THE FAMILIES OF MAN

Sì, avete letto bene, “The Families” e non “The Family”. Non mi sono sbagliata.

La fine di agosto è per me il momento delle mostre. Non che durante il resto dell’anno (covid permettendo, naturalmente, da un po’ di tempo in qua) non frequenti i musei. Però… la fine di agosto è il periodo in cui mi diletto a fare la turista in casa mia (e dintorni).

La Regione Valle d’Aosta riunisce in sé due caratteristiche eccezionali: è regione autonoma ed è regione ben amministrata (è intuitivo capire come l’una cosa senza l’altra non porti frutti altrettanto buoni).

Questa singolare, e fortunata, combinazione permette, tra le altre cose, una vita culturale di alto (quando non altissimo) livello.

Tutti conosciamo le belle esibizioni organizzate dal Forte di Bard, mi riferisco anzitutto alle mostre fotografiche perché questo argomento, come è noto ai miei poco più che venticinque lettori, mi sta particolarmente a cuore.

Ma non esiste solo il Forte di Bard.

A Chatillon c’è il Castello Gamba (attualmente espone una temporanea sul pensiero di Giugiaro letto in parallelo rispetto a quello di Leonardo, di cui parlerò in un altro post).

Tutto questo sproloquio iniziale per arrivare a dire che … Ieri sono andata ad Aosta dove, al MAR (Museo Archeologico Regionale) è in esposizione (fino al 21/10/2021) … The Families of Man.

I curatori Elio Grazioli e Walter Guadagnini, intelligenti e sensibili, partendo dalla arcinota The Family of Man, esibizione tenutasi al MoMA, all’indomani della seconda guerra mondiale per celebrare la fraternità tra i popoli, sotto l’egida del deus ex machina Edward STEICHEN, hanno allestito nelle stanze del museo aostano una riflessione per immagini sugli ultimi trentadue anni di storia mondiale.

Dalla caduta del muro di Berlino all’irruzione nelle nostre vite della nuova Sars Covid2, con tutto quello che questa catastrofe mondiale si è portata appresso, le fotografie si snodano in un racconto quasi privo di parole e che però, o forse proprio grazie a ciò, è pregno di significati.

La storia narrata dalla mostra tiene insieme e pone in relazione tra loro tre piani di lettura: i cambiamenti subiti dal paesaggio in conseguenza di rivolgimenti politici, economici e naturali (cito per tutte le fotografie che documentano i luoghi del Muro di Berlino prima e dopo quel fatidico 29/11/1989), il modo in cui questi cambiamenti si sono riverberati sulla società (ad esempio per le ondate di migranti che ne sono derivate e l’impatto del loro arrivo nelle vite di coloro che abitano i paesi più ricchi), i modi in cui i popoli hanno reagito (adattandosi, non adattandosi, reinventandosi …) a questa cosa che chiamiamo “globalizzazione” e che, volenti o nolenti, ci fa sempre più cittadini del mondo intero e sempre meno “esponenti di razze pure”.

Mentre osservavo, mi rendevo conto (se ce ne fosse ancora bisogno) di quanta parte abbiano le fotografie in tutto questo. Documentazione, certo, racconto, anche, ma pure insegnamento, conoscenza e con essi apertura mentale.

Siamo alle solite: se ci raccontano un luogo, una situazione, una persona, un modo di vivere o qualsiasi altra cosa possa venire in mente, per quanto sia grande l’abilità del narratore di descrivere attraverso le parole, resta comunque sempre intatta la possibilità di conferire, a nostro piacimento, la forma e il colore.

Tutto ciò che non vediamo resta in qualche modo astratto.

Ma nel momento in cui ci esibiscono una fotografia, la sfera della nostra fantasia si riduce sensibilmente.

Potere dell’immagine fatta a macchina che, per quanto non sia riproduzione fedele della realtà, ne è comunque il miglior documento possibile a nostra disposizione.

Tessere, mosaici, oggetti preziosi … Fotografie – prima parte

Quante volte ci è capitato di scandalizzarci, di sentirci quasi offesi, scoprendo che fotografie che ci appaiono francamente insulse, quando non del tutto inutili, sono invece considerate pietre miliari della storia della fotografia?

Quante volte abbiamo letteralmente sobbalzato sulla sedia sapendo che “una foto che saprei fare meglio io” è stata esposta, con grande consenso di critica e pubblico, in istituzioni museali internazionali di altissima fama e prestigio?

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E’ ARTE QUESTA?
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Bernd & Hilla BECHER, Fachwerkhäuser

E QUESTA? QUESTA, E’ ARTE?
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William EGGLESTONE, William EGGLESTONE’s Guide

O ANCORA QUESTA … E’ ARTE?
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Thomas RUFF, Andere Porträts

La domanda è capziosa, quasi una domanda retorica volta ad ottenere proprio una risposta negativa.

Volutamente fuorviante, equivale a chiedere

tessere-mosaico
QUESTE TESSERE DI MOSAICO, SONO ARTE?

Attenti bene che, se si trattasse di un’installazione di “arte contemporanea”, la risposta potrebbe essere proprio sì … Ma non lo sono (un’installazione di arte contemporanea, intendo), per fortuna.

I processi di significazione sono materia delicata.
Impongono di fermarsi davanti al fenomeno che si sta osservando con la consapevolezza che la presenza di chi lo osserva, inevitabilmente, lo altera.

Saussure liquida la faccenda in maniera piuttosto sbrigativa sostenendo che a ogni “significante” corrisponde un “significato”.

Dove per “significante” intende un “segno”, cioè un “qualcosa” di materialmente presente che “sta al posto di qualcos’altro”.

E per “significato” QUEL “qualcos’altro”.

