Il canto degli hangars

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Acutamente, Clara Ravaglia, 2015

Canto degli hangars

Abbiamo teso nel sole nervature di ferro,
abbiamo inarcato schiene metalliche,
e aperta a una folata di gioia
la bocca, che aspira gigante la vita…
La notte non dorme sul dorso
che al cielo puntiamo,
non lima il silenzio le salde armature;
ma sempre ci batte un alito di lavoro,
una promessa calda di forze,
che crescono meravigliose.
Abbiamo lanciato sulle maree dei cieli,
fino oltre gli scogli delle nubi,
macchine fatte con lamine
di volontà presente,
e motori d’ardimenti infiniti
che uccidono i venti,
e leve che inalzano la sagoma dell’uomo
oltre gli umani destini.
Abbiamo baciato, nei tramonti vermigli,
i nostri reduci figli,
e udito contarsi tra loro,
i pezzi di schietto metallo e l’aste di legno,
la grande favola d’oro,
le meraviglie di un regno,
che inalza i suoi palazzi incantati
con blocchi, squadrati nel macigno turchino.
Abbiamo dormito sui limiti dell’infinito,
abbiamo lanciato al popolo delle stelle,
il ritmo dell’uomo ribelle,
che marcia verso un destino sublime,
e, a tappe giganti, vuole
piantare con salde radici,
le nostre armature nel sole.
da “il canto dei motori” Luciano Folgore (Omero Vecchi), 1912

Che c’entra “acutamente” con questo Vecchi Omero, che per smentire i Latini (nomen omen), chiese a d’Annunzio di trovargli uno pseudonimo?
E quello non si fece pregare, naturalmente, e visto l’amore suo per i motori rombanti, gli appioppò “Folgore”.
E tale egli rimase, per scelta, sua, del destino e d’un amico.

I futuristi non erano poi del tutto da disprezzare e nelle arti seppero dare una visione nuova davvero, coniugando la forma e il colore con il movimento, che proprio in quegli anni andava facendosi sempre più rapido.

Che c’entra dunque?

Insomma, l’avevo minacciata, in altri lidi, poi … le cose non sono andate come avremmo desiderato. Perlomeno, non come avrei desiderato io.
E che temevo potesse esser letto come un ricambiar carinerie. Che invece, sia chiaro, non è.
L’aver ritrovato, qui, lo scatto che desideravo mettere in poesia, là, mi ha poi convinta.
E in fondo, perché no?
Così scrivo.

Ci può essere poesia in un’immagine astratta?
Che cosa ci fa dire che ciò che vediamo è poetico?
Basta che sia perché ci piace?
Per me tutto nasce da quel che tocca le nostre corde profonde, per farle vibrare.
E questo tuo scatto, Clara, è tutto vibrante.
Vibra la forma, acutamente voluta dalla tua acuta mente.
Puntata verso un vertice che sa di infinito asintoto, perché ci si avvicina senza toccarlo.
Come la perfezione, verso cui sempre tendere, pur sapendo di mai poter raggiungerla. Ma senza lasciarsi schiacciare da questa consapevolezza e anzi, come fai tu, usandola a pungolo (acuto, appunto) per migliorare a ogni scatto. A ogni nuova visione.

Vibra il colore, il tuo colore, ogni volta declinato in nuove armonie, che rende nobili anche i cavi elettrici, anche i lampioni…

Vibra il senso, il significato che sai dare alle cose.

Uno sguardo elettrico, dunque, il tuo. Che muove e smuove e modifica il consueto, il banale rendendolo bello. E che per questo ci interroga, costantemente, e non ci permette di star fermi, non ci permette di catalogare il mondo secondo schemi usati e ab-usati, per metterlo in barattoli da cui poi non lasciarlo uscire più, perché così è rassicurante.

Ecco se poesia è, come già dicevo (e come recita il vocabolario), derivato direttamente da “creare”, e più nello specifico è essa stessa “creazione”, allora è quello che tu fai.
Posi sulle cose uno sguardo che le ri-crea.
E scusa se è poco.

Buon tutto.

“Il tutto a tutti”, come mi si è detto. Che “il poco per pochi c’è già”.
Ma io sono massimalista…

A un’amica che non ringrazierò mai abbastanza. Acuta mente fotografica. Cuore immenso.

