fare niente prima di mettervi a studiare.”
“Nemmeno ascoltare musica?”
“Assolutamente no!”
“Venti minuti?”
“Venti minuti. Orologio alla mano. Dalle 17.20 alle 17.40. Tornate diritti a casa, non rivolgete la parola a nessuna, non vi fermate in nessun bar, ignorate l’esistenza dei flipper, non riconoscete i vostri amici, entrate in camera vostra, vi sedete sul letto, non aprite la cartella, non vi mettete il walkman sulle orecchie, non guardate il vostro gameboy e aspettate venti minuti fissando il vuoto.”
“Per fare cosa?”
“Per curiosità. Concentratevi sui minuti che passano, non perdetevene neanche uno e domani mi raccontate.”
“E come farà, lei, a verificare che l’abbiamo fatto?”
“Non posso.”
“E dopo i venti minuti?”
“Buttatevi sui compiti come degli affamati.”
Daniel Pennac, Diario di scuola, 2007 – Traduzione: Yasmina Melaouah