AL CINEMA! Il prigioniero coreano

Il prigioniero coreano, Kim Ki Duc, 2016

 

Kim Ki Duc ci racconta una storia semplice: quella di un pescatore al confine tra due mondi fratelli che, pur parlando la stessa lingua, non si capiscono.

Nam Chul Wo è stato addestrato nei reparti speciali dell’esercito della Corea del Nord, ma terminato il tempo a servizio dello Stato, fa il pescatore sul litorale che divide le due Coree, vivendo i suoi giorni in serena povertà con la moglie molto amata e una figlia silenziosa.

Un giorno il motore della barca si rompe e la corrente lo porta alla deriva, verso l’altra sponda. Catturato dai servizi segreti dell’altra Corea, gli viene assegnato un tutore. Presto capisce che si tratta dell’unica garanzia che ha affinché le torture cui dovesse essere sottoposto non passino il segno.

Tra i due si instaura un rapporto di curioso rispetto reciproco, dettato dalla voglia di entrambi di capire l’altro e il mondo da cui proviene.

Un film che consiglio vivamente. Mio figlio lo ha amato molto, perché gli ha permesso di guardare con occhio distaccato (il regista non parteggia per nessuno, se non per le persone che racconta) una situazione quanto mai attuale.

Attori eccezionali, tutti perfettamente in parte.

BUONGIORNO!

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Les yeux fertiles, Teresa Zanetti, 2015

 

Non ci capiva né ci amava, oltre al Fernaspe e alla vedova Viganò, la portiera dello stabile, una donnetta rimpicciolita e smagrita dalla cattiveria, che potendo ci avrebbe fatto del male, spesso e volentieri. E bastava uscire un momento dalla cittadella attorno alla Braida del Guercio per sentire che anche gli altri, tutti, ci erano ostili. Eppure noi non trascuravamo mai di rivolgere la parola ai bisognosi, alle vecchiette piangenti a un angolo della strada, ai mendicanti, alle cassiere del bar, alle commesse dei negozi.

Ai passanti no, perché erano troppo occupati a passare …

Luciano Bianciardi, La vita Agra

 

BUONGIORNO!

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Our House is on Fire – Hossein, Shirin Neshat, 2013

 

Jihad: noi traduciamo sveltamente “guerra santa”, in verità questa fatale parola significa “sforzo”, “impegno”: a proseguire sulla retta via, in grazia di Dio, proni al suo volere. Ci sono la piccola Jihad e la grande. In antico, quando Maometto errava coi suoi seguaci (l’Egira) nell’Arabia preislamica, per sostentarsi compiva razzie, come tutti del resto i carovanieri di quel tempo crudele fatto di lussuria, di idolatria, di violenza, di rapina. Anche le razzie passavano per “piccoli sforzi”. Oggi, nell’era postmoderna, questa della virtualità che anticipa il futuro, la “Guerra Santa” è in fatto un’immensa razzia. Almeno nelle intenzioni di chi (…) vuole creare con la forza, con il terrore, un nuovo immenso “Stato islamico”, ricco di petrolio e di raffinerie di oppio.

Igor Man, L’Islam dalla A alla Z

 

BUONGIORNO!

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Seascapes, Sugimoto Hiroshi

 

– Arà! Fuosko-san desu-ka? – Non ho neppure avuto il tempo di affacciarmi alla porta che m’hanno riconosciuto! Altro che Urashima Taro; proprio l’opposto; mi sembrava di essere stato assente quindici anni e son stato via quindici minuti. L’accoglienza è straordinariamente cordiale ed affettuosa. Perfino Nicky e Midy sono trascinati nell’onda dei benvenuti, loro che forse non avevano mai messo piede in un posto così giapponese. Notizie di tutta la famiglia, ricordi, un correre affannoso di donne, un fruscio di kimono, un suono di fusuma che si aprono e chiudono, tè, biscotti, dolci giapponesi che sanno di pino, di ciliegio, di mare. Ora veramente deliziosa, da riempire il cuore di gioia.

Il cielo s’è fatto intanto più cupo; la madreperla è divenuta ragnatela, soffice e lanosa come un panno; la luce si diffonde uguale, tranquilla, vecchissima sul mondo. E’ meglio far presto a vagare pel giardino, forse vuol piovere. Tutti stanno conversando nella maniera più animata; gli uomini di macchine fotografiche (sì, anche il bonzo ha una magnifica Nikon, con gli ultimi obiettivi di grande luminosità), le donne non so di cosa, ma comunque cinguettano a cascatelle.

Fosco Maraini, Ore giapponesi

 

BUONGIORNO!

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Blue Details, Teresa Zanetti, 2016

 

La musica di Chet Baker aveva un inconfondibile profumo di giovinezza. Molti sono i musicisti che hanno impresso il loro nome sulla scena del jazz, ma chi altri ci ha fatto sentire con tanta intensità il soffio della primavera della vita?

Nel suo modo di suonare c’era qualcosa che faceva nascere in petto un ineffabile, lancinante dolore, delle immagini e dei paesaggi mentali che soltanto la qualità del suo suono e del suo fraseggiare sapevano trasmettere…

Murakami Haruki – Wada Makoto, Ritratti in jazz