 

BUONGIORNO!

Robert Frank, The Americans, 1958

Quella strana sensazione in America quando il sole rovente picchia sulle strade e la musica arriva da un jukebox in lontananza o da un funerale nei pressi, ecco quello che Robert Frank ha catturato nelle sue straordinarie fotografie prese per strada in un viaggio (grazie alla Guggenheim Fellowship), su una vecchia auto usata, che ha coperto quarantotto Stati e con abilità, mistero, genio, tristezza e strani segreti dell’ombra ha fotografato scene mai viste prima su pellicola. Per questo è stato definito il più grande artista nel suo campo. Dopo aver visto queste immagini, alla fine concluderete di non saper più dire se è più triste un jukebox o una bara.

Kack Kerouac, prefazione a The Americans di Robert Frank

CONDIZIONE UMANA ovvero riflessioni a una mostra di HORVAT

 

Condizione umana
Soldati Neghev -> Kertész

Tempo sospeso
Eclissi in Francia e davanti a Central Park -> Alex Webb
Palazzo in attesa demolizione – Walker Evans
Lezioni di ginnastica mattutina – ancora Kertész

Voyeur – uomo nero – Evans e l metro Kertész
Voyeurismo come senso di colpa ma non peso, semplice pizzicore

Metafore: sostanza della pubblicità che è figlia mercenaria della poesia
Metafora della incomunicabilità i due con la mascherina

Dell’assenza, le sdraio al vento, sempre Kertész
Kheddah la cattura degli elefanti come Sarah Moon o Joel Sternfeld

Vere somiglianze
Nel senso di assomigliare a se stessi
Casorati Degas Velasquez Ingres Rubens donne fotografate come loro le avrebbero ritratte

Collezionare miracoli: fotografie come miracoli di incontro di momenti perfetti che non potranno più ripetersi
Irvin Penn Dorian Leigh Maurice Tiller 1946 NYC – ecco Shreck!

Uno
essere unici. essere soli
Una quercia
Un noce
Una modella
Un piccione bianco in piazza san Marco
Un cane solo
Un ciclista sotto la pioggia

Due
L’amore. Uno ha trovato un altro uno.
Come gli occhi
Le orecchie
Le braccia …
Due uomini – Due sigarette – Due cani

Un uomo e una donna in stazione
Due querce
Due bagnanti
Due emu
Due cani
Una elefantessa e uno il suo cucciolo

Molti
Gli altri. E raramente quelli di cui faccio parte.
Molte a un concorso di bellezza
Molti su un tram che straripa
Molti culi nudi
Molti sotto la pioggia – Pochi con l’ombrello

Ti fa pensare a …
I rimandi, le assonanze
Una bambola rotta in una scatola
Due galeotti ma sono attacchini di manifesti!
Brancusi …
Molti in un vagone della Metro all’ora di punta

Cose
Quelle immobili fotografate con tutto l’agio che contraddicono la poesia della fotografia dell’istante decisivo

Le scarpe a Milano
All’accademia militare del Cairo -> sembra Chaplin

Da occhio a occhio
Guardarsi in viso fotografo e fotografato e preferire non scattare
Un’illusione di invisibilità che gli corrisponde più che una prova di presenza

La vera donna
Modelle in atteggiamenti inconsueti a volte provocati a volte rubati
Le Modelle -> il contrario di sua madre
Avicenna. Freud!
Belle ma artificiali sia per trucco e parrucco, sie per le mossette stereotipate
Imponeva di smetterla e loro si incazzavano
Voleva innamorarsene prima di fotografarle

Fuori luogo
Non tutto è sempre necessariamente al suo posto
E per quello c’è la fotografia
Trocadero: La decollété attraverso il cui arco si vede un uomo e tra le gambe della modella la Tour Eiffel

La ragazza nel baule

Un ombelico nudo e un po’ di pancetta
Una donna e un uomo in abiti eleganti guardano sotto la macchina

Foto stupide
Le sue preferite, quelle che fanno ridere
Quando fotografa qualcosa che lo colpisce senza rendersene conto o se ne era reso conto senza accorgersene

Autoritratti
Legittimi quanto la masturbazione: disponi di un modello docile sempre disponibile che conosci bene non vedi l’immagine inverti dx e sx

Robert Mapplethorpe

Mapplethorpe_Autoritratto-1975
Robert Mapplethorpe, Autoritratto, 1975

 

Da piccolo ho fatto il chierichetto. L’unico corpo che vedevo era quello di un uomo: nudo, in estasi, appeso a una croce e pieno di sangue. Poi si domandano perché sono perverso“.

