Quando sei per strada e una donna svolta l’angolo e ti si sottrae, e per un istante cogli il profilo del suo volto, il movimento della sua spalla, la forma del suo corpo, tu ti impegni … Ti innamori per un istante, o i tuoi sensi vengono turbati per un istante. Poi quella persona scompare e tu l’hai perduta per sempre. Quel che provi in quell’attimo, quell’occhiata a qualcuno fuori della tua portata, è ciò che ti dice di scattare una fotografia. E’ una sensazione. Quella donna è il mio equivalente fisico là fuori nel mondo. Per un momento lei occupa un posto che è sempre aperto, un posto in cui la sensazione può risiedere per un istante.
Le chiesi Lo Straniero. Lei si illuminò, disse che ne aveva più di un’edizione e mi consigliava la Gallimard. Mi aiutò a compilare la scheda per il prestito, avrei dovuto portare una fototessera, per il momento avrebbe firmato lei, invece dei miei genitori. Come stavano, a proposito?
– Si sono separati, – la guardai – Emmanuel.
Marie annuì, mi disse di aspettarla nella stanza degli ordini, un atrio rivestito di moquette verde che sapeva di polvere. Andò a prendermi il libro al piano di sotto, un magazzino sconfinato dove conservavano i volumi che gli addetti facevano arrivare con un montacarichi.
Tornò con il romanzo, lo protese tra le mani, me lo diede. – Leggi Camus e torna subito qui. C’est un rendez-vous.
Tra me e l’appuntamento dei sogni c’era questo libriccino ingiallito.
Elisa è muta, ha un amico omosessuale, una collega nera e si innamora di un mostro.
Ci sono tutti gli ingredienti per una storia melensa sulle diversità (diversamente parlante, diversamente etero, diversamente bianco, diversamente umano …) e sul modo di superarle per vivere tutti felici e contenti.
Ma invece no. Del Toro racconta una fiaba che stravolge tutti i canoni e senza mai cadere nella melassa avvolgente dei buon i sentimenti.
E, da vero innamorato del cinema, lo fa citando a piene mani: dal Meraviglioso mondo di Amélie al Mostro della laguna nera, alla Fabbrica di cioccolato, passando per The Blob.
Poesia, delicatezza, grazia … il tutto accompagnato dalla colonna sonora, curata da Alexandre Desplat, con maniacale precisione, che definire meravigliosa è riduttivo.
Esistono momenti in cui il dio della fotografia decide di farti un regalo: è esattamente ciò che è successo quel pomeriggio.
Alcune fotografie le devi pianificare e ci devi lavorare a lungo. Questa è semplicemente venuta”.
Ho inseguito Alex Webb a lungo per parlare della fotografia perfetta, di una in particolare, scattata sul confine tra Stati Uniti e Messico nel 1979. Quando ormai stavo per rinunciare gli ho mandato un’ultima email in cui gli dicevo che la sua foto era la prima che avevo comprato e che l’avevo sempre avuta davanti agli occhi, che non poteva non esserci nel mio libro. Alla fine mi ha risposto con una riga: “Ho capito, ti aspetto a Londra, alla fine del meeting annuale di Magnum”.
Fino all’ultimo ho pensato che non sarebbe mai arrivato, era bloccato nel traffico e io sono rimasto per quasi un’ora sotto la pioggia. Poi, nel bar di un albergo a Portman Square, davanti a una birra, finalmente mi ha raccontato di quell’istante al tramonto, in un campo di fiori gialli, in cui il tempo, gli uomini, l’aria e perfino un elicottero apparvero immobili, quasi dovessero restare fermi in quel quadro per sempre.
Il bambino non sembrava inchiodato, ma sfracellato davanti a loro, scagliato contro quella porta da una forza d’altri tempi.
“Ce n’è dappertutto”.
Si parla così dei morti, di cui la nostra vita ci dice che ormai sono soltanto materia. La suddetta materia, grumosa e sanguinolenta, tappezzava il pianerottolo ben oltre gli stipiti della porta.
“Non gli hanno nemmeno tolto gli occhiali”.
S’, e come spesso accade, quel dettaglio insignificante accresceva immensamente l’orrore.
Lo sguardo dilatato del bambino fissava il gruppetto attraverso il doppio cerchio degli occhiali rosa. Sguardo di civetta sacrificata.
“Come hanno potuto … come?”
L’avvocato La Herse si scopriva improvvisamente ostile a ogni forma di violenza.
“Guardate, respira ancora.”
Se si poteva chiamare respiro quel sibilo di polmoni sparpagliati. Se si poteva chiamare respiro quella schiuma rosata che imperlava le labbra del bambino.
“Le mani … i piedi …”
Né mani, né piedi … probabilmente maciullati dai chiodi mostruosi all’interno della djellaba. Ed era proprio questa la cosa peggiore, la djellaba quattro volte amputata, che era stata bianca.
“La polizia, chiamate subito la polizia!”
L’avvocato La Herse aveva lanciato l’ordine senza riuscire a staccare gli occhi dal bambino suppliziato.
“Niente polizia!”
Su questo punto Six la Neve non transigeva.
“Da quando in qua, la polizia?”
Uno dei loro principi infatti era quello di non ricorrere mai alle forze dell’ordine. Da quando in qua un pubblico ufficiale competente , che ha prestato debito giuramento, perfettamente assistito, aveva bisogno del concorso della forza pubblica per assolvere il proprio incarico?
Quindi il vecchio fabbro scrutò tranquillamente la faccia del piccolo martire.
Allora il bambino parlò. Distintamente, ma come un’anima che già si invola.
Il bambino disse:
“Non entrate”.
Six inarcò le sopracciglia.
“Possiamo sapere perché?”
Il bambino disse:
“Dentro è ancora peggio”
Difficile immaginare una risposta più dissuasiva, ma essa non turbò affatto il fabbro. Percorrendo con uno sguardo tranquillo la massa sanguinolenta, si limitò a chiedere:
“Posso assaggiare?”
Senza aspettare l’autorizzazione, tuffò il dito indice nella ferita che lacerava la djellaba sul fianco destro del bambino, lo leccò con cura, fece schioccare la lingua e concluse:
“Harissa”.
Gli occhi rivolti al cielo cercavano sfumature:
“Harissa … Ketchup …”
Schioccava la lingua come un vero intenditore:
“Una punta di marmellata di lamponi …”
Neanche avesse passato la vita a mangiare martirio.
“Ma perché le cipolle?”
“Per fare la pelle”, rispose spontaneamente il piccolo.