Metropolis 2

Metropolis2
Antonio MERCADANTE, Metropolis 2

Su https://www.photo4u.it/ , uno dei due siti di fotografia dove (insieme all’ormai defunto http://www.maxartis.com) curavo una piccola rubrica di cultura (anzi “Qultura” come ironicamente mi piaceva definirla) fotografica, verso la fine di settembre 2018 mi imbatto in una fotografia insolita.

Grattacieli imponenti svettano in un cielo che pare disegnato con ampie spatolate di luce.

Un aereo si libra lontano.

Il saettare bianco dei tetti degli edifici industriali separa in modo netto quel che “sta sotto” che, a un primo sguardo, interpreto come un viadotto posato su massicci piloni.

Mi è sufficiente aprire la miniatura per accorgermi che, invece, si tratta di una vecchia lamiera ondulata, al di là e al di qua della quale la vegetazione tipica delle cose abbandonate sta, inesorabilmente, riprendendo i suoi spazi. Prendendo il sopravvento.

A colpirmi gli occhi è proprio questo sfalsamento dei piani, questo “davanti” che, a tutta prima, mi sembra “sotto”.

Condisce il tutto un bianco e nero ricco, quasi palpabile.

Infine (infine per me, essendo sempre l’ultima cosa su cui indago quando studio una fotografia), l’irruzione di un elemento all’apparenza incongruente: il titolo.

Decidere di dare un titolo a una fotografia è un impegno che si assume nei confronti di chi la guarda perché, fornendo una chiave di lettura, determina una visione veicolata.

Certo, ognuno è poi libero di guardare e trarre le proprie conclusioni, che saranno dettate dalla sua sensibilità, dalle sue esperienze, non solo visive, in altre parole dalla sua cultura, come si è andata formando nel tempo.

Ma … Il titolo resta, come un’ancora che impone all’osservatore di cercare, nell’economia dell’immagine, quanto chi l’ha realizzata sostiene di averci messo.

Il titolo diventa, così, una tesi che la fotografia deve dimostrare con solidi argomenti.

L’immagine, dal canto suo, deve contenere in sé, contestualmente, argomentazioni a sostegno di quella tesi e una conclusione sulla validità delle argomentazioni stesse.

E in fondo non è poi così importante, come sostiene qualcuno[1], che fotografo e destinatario parlino a priori la stessa lingua, che interagiscano sullo stesso piano culturale, per poter veramente capirsi: se il “lettore” è un curioso cercherà certo di informarsi e formarsi sulle ragioni dell’autore.

“Metropolis 2”, quindi.

Per me, il richiamo a Fritz Lang è immediato.

Vado a ripescare nella memoria quanto so del film.

Il 2026 è un futuro lontano, all’epoca in cui viene realizzato, ma assai prossimo a quest’oggi, in cui viviamo cose che, nel 1927, mai si sarebbero potute nemmeno sognare. In cui, per contro, tutte quelle allora immaginate ci appaiono ingenue.

Tuttavia, per certi aspetti, il film racconta una storia che ha risvolti inquietantemente attuali.

Una società sempre più spaccata (da non dimenticare che la pellicola viene realizzata durante la Repubblica di Weimar), in cui i ricchi abitano alti grattacieli che si stagliano su cieli carichi di presagi, trascorrendo le giornate in inutili mollezze, mentre i poveri, sfruttati e ridotti a poco più che macchine, sono relegati nel sottosuolo, impegnati in un lavorio incessante e fine a se stesso.

Su tutti veglia il Dittatore, proprietario della fabbrica in cui giorno e notte faticano gli uomini del sottosuolo.

La sua sola presenza garantisce l’ordine, l’agiatezza ai pochi, lo stretto necessario ai molti.

La calma apparente viene travolta dall’arrivo improvviso nella vita del figlio del Dittatore della bellissima insegnante e profetessa Maria che, mentre gli operai meditano la rivolta, parla ai loro figli di un mondo migliore, pacificato e senza iniquità.

Ritrovo, quindi, il doppio sistema di relazioni sopra descritto.

Quello interno, tra le componenti dell’immagine, che “si tengono”[2] le une rispetto alle altre, in un’unità che ne determina il senso: gli edifici “sopra”, solo apparentemente solidi ma che, a causa di ciò che sta “in mezzo” e non permette di vedere oltre, hanno fondamenta già corrotte da ciò che sta arrivando da sotto.

Quello esterno, collegato al titolo attraverso i significati che le componenti dell’immagine richiamano.

Così, a rispondenze dirette, come ad esempio i grattacieli del film, fanno da contraltare correlazioni mediate, come possono esserlo la vegetazione che invade lentamente le strutture e che, provenendo dal sottosuolo, associo ai facinorosi pronti ad insorgere. O ancora l’aereo che solca il cielo, distante eppure catalizzante, che mi piace vedere come Maria, portatrice di un’idea di libertà.