Perché scegli il sesso estremo come soggetto? Mi rispose: “E’ la cosa più difficile da fare: trasformare la pornografia in arte, mantenendola sexy

Da un’intervista con Michele Bonuomo: http://www.flashartonline.it/article/robert-mapplethorpe/

 

Fotografiamo incessantemente le nostre ossessioni, forse per staccarcene, per osservarle dall’esterno, esorcizzarle, farle meno nostre.

Chi ama la strada, e non perde occasione per immortalare situazioni bizzarre che si presentano improvvise, nell’assurdo tentativo di dare un senso al fluire della vita.

Chi è fissato con i particolari e cerca di ricomporre una realtà altra, astraendo figure di dettaglio da un insieme più ampio.

Chi, ancora, (quelli che maggiormente detesto) si bea di paesaggi imbibiti di luce benedicente, da primo giorno della creazione.

Mapplethorpe in testa c’aveva il sesso. In tutte le sue declinazioni, nessuna esclusa, nemmeno le più inquietanti. Nemmeno le più sordide agli occhi dei benpensanti.

Ma con un’attenzione tutta particolare alla bellezza. Perché è qui il punto: il suo modo di rappresentare quello che per i più può velocemente essere liquidato con una sola parola: pornografia, è attentissimo, estetizzante quasi.

Lo diceva lui stesso: il sesso era un’esperienza entusiasmante e voleva restituirla in tutta la sua magnificenza agli occhi di chi avrebbe guardato le sue fotografie.

 

Heli Rekula: http://photography.aalto.fi/projects/exhibitions/

 

E se Brunelleschi avesse indossato i pantaloni a zampa?

Avete presenti i pantaloni a zampa di elefante, quelli a vita bassa che andavano di moda negli anni ‘70?

Quanto ci sembravano inguardabili sul finire degli anni ’80, quando il punto vita si era alzato fino a raggiungere il seno e i polpacci erano talmente fasciati da far temere per la circolazione sanguigna?

Poi però qualche burlone, nei primi anni 2000, ce li ha riproposti.
E via di scampanature che più ampie non si può e pance e fianchi e schiene pericolosamente in vista.
Così in vista da far urlare all’oltraggio al pudore più di un bacchettone.
Però … ci sembravano di nuovo belli.

Che cosa ci piace?
Quel che è “alla moda”?
Quel che segue il gusto del momento?
O, ancora, quello cui l’occhio, alla fine, si abitua, a forza di vederlo?

Dopo oltre 600 anni (la data esatta è fissata al 1416) di visione secondo la prospettiva centrale monofocale, l’occhio si è così abituato, che il cervello “si è fatto persuaso” che la prospettiva sia un fenomeno fisico, anziché quello che in realtà è: una costruzione matematica, per la precisione geometrica.

Ma non è sempre stato così, anche se, dall’alto della nostra “concezione moderna del visivo”, siamo portati a pensare che nel passato, poveretti, non avevano ancora capito come fare poi, per fortuna, è arrivato Giotto, con una rudimentale concezione organizzata dello spazio tra pieni e vuoti, le sue prime vedute di scorcio … un’intuizione, si dice.

Per capire la reale portata della questione, bisogna andare sino alla radice.

La visione fisiologica è determinata da due occhi che si muovono incessantemente, per verificare e tenere sotto controllo quel che ci sta intorno.
Siamo anche dotati di un collo e di gambe, per spostarci in ogni direzione, alzarci in punta di piedi, abbassarci piegandoci sulle ginocchia …
Così, costantemente, modifichiamo il “punto di vista” e il nostro cervello costruisce l’immagine non in un unico istante, bensì in un lasso di tempo più o meno lungo, a seconda della durata dell’osservazione, sovrapponendo (come una serie di esposizioni multiple) le varie percezioni, frutto ciascuna del posarsi dello sguardo in un punto diverso.