La parola “sedia”, ad esempio, sta al posto dell’oggetto concreto su cui appoggio le mie terga quando sono stanca.
La parola “sedia” è quello che mi permette di chiedere un oggetto per appoggiare le mie terga e di vedermelo offrire dal mio interlocutore (ammesso che sia abbastanza cavaliere da farlo), senza che debba sempre averne una a portata di mano da indicare per far capire di che cosa ho bisogno.

Da questo punto di vista viviamo sostanzialmente in un mondo di metafore. Inquietante no?

E fin qui tutto bene (o almeno così parrebbe).

Le cose però si complicano se solo si pensa che ci sono significanti con più significati.
Basti pensare alla parola “affetto”.
Un sostantivo maschile singolare (primitivo, astratto … cara vecchia analisi grammaticale! Ecco a che servivi!!!) che esprime i miei sentimenti di devozione verso qualcuno.
Un participio passato che indica che mi sono beccato qualche malattia.
Un indicativo presente che può far pensare che abbia cambiato mestiere e mi sia messa a fare la salumiera.

E’ per questo che qualcuno ha cominciato a pensare che attribuire un significato a un significante non fosse una cosa così lineare.
Peirce, ad esempio.
Un giorno gli viene in mente di introdurre nella coppia perfetta un terzo incomodo.
“L’interpretante”.
Si badi bene che non è “l’interprete”, cioè colui che si accosta al fenomeno compiendo un atto semiotico, un atto, cioè, di attribuzione di senso.
L’interpretante è invece l’elemento chiave, la chiave di lettura che collega i due termini dell’operazione, tramite cui si attribuisce significato al significante.

Eh, ma … a sua volta, anche l’interpretante è un segno.

E quindi bisognerà attribuirgli un significato …

Avremo bisogno di un altro interpretante?
La risposta è sì.
E per attribuire significato a questo nuovo interpretante, come faremo?

La risposta è dentro di voi. E so già che è quella giusta.

La catena è infinita.

Proviamo per esempio ad attribuire significato alla parola libro.

Probabilmente ci serviremo di interpretanti quali “pagine”, “inchiostro”, “scrittura” …
Ma volendo andare più a fondo, anche a questi interpretanti dovremo attribuire significato.
E magicamente li trasformeremo in segni che spiegheremo attraverso altri interpretanti e così via.

Ecco perché la semiosi (o semiotica, il che è lo stesso, perché Eco, che ne è universalmente riconosciuto come il padre, nel Trattato ci autorizza a farlo) è un processo iterativo.
E tendente all’infinito.

Il “segno” è denotazione.
L’interpretante è connotazione.

Ma, sulla base di quello che abbiamo detto fin qui, ogni segno è contemporaneamente connotazione per quel che lo precede, denotazione per quello che lo segue.

Ma la catena si ferma?

Se intendiamo la semiosi come un processo lineare, sì.
Dovrebbe esistere da qualche parte un significante assoluto che contiene in se stesso il proprio significato.
Una sorta di “motore primo” dei significanti.
Peccato che nessuno lo abbia ancora trovato.

E se, invece, cominciassimo a pensare la semiosi come qualcosa di circolare?
Eco ha cominciato a pensare che il significato di un segno è attribuito dal “contorno”.
Ciò che precede si comprende con ciò che segue.
Ma anche viceversa.
E non solo.
Ciò che è più ristretto e ri-compreso in ciò che è più ampio.
Che a sua volta assume significato dalla somma di ciò che abbraccia.

Si comincia a capire dove voglio andare a parare?

In fotografia, a differenza che in pittura o in scultura, le arti che più le si avvicinano, non è l’oggetto a essere prezioso (o meglio, non sempre, perché se pensiamo a quanto costa produrre le immense stampe cromogeniche di Gursky ci viene un infarto. Per non parlare delle platinotipie di Sugimoto, in cui il supporto stesso è un oggetto preziosissimo).

Una stampa, purché realizzata con lo stesso identico metodo, vale l’altra.
Quello che conta, invece, è “l’idea” trasfusa nell’oggetto.
Ma quell’idea non può trarsi dalla singola fotografia.

E infatti i tre esempi con cui ho aperto questo sproloquio non sono fotografie a se stanti.
Sono, invece, parte di progetti di molto più ampio respiro.
Sono tessere di mosaico e assumono significato grazie alla tessera che le precede. Al contempo ne conferiscono a quella che le segue.

E solo guardando l’insieme si potrà apprezzarne il vero valore, esattamente come quando ci troviamo alla presenza della maestà del mosaico di Sant’Apollinare in Classe.

E attenzione!
Spostare una tessera CAMBIA inesorabilmente il significato del mosaico.
Si tratta di un’operazione forse ancora più capziosa della sua estrapolazione dal contesto.

E non possiamo fermarci qui, perché ognuno degli autori di quelle tre fotografie ha espressamente dichiarato che il suo lavoro affonda le proprie radici nel lavoro di altri, fotografi e pittori, scrittori e scultori, che li hanno preceduti e che hanno fatto a loro volta considerazioni tratte dall’opera di altri ancora … In un processo semiotico infinito.

Quindi bisogna andare a ritroso?
Sarebbe opportuno.
E come fare?

Guardando.
Che cosa?
I lavori per intero.
E quelli in cui questi affondano le proprie radici.

Lavori di grandi autori, significativi per chi è venuto dopo.
A loro volta frutto di considerazioni sul lavoro di chi è venuto prima.
Bibliografia:
1) Umberto Eco, Trattato di semiotica generale, Einaudi, Torino

2) Ferdinand de Saussure, Cours de linguistique générale, a cura di A. Sechehaye e C. Bally

3) The Peirce Seminar Papers: an Annual of Semiotic Analysis: 1994, a cura di Michael Shapiro