Ho paura non di

Tengo miedo no solo de
decir, ni siquiera
de pensar
que te amo.

Tengo miedo de admitir
que lo que nos ata
es como vos decís
algo arcano.

Son límpidas
Las palabras que
Nadan en
Mi cabeza ahogada
En la luz de esta
Evidencia.

Y todas repiten
Tu nombre.
Ho paura non di
dire, ma persino
di pensare
che ti amo.

Ho paura di ammettere
che quello che ci lega
è come dici tu
qualcosa di arcano.

Sono limpide
Le parole che
Nuotano nella
Mia mente annegata
Nella luce di questa
Evidenza.

E tutte ripetono
Il tuo nome.

naufraghi metropolitani

Che ridere papà quando si fa la barba!

Sembra un bambino, mentre prepara la schiuma, montandola con il pennello come la pannamontata nella ciotolina. E gli occhi gli si fanno allegri.

Poi comincia a stenderla, guancia destra (lui è mancino), mento, guancia sinistra… E poi sui baffi, sollevando il naso e abbassando il labbro… per non infilarsela nelle narici o in bocca.

E quando ha finito, mi deposita sempre un fiocchetto di schiuma sulla punta del naso.

E io faccio finta di arrabbiarmi, ma non è vero che mi arrabbio. Anzi, mi diverte sentire il freddissimo dell’eucalipto, e il profumo.

Prima regola l’altezza delle basette, con il dito indice, controlla che siano precise, ugualiuguali, poi gonfia le guance, come se dovesse soffiare via tutto il vento del mondo, quando passa il rasoio, da sottoinsù. Fa le boccacce davanti allo specchio, come me con la tata, quando mi sgrida e io corro in bagno a dirle le parolacce sottovoce. Che se mi sente sono guai seri, però in bagno e sottovoce le parolacce si possono dire.

“Papà! Quando sarò grande e anch’io avrò la barba, non me la taglierò. La lascerò crescere, come quell’anno che eri in montagna e dicevi che la barba dovevi averla lunga per forza, altrimenti ti si gelava il mento”.

Papà sta ridendo come un matto.

“Perché ridi, papà?”

“Rannocchietta, alle bambine la barba non cresce!”.

naufraghi metropolitani

Due cose ricordo nitidamente della mia vita scolastica.

Il resto si perde in una nebbia indistinta di volti, istanti, chiacchiere nei bagni, nozioni, corse per i corridoi, paure, merende in giardino …

Sono in quarta elementare e gioco con i numeri. Mi affascina la loro malleabilità. Un numero è se stesso ma, se gli sommo 1, diventa un po’ più grande. Questo gioco me lo aveva insegnato papà, quando ero piccola (non che a nove anni fossi grande ma … mi ci sentivo eccome!).

Mille!

Più uno! È già più grande!

Centomilamilionidimiliardi!

Più uno! Vedi che di nuovo è già più grande?

Sì! Ma di poco!

Sì. Ma più grande.

E così all’infinito papà?

Sì, Ranocchietta. Così all’infinito.

Ma non c’è un ultimo numero? Deve esserci. Altrimenti come si fa ad arrivare alla fine?

“La fine” non c’è, Ranocchietta. Per quanto alla fine tu possa arrivare, potrai sempre fare un passo più avanti.

Ragiono su questo aspetto fino a farmi fondere i neuroni. Questa mancanza di soluzione io la vedo come un’enorme palla di impasto del pane che man mano che passano le ore lievita e lievita facendosi sempre più grande e proprio nel momento in cui sei assolutamente certo che abbia finito di crescere, ti accorgi che no, è cresciuta ancora un po’.

Comunque sia, i numeri offrono svariate possibilità di gioco. Da quelli più banali, come le tabelline – anche se a dire il vero la tabellina del 7 tanto banale non mi sembrava. Anzi, mi pareva arcana per quel suo modo balordo di avanzare, una volta dispari una volta pari, però senza la grazia sinuosa, che so, di una tabellina del 5. La tabellina del 9 specialmente mi piaceva. Scalavi un’unità, aumentavi una decina e il gioco era fatto.  A quelli più complicati (e insoluti) come la ricerca di una logica nella comparsa dei numeri primi. Avevo anche di queste presunzioni. Si sa, a nove anni ci si sente onnipotenti.