Ma non basta.
L’immagine si forma sulla retina: una superficie concava, situata sul fondo del bulbo oculare. Questo fa sì, tra l’altro, che linee rette vengano percepite come curve e, viceversa, le linee curve appaiano dritte.


Fig. 1. Immagine retina

Ah! E ancora una cosa!
La nostra percezione del circostante è influenzata dal nostro stato d’animo.

Da sempre l’uomo tenta di raccontare ai consimili il mondo che lo circonda.
A parole, certo.
Ma più spesso con la tecnica universalmente comprensibile della raffigurazione.

Per farlo deve confrontarsi con la tridimensionalità dello spazio reale e la bidimensionalità della sua rappresentazione su supporto.
E quindi decidere se prescinderne o renderne conto.

La scelta è determinata essenzialmente da ragioni culturali.

Gli Antichi Egizi, ad esempio, hanno una visione concettuale e astratta dello spazio e se ne fregano bellamente di rappresentarlo in modo “aderente”, quel che interessa è la coerenza della rappresentazione simbolica.
In sostanza dipingono non tanto quello che vedono, ma quello che già sanno della realtà intorno a loro.
Sistematicamente uniscono in un’unica forma la visione frontale e la visione laterale, ossia ciò che vedono e ciò che sanno degli oggetti.
Non perché non sappiano far diverso, ma perché vogliono fare così.

Ciò che si sa … ciò che si vede … Mi ricorda qualcosa … O meglio, qualcuno …


Fig. 2. Linea egizia

 

I Greci, invece, affrontano il problema di restituire “l’apparenza visiva” delle cose e lo fanno da un punto di vista filosofico.
Anche se tutto quel che è arrivato sino a noi è la pittura vascolare, tra l’altro, vicina alla visione fisiologica, essendo eseguita su superfici curve (che avessero contezza della visione fisiologica è certo, non si spiegherebbe altrimenti l’èntasi introdotta nella costruzione dei colonnati).
Si sa, però, che tentano la via dei grandi dipinti piani.

E deve trattarsi di innovazioni non da poco, se persino Platone, sostenitore dell’arte icastica (che riproduce cioè le cose quali sono, nelle loro proporzioni reali), si scomoda per tuonare contro il povero Agatarco, reo di mimesi (illusorietà), per aver cercato, con la tecnica del chiaroscuro (quella “skiagraphia” inventata da Apollodoro) di “fornire un’apparenza del reale” nelle scenografie realizzate per Eschilo.
Ma nulla di quelle tavole giunge fino a noi.

Ci restano le invettive del filosofo (che tra le pagine de La Repubblica e quelle de Il Sofista riduce in polpette l’artista – fa anche rima) e un recupero di Vitruvio, molti anni appresso.


Fig. 3 Cratere apulo

 

I Romani adottano, nei primi due Stili, un sistema ad “asse di fuga”, cominciando così a dar conto della sensazione di convergenza apparente su di un unico asse mediano delle linee orizzontali recedenti in profondità, se viste di scorcio.

A poco a poco ci si avvicina al concetto di punto di fuga, acquisito solo successivamente, grazie al concetto matematico-filosofico di limite.


Fig. 4 Pompei
Fig. 5 Pompei

 

Per meglio restituire una coerenza dello spazio, a partire dal Terzo Stile, abbandonano la pseudo prospettiva e ricorrono sempre più ad artifici che oggi definiamo “proto-impressionisti”.

Si introduce la prospettiva aerea, che utilizza variazioni cromatiche per dar conto dell’ispessirsi dell’aria man mano che ci si avvicina allo sfondo della scena ritratta.

Fig. 6 Pompei


Fig. 7 Pompei

 

Sino a tutto il Medioevo non si conoscono sostanziali progressi.

Ma il tempo passa, per fortuna, e ai pittori vengono in soccorso i matematici e i fisici. Curioso no? qualcosa che con l’arte parrebbe avere poco a che fare …

Durante il Rinascimento italiano, alla ricerca di un sistema per rappresentare in modo coerente lo spazio tridimensionale sulla superficie piana, Brunelleschi si fece il più feroce dei carnefici.