Infine, Mercadante rispetta i patti anche dal punto di vista iconografico.

La città del futuro immaginata da Lang, cupa, incombente, fatta di strutture svettanti che schiacciano a terra e nel sottosuolo l’uomo, in lotta continua per la sopravvivenza, reificato e ridotto a macchina utensile, ha influenzato generazioni di fotografi e cineasti.

Che quella città è poi New York, cui lo stesso Lang dice di essersi ispirato, una metropoli appunto, anzi, il paradigma di tutte le metropoli: tentacolare, in perenne movimento, incontenibile, dove tutto può succedere, in cui le persone sono ritratte nell’atto di muoversi, all’unisono, da un luogo a un altro e quasi mai nel punto di partenza o in quello di arrivo.

Concludo osservando che il sistema titolo-fotografia, a mio parere, in questo caso si risolve in senso positivo[3]. E tuttavia resto perplessa sull’opportunità che l’autore orienti la lettura del fruitore, così togliendoli la libertà di interpretare secondo il proprio modo di vedere.

[1] Cfr. Jean-Marie Floch, Les Formes de l’Empreinte, éd. Pierre Fanlac, Périgueux, 1986

[2] Cfr. Charles Bally et Albert Séchehaye, Ferdinand de Saussure – Cours de Linguistique Générale, éd. Payot, Paris, 1971

[3] Cfr. John Stuart Mill, System of Logic, in Collected Works of John Stuart Mill: a System of Logic, Ratiocinative and Inductive, ed. Liberty Fund, London 2006

Ulteriore bibliografia:

Hannah Arendt, Le origini del Totalitarismo; La banalità del male

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Tessere, mosaici, oggetti preziosi … Fotografie – prima parte

Quante volte ci è capitato di scandalizzarci, di sentirci quasi offesi, scoprendo che fotografie che ci appaiono francamente insulse, quando non del tutto inutili, sono invece considerate pietre miliari della storia della fotografia?

Quante volte abbiamo letteralmente sobbalzato sulla sedia sapendo che “una foto che saprei fare meglio io” è stata esposta, con grande consenso di critica e pubblico, in istituzioni museali internazionali di altissima fama e prestigio?

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E’ ARTE QUESTA?
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Bernd & Hilla BECHER, Fachwerkhäuser

E QUESTA? QUESTA, E’ ARTE?
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William EGGLESTONE, William EGGLESTONE’s Guide

O ANCORA QUESTA … E’ ARTE?
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Thomas RUFF, Andere Porträts

La domanda è capziosa, quasi una domanda retorica volta ad ottenere proprio una risposta negativa.

Volutamente fuorviante, equivale a chiedere

tessere-mosaico
QUESTE TESSERE DI MOSAICO, SONO ARTE?

Attenti bene che, se si trattasse di un’installazione di “arte contemporanea”, la risposta potrebbe essere proprio sì … Ma non lo sono (un’installazione di arte contemporanea, intendo), per fortuna.

I processi di significazione sono materia delicata.
Impongono di fermarsi davanti al fenomeno che si sta osservando con la consapevolezza che la presenza di chi lo osserva, inevitabilmente, lo altera.

Saussure liquida la faccenda in maniera piuttosto sbrigativa sostenendo che a ogni “significante” corrisponde un “significato”.

Dove per “significante” intende un “segno”, cioè un “qualcosa” di materialmente presente che “sta al posto di qualcos’altro”.

E per “significato” QUEL “qualcos’altro”.

La parola “sedia”, ad esempio, sta al posto dell’oggetto concreto su cui appoggio le mie terga quando sono stanca.
La parola “sedia” è quello che mi permette di chiedere un oggetto per appoggiare le mie terga e di vedermelo offrire dal mio interlocutore (ammesso che sia abbastanza cavaliere da farlo), senza che debba sempre averne una a portata di mano da indicare per far capire di che cosa ho bisogno.

Da questo punto di vista viviamo sostanzialmente in un mondo di metafore. Inquietante no?

E fin qui tutto bene (o almeno così parrebbe).

Le cose però si complicano se solo si pensa che ci sono significanti con più significati.
Basti pensare alla parola “affetto”.
Un sostantivo maschile singolare (primitivo, astratto … cara vecchia analisi grammaticale! Ecco a che servivi!!!) che esprime i miei sentimenti di devozione verso qualcuno.
Un participio passato che indica che mi sono beccato qualche malattia.
Un indicativo presente che può far pensare che abbia cambiato mestiere e mi sia messa a fare la salumiera.

