Il pallido bambino con l’assurda faccia da paggetto e le mossette da cucciolo avanzò con la sua possente mole verso il ripostiglio e requisì il giaccone bianco di papà. Poi requisì gli scarponcini che aveva dipinto con lo spray bianco. Il fucile ad aria compressa no, non glielo avevano lasciato dipingere. Era un regalo di zia Chloe.
Nominava allegramente tutte le cose con il loro nome e non si metteva in soggezione nemmeno davanti alle signore; diceva delle banalità, delle oscurità, delle sconcezze con un non so che di disinvolto e di pacato da sembrare elegante.
Era la spregiudicatezza propria del secolo.
E’ da notarsi che il tempo delle perifrasi in versi è stato il tempo della verità in prosa.
Victor Hugo, Les miserables, parte terza, libro secondo, III. Luc-Esprit
In questa prima parte del progetto che si compone di due film, Sorrentino ci regala un film, se non bello, di sicuro interessante.
Lo divide in due parti nettamente distinte.
La prima, che paga lo scotto all’estetica rutilante e magniloquente già vista nella sua massima espressione ne “La grande bellezza”, smaschera il carrozzone quasi circense che gravita attorno al potere e al denaro, in un’orgia permanente da impero in decomposizione e che risponde fin nel minimo dettaglio all’iconografia che il popolo si è ormai costruita della politica romana dall’avvento del berlusconismo.
Svela la miseria di un mondo agognato da molti fatto uomini di piccolo (o piccolissimo) cabotaggio e smisurate ambizioni, avanti con gli anni, quando non decisamente vecchi, e donne giovani e bellissime, in tutto e per tutto consapevoli di essere sedute sulla propria fortuna e decise a farla fruttare nel breve lasso di tempo a loro disposizione: quello tra l’istante perfetto e lo sfiorire della propria bellezza.
La seconda parte, più mesta e domestica, presenta il leone sull’orlo della terza età. In crisi con la moglie, sempre più distante dal suo ideale di bella e sciocca, alla quale mente in modo spudorato quando si reca dalle sue sempre più giovani accompagnatrici. Certo di essere ancora smagliante e di aver fatto “tutto questo da solo” e contemporaneamente dimentico della lunga schiatta di uomini che gli sono serviti e che hanno pagato al posto suo e che ha finto di non aver mai conosciuto nel momento stesso in cui cadevano in disgrazia.
Estetizzante, volgare, disincantato, cinico, alienante … Una riflessione amara sulla finzione che è ciò che, chi non sa, definisce “la bella vita”.
Se non si è ricchi, avere del fascino non serve a nulla. L’atmosfera romantica è il privilegio dell’uomo ricco, non l’attività del disoccupato. Il povero dovrebbe essere pratico e prosaico. E’ meglio avere un reddito fisso che essere affascinanti: queste sono le grandi verità della vita moderna che Hughie Erskine non capì mai. Povero Hughie! Da un punto di vista intellettuale, bisogna riconoscerlo, non era gran cosa. Nella sua vita non disse mai niente di brillante, né tantomeno una cattiveria. Ma in fondo era stupendamente bello da vedersi, coi suoi capelli ricciuti e castani, il profilo perfetto e gli occhi grigi. Piaceva, e molto, tanto agli uomini quanto alle donne e aveva tutte le qualità, tranne la capacità di far soldi. Suo padre gli aveva lasciato la sua spada di cavalleria e una Storia della Guerra peninsulare in quindici volumi. Hughie appese la prima sopra allo specchio, ripose l’altra in uno scaffale tra la guida Ruff e il Bailey’s Magazine, e tirò avanti con duecento sterline all’anno che una zia glia aveva accordato. Aveva provato di tutto. Era stato in borsa per sei mesi. Ma cosa mai ci stava a fare una farfalla tra Tori e Orsi? Aveva resistito un po’ di più come mercante di te, ma si era presto stancato di pekoe e souchong. Poi aveva provato con la vendita dello sherry secco. Ma non faceva per lui: lo sherry era un po’ troppo secco. Negli utlimi tempi si era rassegnato a non far nulla: era diventato un giovanotto delizioso e inutile, con un profilo perfetto e senza alcuna occupazione.
Mesi e giorni sono eterni viandanti e gli anni che si succedono sono anch’essi viaggiatori. Chi per tutta la vita naviga su una barca, chi con la mano sul morso di un cavallo va incontro alla vecchiaia, giorno dopo giorno viaggia e fa del viaggio la sua dimora. Io stesso, da non so più quale anno, lembo di nuvola che cede all’invito del vento, non ho smesso di nutrire pensieri vagabondi.