Mi succede ogni volta che sono di fronte a una superficie riflettente. Una vetrina, il finestrino di un’auto. Mi succedeva quando lavoravo ancora e, a fine turno, con la faccia tirata e smunta dalla fatica, passavo davanti alle finestre del container che usavamo come mensa.
Mi sta succedendo anche adesso, qui, davanti allo specchio della mia camera.
Mi guardo e penso: “Sono davvero io quel vecchio lì?”.
Gli anni pesano. A tutti. Si perde potenza, si perde elasticità.
Ma io non sono mai stato un uomo forte.
Lo so, e comunque la mia immagine è lì a ricordarmelo.
La fine del mondo è speranza in un disegno, in un codice già scritto nella storia, da decifrare nel libro delle Scritture o nel gran libro della natura. In quel 21 dicembre 2012 e nell’ansia del suo esito si nasconde allora il nostro rifiuto psicologico dell’ipotesi che, forse, il cosmo non abbia alcun senso né alcuna direzione e che “noi umani abitiamo questo pianeta senza una ragione specifica né uno scopo stabilito dalla natura” (Gould 1999, 44). Una natura che forse non è in attesa di alcuna redenzione, ma è aggrappata alla sua autoconservazione, alla perpetuazione dell’imperativo vivere e di trasmettere la propria eredità. Refrattari a convincerci – come invece lo era l’ignoto estensore del Qohelet tra il IV e il III secolo a.c. – che sotto il sole non è “degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza, perché il tempo e il caso raggiungono tutti” (9, 11). Nessuno ha saputo dirlo meglio di Leopardi nelle Operette morali , in quel Dialogo della natura e di un Islandese in cui la prima, matrigna e indifferente, apostrofa così il secondo “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? … Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.
La fine del mondo – Guida per apocalittici perplessi, Telmo Pievani
Kin-Fo, ridiventato perfettamente calmo, si era sdraiato ancora sul divano ed esaminava, da uomo cui nulla stringe, la lettera giunta da otto giorni. Era indispettito con Sun per la sua negligenza, non per il ritardo. In che cosa mai poteva interessarlo una lettera qualunque? Essa non sarebbe stata la benvenuta, se non nel caso in cui gli cagionasse un’emozione. Una emozione, a lui!
La guardava dunque, ma distrattamente.
La busta, fatta d’una tela impeciata, mostrava sull’indirizzo e sul rovescio diversi francobolli di color vinoso e cioccolata, portanti in calce a un ritratto d’uomo le cifre di due e di sei cents.
Ciò indicava che essa veniva dagli Stati Uniti
– Bene! – esclamò Kin-Fo stringendosi nelle spalle, – una lettera del mio corrispondente di San Francisco!
Due studenti di ingegneria passeggiano per l’università quando uno dei due dice all’altro, ammirato: “Dove hai trovato quella bici?”.
Il secondo gli risponde: “In realtà, mentre passeggiavo, ieri, ed ero assorto nei miei pensieri, ho incontrato una bellissima ragazza in bici che si è fermata davanti a me, ha posato la bici in terra, si è spogliata completamente e mi ha detto ‘Prendi quello che vuoi’.”
Il primo annuisce e gli dice “Hai fatto bene, i vestiti ti sarebbero stati sicuramente troppo stretti”.
Gli Ingegneri non vivono, funzionano!, Federico Bellucci, 2010
Sono particolarmente legata a questo film perché è stato presentato al TFF, il Torino (che è poi la mia città) Film Festival. E lo so, a volte sono provincialmente campanilista.
Una mamma in cielo già da un po’. Un papà meraviglioso, che parla con lei usando una vecchia fotografia come telefonino. Uno zio professore di fisica che vive in Nevada, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Napoli. Questo l’universo di Anita, sedicenne troppo assennata per la sua età, e del piccolo Tito, ancora convinto della realtà dei sogni e della magia.
Poi anche il papà va via, perché la mamma lo ha chiamato. E i due piccoli vengono catapultati da quello zio speciale, che vive sì in Nevada, ma non certo a Las Vegas tra casinò, feste e donne bellissime. Nel deserto invece, e in solitudine (se si fa eccezione per Stella, la bella organizzatrice di matrimoni – “wedding planner” come piace dire oggi … – in stile film di fantascienza che gli porta la spesa e la posta), per seguire un segretissimo progetto governativo, alla ricerca degli alieni, che un generale intransigente vuole chiudere, perché non porta i risultati attesi.
E Tito si porta appresso anche la fotografia del papà, per parlare con lui, come con la mamma. L’ha staccata dalla lapide al cimitero….
Delicato e poetico. Profondo e leggero. Silente…
E pieno di vita, nonostante.
Il film (presentato al TFF 2018 – Torino Film Festival) è dedicato a Fausto Mesolella, autore della colonna sonora, scomparso durante le riprese.