BUONGIORNO!

WALKER EVANS, Negro Barber Shop e Barber Shop

 

– Come ti chiami?

– Albanese Francesco.

– E dici che non sei mai stato dentro?

– Mai, vi giuro.

– Si vede che sei stato bravo a non farti prendere.

Il ragazzo sorrise.

– Però non è che ho fatto niente di speciale. Ve l’ho detto, un poco di sigarette, un poco di macchine, di pezzi di ricambio.

– Poi vendi un po’ di fumo, no?

– Vabbe’, qualche pezzettino, che c’è di male? Non è che mo’ m’arrestate anche per queste cose che vi sto dicendo?

Il maresciallo si girò a guardare la strada senza rispondere.

Arrivarono negli uffici del nucleo radiomobile e Fenoglio scrisse rapidamente il verbale di arresto. Disse a uno dei due brigadieri intervenuti sul posto di completare gli atti per la procura e per il carcere, e di avvertire il pubblico ministero. Poi si rivolse al ragazzo: – Adesso me ne vado. Ti portano dal giudice già stamattina. Quando parli con il tuo avvocato, digli che vuoi fare il patteggiamento. Avrai la pena sospesa e non dovrai nemmeno passare dal carcere.

Quello lo guardò con gli occhi di un cane grato a cui il padrone ha tolto una spina dalla zampa.

– Maresciallo, grazie. Se vi serve qualcosa, io me la faccio tra Madonnella e il Petruzzelli, mi potete trovare al Bar del Marinaio. Qualsiasi cosa, a disposizione.

Gianrico Carofiglio, L’estate fredda

 

BUONGIORNO!

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Teresa Zanetti, 2015

 

Era chiaro, dal modo familiare con cui aveva parlato al capostazione la sera prima, e dal modo in cui indossava “i calzoni da montagna”, che era nativa del paese delle nevi, ma il vivace disegno del suo obi, che si intravedeva sopra i calzoni, rendeva le ruvide strisce rosso brune di questi ultimi fresche e allegre e, per la stessa ragione, le lunghe maniche del suo kimono di lana avevano una certa grazia voluttuosa. I calzoni, con lo spacco proprio sotto il ginocchio, si gonfiavano sui suoi fianchi e il pesante cotone, pur nella sua naturale rigidezza, era in certo qual modo flessibile e delicato.

Kawabata Yasunari, Il paese delle nevi

 

BUONGIORNO!

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Sugimoto Hiroshi, Theaters

 

Lo studio concreto di un ambito fotografico preciso impedisce di parlare de “la fotografia” e impone, al contrario, di riconoscere una diversità di pratiche e di oggetti fotografici che, salvo sacrificarne il tratto distintivo e quello dell’ambito stesso, non possono essere ridotti al termine generico e astratto di “fotografia”. La scoperta dello storico si riunisce così a quella del semiologo. I teorici non sono i soli a parlare de “la fotografia“: i fotografi stessi, professionisti o dilettanti che siano, e anche i pubblicitari, per le loro campagne promozionali di apparecchi o pellicole fotografici, propongono o riprendono concezioni della fotografia che si fregiano della definizione di  “la fotografia“. Il ruolo dello storico, del semiologo, così come quello del sociologo è proprio quello di rivelarne la diversità, di comprenderne le logiche, di precisare la natura delle loro differenze. Da parte nostra, i loro studi ci spronano a ritrovarvi, sotto traccia, un’assiologia* già presente in altri discorsi. E’, in effetti, come se l’insieme di tutte queste pratiche potesse organizzarsi a partire dalla contrapposizione tra la concezione della fotografia intesa come ancella di scienze e arti e quella di una fotografia considerata come un’arte a se stante, le cui produzioni hanno in se stesse il loro scopo. Ma questa contrapposizione è vecchia come il discorso stesso sulla fotografia!

Jean-Marie Floch, Les formes de l’empreinte, Pierre Fanlac ed., 1986 (traduzione mia)

*Assiologia: in filosofia “dottrina dei valori”, ossia ogni teoria che consideri quanto nel mondo è o ha valore e per tale aspetto si distingue di quanto invece è mera realtà di fatto.

 

BUONGIORNO!

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Alice in Wonderland, Lewis Carroll – WaltDisney

 

Il giorno dopo vidi quattro macchine gialle in fila, andando a scuola. Questo ne faceva una “giornata nera”, così non mangiai nulla a pranzo e rimasi seduto tutto il tempo nell’angolo della stanza a leggere il mio libro di Matematica per l’esame di livello A.

E anche il giorno dopo ancora, vidi quattro macchine gialle in fila, andando a scuola. Questo ne faceva un’altra “giornata nera”, così non parlai con nessuno per tutto il pomeriggio e rimasi seduto tutto il tempo in un angolo della Biblioteca a gemere con la testa ficcata nel punto di congiunzione dei due muri e questo mi calmò e mi rassicurò.

Ma il terzo giorno tenni gli occhi chiusi per tutto il tragitto verso la scuola, sino a quando non scendemmo dall’autobus perché dopo due “giornate nere” di seguito ero autorizzato a farlo.

Mark Haddon, The curious Incident of the Dog in the Night-time (traduzione mia)

 

BUONGIORNO!

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Eugène Atget

 

Le città sottili. 4.

La città di Sofronia si compone di due mezze città.

In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra mezza città.

Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario d’ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.

Italo Calvino, Le città invisibili