Etimologia popolare è quella operazione, da attribuire a uno stadio elementare di meditazione linguistica, per cui viene stabilito un rapporto semantico tra forme in qualche modo simili.
Giorgio Dolfini, Etimologia popolare e mito
Il mercenario è quello che vende merci a chiunque per guadagnarci.
Universal???s Chris Meledandri offers a new blueprint for making money in Hollywood (Courtesy Universal Pictures)
Un pittore contemporaneo tedesco, Gerhard Richter (Dresda, 1932), a partire dagli anni ’60, inizia a collezionare le fotografie che giudica interessanti. In origine il suo scopo è solamente quello di raccogliere le immagini in cui si imbatte come in iconografie “pronte all’uso” (dichiaratamente dei veri e propri “objét trouvésready made“, secondo l’insegnamento di Marcel Duchamp) per ottenere un serbatoio cui attingere per riprodurlo nei suoi quadri. Ricava quindi dai quotidiani, dalle riviste illustrate, da fotografie che lui stesso scatta … tutto il “visivo” che gli interessa. Con il passare del tempo si accorge che questo “accumulo” gli interessa di per se stesso, perché si è trasformato in un corpo unitario. Decide così di organizzare il materiale in pannelli su cui lo incolla, accostando un’immagine all’altra secondo il suo gusto, le sue idee e chiama il progetto “Atlas“, perché di un vero e proprio atlante per immagini si tratta.
Attualmente le fotografie sono circa 5.000, per un totale di oltre 700 pannelli, e vengono periodicamente esposte nelle più importanti gallerie d’arte del mondo. Guardandole scorrere, in questa sorta di flusso continuo, un film che ci si snoda davanti, si ha la sensazione che certe immagini siano caratterizzate da un’impronta comune, che rimanda ad altre esperienze visive, ad altre immagini e ricorda il gioco delle associazioni di idee, che si faceva da bambini.
Quello sopra è un mio piccolo atlante, con immagini prese da: FanHoBrunoTortaroloOpissoStevenShoreWilliamEgglestoneAndreasGurskyFrancescoZoiaTeresaZanettiAlfredEisenstaedGiacomoGalliPaoloDalPratoIMinionsAugustSanderDianeArbusStanleyKubrikRobertDoisneauWilliamKleinPacoRabanneTomWood …
Dopo l’esperienza francese, il mio interesse per i luoghi naturali si è diluito e il paesaggio si è affacciato nei miei lavori in modo discontinuo. Il tema costante della mia ricerca continua a essere la città, ma devo ammettere che l’esperienza visiva ed esistenziale vissuta all’interno della Mission ha modificato il mio approccio alla sua rappresentazione. Non è facile descrivere in modo esatto quale cambiamento sia intervenuto, ma, per esempio, a un metodo basato sulla lettura per frammenti o per singole facciate di edifici, ho accostato la scelta di visioni più complesse, nelle quali i singoli oggetti si amalgamano fra loro a formare un tessuto urbano che ne fissa e ne configura in modo inequivocabile l’identità.
Questa rappresentazione del tessuto umano come materia compatta, concepita spesso a strati con diverse profondità prospettiche che sovente nascondono l’orizzonte, deriva forse, anche se può non sembrare evidente, da una sorta di riduzione, da quella visione più dilatata, “naturale” e contemplativa che l’esperienza francese mi ha aiutato a definire.
Gun 1, New York, William Klein, 1955 Tom Wood, 1985
In cima alla scalinata, davanti alle porte chiuse del teatro, ho visto una sagoma che mi ricordava vagamente qualcuno, ma non riuscivo a capire chi. Era un uomo con un cappotto nero, reggeva come gli altri una candela, ed era circondato da diverse persone con cui parlava sottovoce. Al centro di quel cerchio dominava la folla, benché defilato attirava gli sguardi, dava l’impressione di essre importante, e per qualche strana ragione mi ha fatto pensare a un boss mafioso che partecipi, attorniato da guardie del corpo, al funerale di uno dei suoi uomini. Lo vedevo di scorcio; dal bavero rialzato del cappotto spuntava un pizzetto. Accanto a me, una donna che pure lo aveva notato si è rivolta alla vicina: “E’ venuto Eduard, bene”. L’uomo ha girato la testa, come se nonostante la distanza l’avesse sentita. La fiamma della candela ne ha scolpito i lineamenti.
The Football Game, Austin, Texas, Garry Winogrand, 1974
Nel taxi la radio trasmetteva un programma di musica classica in FM. Il brano era la Sinfonietta di Jànacek. Non esattamente la musica più adatta da sentire in un taxi bloccato nel traffico. E del resto nemmeno l’autista sembrava ascoltarla con troppa attenzione. L’uomo, di mezza età, era impegnato a guardare in silenzio la fila interminabile di auto che aveva davanti, come un pescatore provetto che, ritto a prua, scruta un minaccioso gorgo di correnti. Aomame, sprofondata nel sedile posteriore, gli occhi leggermente socchiusi, ascoltava la musica.
Quante persone ci saranno al mondo che, sentendo l’attacco della Sinfonietta di Jànacek, possono dire con sicurezza che si tratta proprio della Sinfonietta di Jànacek? La risposta potrebbe variare tra “pochissimi” e “quasi nessuno”. Eppure, per qualche ragione, Aomame era in grado di riconoscerla.
Janacek aveva composto quella piccola sinfonia nel 1926. Il tema iniziale era stato scritto come fanfara per una grande manifestazione sportiva. Aomame provò a immaginarsi la Cecoslovacchia nel 1926. I suoi abitanti, dopo la fine della Prima guerra mondiale e la liberazione dal lungo dominio asburgico, si godevano la pace temporanea che aveva visitato l’Europa centrale, bevendo birra Pilsner nei caffè, e producendo mitragliatrici belle e potenti. Due anni prima si era spento, ignorato dal mondo, Franz Kafka. Presto, non si sa bene da dove, sarebbe comparso Hitler, e in un attimo avrebbe divorato quel paese bello e accogliente, ma allora nessuno sapeva che sarebbe accaduta una cosa tanto terribile. Forse la frase più importante che la storia insegni agli uomini è “A quel tempo nessuno sapeva ciò che sarebbe accaduto”. Ascoltando la musica, Aomame immaginava il vento che attraversava dolcemente le pianure della Boemia, e pensava agli eventi della storia.
Nel 1926 era morto l’imperatore Taisho, e aveva avuto inizio l’era Showa. Anche in Giappone stava per cominciare una fase buia e odiosa. Finiva il breve interludio del modernismo e della democrazia, e il fascismo acquistava potere.