Raccolgo qua e là altri pensieri sparsi

Non ho mai provato nulla
di simile con nessun
altro prima di te.
Un'attrazione fisica
e mentale insieme, che
si nutrono l'una
dell'altra e entrambe
di una tensione quasi
sadomasochistica, fatta
di filosofia e di scherzi
e letteratura, d'ironia
e dispetti e piccole
crudeltà e gesti d'amore
così minuscoli da essere
invisibili agli occhi
degli altri. Ma non
ai nostri, che ben
sappiamo cercarli
là dove si nascondono.

Il gatto e il topo

Se vogliamo continuare
a giocare al gatto col topo,
tu e io, a me sta bene.
C'è qualcosa di erotico in questo
continuo tira e molla che ci fa
eternamente languidi,
eternamente affamati
l'una dall'altro.
Uno shibari
in cui le parole sono corde
e ciascuno di noi due è
allo stesso tempo chi
lega e chi è legato
e un po' stringe
il nodo e un po'
lo allenta, nel continuo
aggiustamento di un equilibrio
che non può che essere instabile,
perché non sappiamo mai quando
l'altro deciderà
di parlare e possiamo
solo aspettare
la sua prossima mossa...

Da mio padre ho imparato

Da mio padre ho imparato
la parresia.
Perché non ci siano malintesi.
O per ridurli al minimo, quantomeno.
Declino questo parlar chiaro, chiamando con il suo nome proprio, ogni cosa,
anche se questo mi fa antipatica
alla maggior parte delle persone
che hanno a che fare con me.
E che di sicuro, tra l'altro,
fa a pugni
con le metafore, che
lasciano quelle zone
d'ombra tanto affascinanti
quando si tratta di poesia,
ma che rischiano di complicare orrendamente
le cose nei rapporti umani.

Mentre mi fissi

Mentre mi fissi con gli occhi lucidi e una smorfia di dolore che ti sconvolge il volto, stringi nel pugno che ancora risponde al tuo comando tutti i tubicini cui è appesa la tua vita.

Non diciamo nulla, perché ormai non puoi nemmeno più parlare, ma io capisco parola per parola tutto quel che mi vuoi dire. Che la vita non è fatta per essere subita. Che continuare a vivere per la sola paura di morire non è nemmeno un’ipotesi sul tuo tavolo da gioco.

In poco più di due settimane, questo mostro assurdo, che ti è esploso dentro tutto d’un colpo, ti ha portato via a te stesso. Il fisico atletico è un sarcofago di ferro. La voce pacata e profonda, arrugginita da migliaia di sigarette, non risuona più nelle mie stanze. Nemmeno lo scoppio della tua risata. Persino il proverbiale promontorio che caratterizzava il tuo viso è ora una lama sottile e affilata…

Non ci sono parole. Solo ti prendo la mano. Allento la morsa delle tue dita che sembrano rimaste il solo luogo in cui si concentra la forza che ti ha sempre abitato. Ti sistemo le flebo, il catetere, il respiratore …

Il medico è costernato e mi dice che si potrebbe tentare una manovra.

Lo fisso, esattamente come avresti fatto tu: senza distogliere lo sguardo. Senza battere ciglio. E con una voce ferma che mai mi sarei sospettata gli chiedo: è una manovra alla quale lei sottoporrebbe suo padre?

Si stringe nel camice. È una brava persona e non sa fingere. Abbassa gli occhi. Esce dalla stanza.

Rimaniamo tu e io, nella penombra di questa sera di un luglio quasi australe.

E finalmente ti assopisci.