BUONGIORNO!

gursky

99 Cent Diptycon, Andrea Gursky, 1999

Dovremmo distinguere la crescita dallo sviluppo. Sono realtà diverse. La crescita è uno sviluppo su se stesso, è l’autoriproduzione senz’altro scopo. Lo sviluppo è la trasformazione di potenzialità intrinseche in vista di un futuro rinnovato. Un tumore cresce, un essere vivente si sviluppa. Lo sviluppo implica un punto di partenza e l’orientamento a un punto finale. La crescita per la crescita è senza senso e conduce all’ipertrofia autodistruttrice. Lo sviluppo è generativo. La crescita è per la morte; lo sviluppo, per la vita. Ma, affinché non degeneri, occorre che abbia sempre obiettivi esterni ai quali tendere.

Se lo scopo del denaro è sempre altro denaro, la ricerca della sua crescita e dell’accumulazione è una forza devastatrice: nichilista e, al tempo stesso, devastatrice. Se volessimo, dunque, cercare una definizione potente e adeguata al tempo nostro di nichilismo, diremmo così: non semplicemente la mancanza di scopi, che di per sé significa semplicemente insensatezza, irrazionalità, gusto del bel gesto, cinismo, ma la coincidenza del mezzo con lo scopo. Avremmo così una definizione dotata di terribile razionalità: la pianificata e consapevole direzione verso l’illimitata dilatazione di sé, nell’ignoranza e nell’indifferenza rispetto a ciò che sta attorno. Fino al momento in cui ciò che sta attorno, e ne è vittima, nel suo ribollire, incomincia a rappresentare un pericolo per la propria autoriproduzione.

Gustavo Zagrebelsky, Moscacieca

 

BUONGIORNO!

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Back where you belong, Jack Vettriano

 

Avevo quasi rinunciato a incontrare di nuovo la Ragazza delle arance, e non riuscivo assolutamente a farmi un’idea su che tipo di persona potesse essere quel tizio sulla Toyota bianca. Poi mi venne un’idea: per una volta potevo anche andare alla funzione prima di tornare a casa in Humleveien. Ero ancora talmente inebriato da quella giovane misteriosa, da avere la sensazione che anche lei avrebbe potuto andare alla funzione prima di raggiungere la compagnia delle persone con le quali avrebbe festeggiato il Natale. (Di chi si trattava? Sì, chi erano?) Pensai che sarebbe stato più probabile incontrarla nel duomo, o, per essere più precisi, meno improbabile.

Ora devo sottolineare per chiarezza che niente di quanto sto raccontando sulla Ragazza delle arance è inventato per rendere la storia più interessante. I fantasmi non mentono, Georg, non hanno niente da guadagnarci. Ma, d’altra parte, non sto neanche raccontando tutto. Chi ha mai provato a fare qualcosa di così inutile?

Non c’è bisogno che riferisca tutti i tentativi falliti di ritrovare la Ragazza delle arance. Passai giorni e settimane a perlustrare tutto il quartiere di Frogner, ma non te li racconto, se lo facessi questa storia diventerebbe troppo lunga …

Jostein Gaarder, La ragazza delle arance

 

 

BUONGIORNO!

baustelle

 

– Stiamo morendo di fame, – dissi al padrone. Il coltello lo tenevo sempre nascosto dietro la schiena. – Ma non abbiamo un soldo.

– Ho capito … – fece il padrone annuendo.

Sul bancone era posato un tronchesino per le unghie. Il mio amico e io non staccavamo gli occhi da quell’arnese: era enorme, avrebbe tagliato le unghie di un avvoltoio. Un oggetto ideato per fare qualche brutto scherzo, di sicuro.

– Be’, se avete tanta fame qui c’è pane di tutti i tipi.

– Sì, ma non abbiamo soldi.

– Ho sentito, – disse il padrone con aria annoiata. – Non è necessario che mi paghiate, potete mangiare tutto il pane che volete.

Di nuovo guardai il tronchesino.

– Sono stato chiaro? Siamo qui per commettere un reato.

– Sì, sì …

– Quindi non accettiamo elemosine da un estraneo.

– D’accordo.

– Parlo sul serio.

-Ho capito, – disse di nuovo il padrone annuendo. – Allora facciamo così. Voi prendete tutto il pane che volete, e io vi lancio una maledizione. Vi va bene?

– Una maledizione? Tipo quale?

– Be’, una maledizione non è mai qualcosa di preciso. Non è mica come l’orario dell’autobus!

Murakami Haruki, Gli assalti alle panetterie

 

BUONGIORNO!

la_sciarpa_di_isadora

Teresa Zanetti, 2013

 

Io voglio, per comporre castamente le mie egloghe,

coricarmi vicino al cielo, come gli astrologi

e, vicino ai campanili ascoltare sognando

i loro inni solenni portati dal vento.

Con le due mani al mento, dall’alto della mia mansarda,

vedrò l’officina che chiacchiera e canta,

le ciminiere, i campanili, antenne di città

e i cieli immensi che fanno sognare di eternità.

È dolce, attraverso la bruma, veder nascere

la stella nell’azzurro, la lampada alla finestra

i fiumi di carbone salire al firmamento

e la luna rovesciare il suo pallido incanto.

Vedrò le primavere, le estati, gli autunni

E quando giungerà l’inverno con le sue nevi monotone

Chiuderò in ogni dove porte e finestre

Per costruire nella notte i miei palazzi di fate.

Allora sognerò di orizzonti bluastri,

di giardini, di acque piangenti negli alabastri,

di baci, di uccelli che cantano sera e mattino

di tutto ciò che l’Idillio ha di bambino.

La sommossa, tempestando invano ai miei vetri,

non mi farà sollevare la fronte dal mio leggio;

perché sarò immerso in questa voluttà

di evocare Primavera con la mia volontà

di trarre un Sole dal mio cuore, e di fare

dei miei pensieri ardenti una tiepida atmosfera.

Charles Baudelaire, Les Fleurs du mal,  Quadri Parigini – LXXXVI – Paesaggio

 

 

 

BUONGIORNO!

the-hole

The Hole, Tsai Ming Liang, 1988

 

… nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone; le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macellai puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati; dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, persino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d’estate sia d’inverno. Infatti nel diciottesimo secolo non era stato ancora posto alcun limite all’azione disgregante dei batteri e così non c’era attività umana, sia costruttiva sia distruttiva, o manifestazione di vita in ascesa o in declino, che non fosse accompagnata dal puzzo.

Il Profumo, Patrick Süskind