Ipotizzò, prima, di perdere un occhio e, poi, di spostare l’unico rimastogli nel bel mezzo della fronte. Non pago, si precluse la possibilità di muoverlo, e già che c’era anche quella di girare il collo e, perché no?, di muoversi, privandosi delle gambe.

Ciclope tetraplegico e certamente “voyeur”, si costrinse (e ci costrinse!) da allora in avanti a guardare dal buco della serratura e a proiettare su lisci fogli bianchi le immagini.

Si comincia a capire dove voglio andare a parare?


Fig. 8 Brunelleschi e la prospettiva
Fig. 9 immagine retinica e immagine camera oscura

Non è certamente un caso se si comincia a pensare alla camera oscura come sistema per riprodurre le immagini solo dopo la teorizzazione della prospettiva lineare monofocale (ne avevo già accennato qui https://wordpress.com/post/zazo.blog/670 ).

Una volta compiuto il miracolo della macchina per fare le immagini, la magia della macchina fotografica, che cosa rimane in mano ai pittori?
Possono continuare a produrre immagini a mano della realtà che li circonda, denigrando il nuovo potente mezzo a disposizione, ben sapendo tuttavia che nella fedeltà all’originale non è secondo a nessuno.

E alcuni lo fanno, infatti. Nasce così la diatriba fra arte e fotografia, fotografia come arte, stili fotografici – lo Stile pittorico, la Sachlichkeit (da non confondere con la Neue Sachlichkeit, che è un movimento pittorico) ben presto degradata a Süßlichkeit (già nel 1929, a poco più di un anno dal suo battesimo, i suoi stessi padri – Renger-Patsch in testa – la rinnegano), sfociata poi nello Stile documentario in America e nell’Obiektivität nel Vecchio Mondo, cioè nella rivendicazione di uno stile puramente fotografico da parte di August Sander, Walker Evans, Berenice Abbott, Tina Modotti e via via, fino al Gruppo F64 di Ansel Adams e compagni …

Oppure possono tentare nuove vie.

Magari anche percorrendo vecchie strade.
È un fatto che il contraccolpo, fortissimo, alla tradizione accademica sia stato dato dalla possibilità di “fare a macchina” perfette copie della realtà.

Alla ricerca di qualcosa che la macchina non potesse riprodurre, complice il fermento, anche filosofico e scientifico, degli inizi del “Secolo Breve”, gli artisti (e su questo termine tornerò) iniziano a interrogarsi.
Nascono gli Impressionisti, che giocano con la luce e cercano di riprodurne le mille e mille sfaccettature.
Nascono le avanguardie e l’arte concettuale, che cercano di andare ancora oltre.

La pittura a poco a poco diventa un’arte di “riconoscimento”.

Se non sapessimo come è fatta una sedia, una brocca, un violino … difficilmente riusciremmo ad averne conoscenza attraverso i quadri di Braque e di Picasso.
Ma, già sapendo di che cosa stiamo parlando, li possiamo “riconoscere” in quelle forme così distanti dalla realtà.
Si comincia a pensare di dipingere non tanto quello che si vede, ma quello che già si sa della realtà.

E questo vale per i Cubisti, che sistematicamente uniscono in un’unica forma la visione frontale, ossia ciò che vedono, alla visione laterale, quel che sanno degli oggetti.
Non perché non sappiano far diverso, ma perché vogliono fare così.

Gli Astrattisti e i Surrealisti, dal canto loro, con modalità diverse, cercano di riprodurre le sensazioni che la conoscenza delle cose stimola …

Ciò che si sa … ciò che si vede … Mi ricorda qualcosa … O meglio, qualcuno …

by Teresa Zanetti\Redazione photo4u.it

Bibliografia:
1) Erwin Panovsky: Perspective as a Symbolic Form, tr. Christopher S. Wood, ed. Zone Books
2) Agostino De Rosa: “In obscurum coni … acumen”, Sui termini skenographia e skiagraphia nel mondo classico, in Engramma n. 150, Ottobre 2017