E’ per questo che qualcuno ha cominciato a pensare che attribuire un significato a un significante non fosse una cosa così lineare.
Peirce, ad esempio.
Un giorno gli viene in mente di introdurre nella coppia perfetta un terzo incomodo.
“L’interpretante”.
Si badi bene che non è “l’interprete”, cioè colui che si accosta al fenomeno compiendo un atto semiotico, un atto, cioè, di attribuzione di senso.
L’interpretante è invece l’elemento chiave, la chiave di lettura che collega i due termini dell’operazione, tramite cui si attribuisce significato al significante.

Eh, ma … a sua volta, anche l’interpretante è un segno.

E quindi bisognerà attribuirgli un significato …

Avremo bisogno di un altro interpretante?
La risposta è sì.
E per attribuire significato a questo nuovo interpretante, come faremo?

La risposta è dentro di voi. E so già che è quella giusta.

La catena è infinita.

Proviamo per esempio ad attribuire significato alla parola libro.

Probabilmente ci serviremo di interpretanti quali “pagine”, “inchiostro”, “scrittura” …
Ma volendo andare più a fondo, anche a questi interpretanti dovremo attribuire significato.
E magicamente li trasformeremo in segni che spiegheremo attraverso altri interpretanti e così via.

Ecco perché la semiosi (o semiotica, il che è lo stesso, perché Eco, che ne è universalmente riconosciuto come il padre, nel Trattato ci autorizza a farlo) è un processo iterativo.
E tendente all’infinito.

Il “segno” è denotazione.
L’interpretante è connotazione.

Ma, sulla base di quello che abbiamo detto fin qui, ogni segno è contemporaneamente connotazione per quel che lo precede, denotazione per quello che lo segue.

Ma la catena si ferma?

Se intendiamo la semiosi come un processo lineare, sì.
Dovrebbe esistere da qualche parte un significante assoluto che contiene in se stesso il proprio significato.
Una sorta di “motore primo” dei significanti.
Peccato che nessuno lo abbia ancora trovato.

E se, invece, cominciassimo a pensare la semiosi come qualcosa di circolare?
Eco ha cominciato a pensare che il significato di un segno è attribuito dal “contorno”.
Ciò che precede si comprende con ciò che segue.
Ma anche viceversa.
E non solo.
Ciò che è più ristretto e ri-compreso in ciò che è più ampio.
Che a sua volta assume significato dalla somma di ciò che abbraccia.

Si comincia a capire dove voglio andare a parare?

In fotografia, a differenza che in pittura o in scultura, le arti che più le si avvicinano, non è l’oggetto a essere prezioso (o meglio, non sempre, perché se pensiamo a quanto costa produrre le immense stampe cromogeniche di Gursky ci viene un infarto. Per non parlare delle platinotipie di Sugimoto, in cui il supporto stesso è un oggetto preziosissimo).

Una stampa, purché realizzata con lo stesso identico metodo, vale l’altra.
Quello che conta, invece, è “l’idea” trasfusa nell’oggetto.
Ma quell’idea non può trarsi dalla singola fotografia.

E infatti i tre esempi con cui ho aperto questo sproloquio non sono fotografie a se stanti.
Sono, invece, parte di progetti di molto più ampio respiro.
Sono tessere di mosaico e assumono significato grazie alla tessera che le precede. Al contempo ne conferiscono a quella che le segue.

E solo guardando l’insieme si potrà apprezzarne il vero valore, esattamente come quando ci troviamo alla presenza della maestà del mosaico di Sant’Apollinare in Classe.

E attenzione!
Spostare una tessera CAMBIA inesorabilmente il significato del mosaico.
Si tratta di un’operazione forse ancora più capziosa della sua estrapolazione dal contesto.

E non possiamo fermarci qui, perché ognuno degli autori di quelle tre fotografie ha espressamente dichiarato che il suo lavoro affonda le proprie radici nel lavoro di altri, fotografi e pittori, scrittori e scultori, che li hanno preceduti e che hanno fatto a loro volta considerazioni tratte dall’opera di altri ancora … In un processo semiotico infinito.

Quindi bisogna andare a ritroso?
Sarebbe opportuno.
E come fare?

Guardando.
Che cosa?
I lavori per intero.
E quelli in cui questi affondano le proprie radici.

Lavori di grandi autori, significativi per chi è venuto dopo.
A loro volta frutto di considerazioni sul lavoro di chi è venuto prima.
Bibliografia:
1) Umberto Eco, Trattato di semiotica generale, Einaudi, Torino

2) Ferdinand de Saussure, Cours de linguistique générale, a cura di A. Sechehaye e C. Bally

3) The Peirce Seminar Papers: an Annual of Semiotic Analysis: 1994, a cura di Michael Shapiro