Ma la scoperta elettrizzante è che c’è un modo di sommare numeri consecutivi. Lo so, è Gauss e tutti gli studenti liceali sanno di che sto parlando. Ma in quarta elementare Gauss non era ancora entrato nel mio panorama e io ero felicissima di aver inventato questo nuovo gioco.

Quindi (“quindi” è conclusivo, non si inizia una frase con “quindi”, lo so, però qui ci sta bene, io ho 52 anni e mi concedo delle licenze) prendo dieci numeri consecutivi, sommo il primo e l’ultimo, poi sommo il secondo e il penultimo, poi sommo il terzo e il terzultimo… E le varie somme … danno sempre lo stesso numero! 1+10=11, così come 2+9 e 3+8 e avanti. A quel punto penso che se sommo il primo e l’ultimo e poi divido per due e poi moltiplico il numero che ottengo per quello che chiamo ”il numero di numeri della catena”, dire 1+2+3+4 … e così avanti fino a 10 è come dire

1+10=11

11:2=5,5

5,5×10=55

E se aggiungo un numero? Faccio la prova e … Magia! Funzionalostesso!

Vado avanti giorni a fare prove. E funziona sempre! Funziona anche se vado da 3 a 12 o da 127.454 a 712.343! Devo ammettere che è un po’ più complicato il calcolo, ma vi assicuro che funziona.

Entusiasta vado dalla maestra a raccontare di questa cosa sensazionale che ho scoperto e lei, inarcando il sopracciglio sinistro

I numeri sono infiniti. Non puoi essere certa che funzioni sempre.

Ma Maestra, sì! Ed è anche logico! Perché il gioco è che aggiungo 1 da una parte ma lo tolgo dall’altra!

Basta! Portami il diario.

Morale: nota. La bambina si dimostra polemica e oppositiva.

Era il 1978, Aldo Moro era appena stato rapito e le BR imperversavano. Il mondo dei grandi era fatto di persone nervose.

Passavano gli anni e io crescevo effettivamente polemica e oppositiva. E infatti mamma mi chiamava “l’ortica”.

In prima liceo, al termine di una spiegazione della Prof. di Storia (comunista e atea, eravamo approdati ai primi anni ’80 e essere, e soprattutto dichiararsi, atei era ancora considerata una brutta cosa, e pure comunisti) sull’influenza della tradizione e della cultura nella visione religiosa, esclamo “quindi è l’uomo che ha inventato dio!”. Non lo faccio apposta. Mi viene proprio dal cuore.

Portami il diario.

Ci risiamo …

Con aria che oggi mio figlio definirebbe “di scazzo”, strascico i piedi fino alla cattedra, dove deposito la Smemo (la mitica Smemoranda, non so se esista ancora, ma era il diario più incredibile che si potesse immaginare! Sì! Esiste!!! Ho appena googlato!) e …

La ragazza dimostra coraggio e spirito critico.

Voto di storia: 9

9 (dicasi “NOVE”) di Storia! Kakkkkkkiooooooooooo!

Poi in quinta (liceo) lessi Così parlò Zaratustra.

naufraghi metropolitani

Il suono stridulo dello shamisen ha il sapore aspro del cachi non ancora maturo adagiato nel piccolo contenitore di pietra, insieme ai germogli di yuzu e i ramoscelli contorti del nocciolo, nell’oscurità del tokonoma.

Nell’ombra appena accarezzata dalla luce, Murasaki pizzica le corde con lentezza estenuante. Le sue lunghe dita sottili si muovono leggere nella danza armonica e sullo yukata bruno le nervature argentate emergono a tratti giocando timide con la musica e la luce rarefatta che filtra dagli shōji appena scostati.

In quella fissità ieratica, un movimento appena percettibile scosta lo yukata, scoprendo il collo bianchissimo di Murasaki, su cui spicca oscura la peluria dell’attaccatura dei capelli, uno sfacciato guizzo scarlatto della fodera, poco sopra la sua spalla.
So che si è accorta della mia presenza, ma continua a suonare, indifferente.

In un angolo del tatami, come dimenticata dopo aver riordinato distrattamente, giace la ciotola con l’inchiostro polverizzato sulla pietra suzuri e stemperato con l’acqua della piccola brocca di stagno lì accanto. Indugio osservando il liquido cupo inghiottire ogni riverbero. Inspiro e trattengo in me tutta l’energia che quell’istante mi regala.

Poi intingo il pennello nella china. E mentre traccio sulla spalla di Murasaki l’ideogramma 粹 un brivido le increspa la pelle.