naufraghi metropolitani

Io me lo ricordo il giorno che ho cercato una via d’uscita, dalla finestra.

Mi ricordo quando mi avete fermata appena in tempo.

Mi avete coperta, perché volevo uscire nuda, così come sono entrata in questo spaziotempochenonmiriconoscopiù.

Mi ricordo il terrore nei vostri occhi. Anzi, no. Non il terrore.

L’orrore.

Vi orrorizzavo.

Vedermi nuda vi orrorizzava.

Vedermi davanti alla finestra spalancata, davanti all’aria di gennaio, davanti alle mie idee impazzite finalmente rischiarate, vi orrorizzava.

Io me li ricordo, i camici bianchi e “signora, vengaestiatranquilla, cheandràtuttobene”. E mi ricordo il mio respiro affannato, perché non andràtuttobene. Andrà tutto come deve andare. Che è già diverso. E io volevo uscire dalla finestra.

Io volevo liberarmi. Librarmi. Liberabrarmi. Ecco.

Così, nell’aria fredda di gennaio. Ecco. Volevo la leggerezza, volevo. Io.

E loro “venga,nonfacciacosì”.

Ma io voglio fare così. Vogliopropriofarecosì. Perché non voglio quest’angoscia, questi mostri che mi occupano la mente ogni momento, anche quando dormo e non mi danno tregua. E questa fame d’aria che mi attanaglia il petto.

Io me lo ricordo il dottorino giovane, tanto costernato e sussiegoso che vi spiegava sottovoce “È psicosi. Una psicosi delirante, piuttosto grave, perché la ideazione è di rovina …”.

Io me li ricordo, i vostri occhi orrorificati, orrorizati, orrororosi dall’idea stessa della pazzia e chiedevate checosasipuòfare?.

E ve lo dico io checosasipotevafare.

Potevate lasciarmi uscire. L’aria era fredda, l’aria fredda di Torino a gennaio, quando è inverno e improvvisamente soffia il vento e le montagne scintillano di neve al fondo di corso Vittorio e sembra quasi che possa essere caldo ma invecel’ariaèdicristallo e esplode in milleminuscolescheggeghiacciate.

Io me lo ricordo, quel giorno.

E ora sono qui. In questo pozzo dove il sole non arriva mai e le ore sono un fiume fangoso scandito da un orologio bianco, che clocca a ogni scatto e ogniscattorimbombanella mia testa, nella mia cassa toracica che sembra la cassa armonica di un violino scordato. Perché si è dimenticato di se stesso. E tutte queste pasticche che mi tolgono l’orizzonte e tutte le voglie e mi danno questa calma piatta che si sente benissimo che non è vera. E mi costringete a vivere in questa palude, immersa in una melma che impaccia ogni movimento. E intanto l’ansiac’èsemprelostesso. Edètuttointantosemprelostesso.

Mentre, io me lo ricordo, volevo solo uscire, nell’aria fredda.

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