AL CINEMA! Hotel Gagarin

Hotel Gagarin, la locandina
Hotel Gagarin, Simone Spada, 2018

Sergio: “Che cosa stai facendo?”

Elio: “Dipingo un cielo. Grande.”

Sergio: “E a che serve?”

Elio: “Non lo so.”

Sergio: “Mi sa che ti aiuto”

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Che ci fanno in un campo innevato nel cuore dell’Armenia, e per di più coi fucili spianati contro, un prof. di lettere perdutamente innamorato del cinema, una prostituta romana, un’enigmatica Russa, un elettricista di mezza età, un’autista (sì è corretto l’apostrofo, è una ragazza, l’autista) incallita fumatrice e incinta, un fotografo perennemente mezzo fatto?

Bisogna risalire a qualche settimana prima, a un politico maneggione, a un faccendiere suo amico mezzo disperato, a un fondo per la cultura erogato dall’Unione Europea e all’intenzione di appropriarsene a fini del tutto personali (e ben poco culturali).

Il prof. Speranza, alla ricerca delle sue origini armene, ha scritto la sceneggiatura di un film che proprio in Armenia si svolge e che non interesserebbe nessuno se un faccendiere senza scrupoli non venisse contattato da un amico politico che gli comunica l’erogazione di un fondo per sovvenzionare la produzione di un film, che sia un’opera prima di un illustre sconosciuto. Lo aiuta nell’impresa l’enigmatica Valeria (davvero brava Barbora Bobulova) che riesce a mettere insieme una troupe scalcagnata.

Partono e, una volta arrivati a destinazione, scoppia la guerra, l’ambasciata viene chiusa e scoprono che il finanziatore è scappato coi soldi.

Potrebbe essere l’inizio di una tragedia, e invece, costretti al confronto con se stessi, i nostri disperati scoprono che quell’improvvisa sterzata della vita può essere l’occasione giusta per cambiare.

 

Un cast in cui ciascun attore ha trovato il suo posto. Lieve e poetico, questo film che ci ricorda l’importanza di cominciare a smettere di sognare i propri sogni, per iniziare a realizzarli.

 

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Virgil: “Il cinema è la fabbrica dei sogni. Lei, sogna molto?”

Nicola Speranza: “Molto”

 

 

BUONGIORNO!

The Americans, Robert Frank, 1958

 

C’è ovviamente un altro genere di vitalità in The Americans: la vitalità dell’idioma con cui Frank vedeva il mondo. Era un modo di vedere che rivaleggiava col modo di scrivere dei Beats, uno stile che trasportava concretamente in forma visiva il ritmo del parlare quotidiano e del jazz. Era un idioma che trasformava la disperazione in un distaccato umorismo cosmico. Era uno stile che traeva un’energia stridente fuori dalla stupidità delle automobili, facciate dei negozi, insegne e gente privata dei diritti. Era una visione personale che trasformava un mondo impersonale in una divina commedia.

Gli Anni Cinquanta, l’America e gli Americani – Antologia di testi a cura di Bruno Boveri, Agorà editrice, 1997 – Jonathan Green, American Photography

 

AL CINEMA! La casa sul mare

Robert Guédiguian, La casa sul mare, 2017

 

Robert Guédiguian e i suoi attori di sempre, Ariane Ascaride (sua moglie nella vita), Gérard Meylan e Jean-Pierre Darroussin.

Una riflessione sulla vita che scorre, sulle strade intraprese, sempre più difficili da lasciare man mano che ci si inoltra nel cammino, sulla nostalgia per un mondo che a poco a poco chiede di cambiare e di essere lasciato in mano ad altri.

A causa della malattia del padre, i tre fratelli Angèle, Armand e Joseph si ritrovano nella grande casa sul mare dove Armand vive con l’anziano genitore e porta avanti la trattoria di famiglia secondo la tradizione. E la circostanza si trasforma in occasione per riflettere e fare i conti con un passato di tragedia, la morte della figlia di Angèle, annegata per una distrazione del nonno mentre era in vacanza nella grande casa, e con un futuro che è già alle porte e che parte da altrettanto tragiche premesse, nei panni di due bambini scampati a uno degli sbarchi dal Continente Nero, ma che si rivela anche più luminoso di quanto si potesse sperare.

Guédiguian guida i suoi protagonisti in questa storia di affettuose lontananze e di vicinanze spesso faticose, con mano delicata.

Emozionante il momento in cui i protagonisti ricordano un momento della loro giovinezza, che altro non è che una scena del film di “Ki lo sa”, film del 1985 dello stesso regista e con gli stessi tre attori.

 

BUONGIORNO!

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Luigi Ghirri, Amsterdam, 1981

 

Dicono gli Atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto di isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle.

Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite fino a sembrare stupida. una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale. Una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliante delirio…

La luce e il Lutto, Gesualdo Bufalino

 

 

BUONGIORNO!

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Anne Geddes

 

Perché si chiamino crescioni e non tortelli di spinaci, vattelapesca. So che si lessano degli spinaci, secondo l’uso comune, cioè senz’acqua e, spremuti bene, si mettono, tagliati all’ingrosso, in umido, con un soffritto di olio, aglio, prezzemolo, sale e pepe; poi si aggraziano con un po’ di sapa e con uva secca, a cui siano stati levati gli acini. In mancanza della sapa e dell’uva secca, si supplisce con lo zucchero e l’uva passolina. Poi questi spinaci, così conditi, si chiudono nella pasta matta N. 153 intrisa con qualche goccia d’olio, tirata a sfoglia sottile e tagliata con un disco (…)

Questi dischi si piegano in due per far prender loro la forma di mezza luna, si stringe bene la piegatura e si friggono nell’olio. Servono come piatto di trasmesso.

Artusi, La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene