BUONGIORNO!

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Frank Horvat, Soldati israeliani, Neghev – Israele, 1954

 

Alle dieci e quarantacinque tutto era finito. La città era occupata, i difensori abbattuti e la guerra finita. L’invasore s’era preparato per questa campagna con la stessa cura che per altre di maggior ampiezza.

Quella mattina di domenica, il postino e la guardia municipale erano andati a pesca sulla barca del signor Corell, il popolare negoziante. Egli aveva imprestato loro la sua snella barca a vela per tutta la giornata.

 

AL CINEMA!

Il Corriere – The Mule, Clint Eastwood, 2018

 

E’ un fatto che al cinema, di questi ultimi tempi, i vecchietti arzilli e anche un po’ canaglie spopolano. Da Donald Sutherland amabilmente svanito in giro sul suo Leisure Seeker insieme alla deliziosa Hellen Mirren, a Robert Redford, ancora sexy a ottanta suonati … fino a un fuoriclasse come Clint Eastwood che si regala la regia e il ruolo principale di questo bellissimo, divertente e intelligente The Mule (il Corriere).

Earl ha fatto la guerra, è politicamente scorretto e chiama negri i negri. E quando gli fanno notare che loro non sono “negri” ma “neri”, così come lui è “bianco”, ha pure il coraggio di ribattere con un mezzo sorriso e la fronte corrugata “non è vero!”. E poi si dice anche contento di poter dar loro una mano! Risponde al “grazie, vecchio” di un gruppo di motocicliste lesbiche dicendo “Prego, lesbiche!”. Dimentica il matrimonio della figlia. Non ha grandi rapporti con la moglie che, infatti, in breve diventa “ex moglie” e quando si trova alle strette perché gli pignorano la casa ha la faccia tosta di presentarsi alla festa di fidanzamento della nipote facendole credere di esserci andato perché lo desiderava e non perché non sapeva più dove andare.

Eppure è adorabile.

E insospettabile.

Tanto che, proprio alla festa della nipote, conosce un ragazzo che, vistolo male in arnese e sentito che si vantava di non aver mai preso una multa in vita sua (pur avendo percorso centinaia di migliaia di miglia e coperto quarantuno Stati), gli fa un’offerta che non può rifiutare: guidare per conto di certi amici suoi in cambio di denaro. Molto denaro.

E Earl non se lo fa dire due volte.

Peccato che quegli amici facciano parte di un cartello messicano della droga e lui debba guidare per trasportare quintali di coca da una parte all’altra degli USA.

Sulle sue tracce un ambizioso poliziotto finito a Chicago con il solo obiettivo di andarsene quanto prima. E per farlo deve escogitare qualcosa di clamoroso.

Sullo sfondo scorre l’America. Quella profonda, vista in decine di film, fatta di motel tutti uguali, stazioni di servizio Chevron e lunghe strade che solcano il nulla di campi e cieli infiniti. Quella immortalata da Eggleston e Shore, per intenderci, quella delle immagini blues di Soth …

A noi non resta che chiederci come diavolo faccia un novantenne ad essere ancora quell’uomo dagli occhi di ghiaccio che abbiamo imparato a conoscere coi film di Sergio Leone.

La colonna sonora è una delle più belle e azzeccate mai sentite.

 

BUONGIORNO!

Robert Frank, The Americans, 1958

Quella strana sensazione in America quando il sole rovente picchia sulle strade e la musica arriva da un jukebox in lontananza o da un funerale nei pressi, ecco quello che Robert Frank ha catturato nelle sue straordinarie fotografie prese per strada in un viaggio (grazie alla Guggenheim Fellowship), su una vecchia auto usata, che ha coperto quarantotto Stati e con abilità, mistero, genio, tristezza e strani segreti dell’ombra ha fotografato scene mai viste prima su pellicola. Per questo è stato definito il più grande artista nel suo campo. Dopo aver visto queste immagini, alla fine concluderete di non saper più dire se è più triste un jukebox o una bara.

Kack Kerouac, prefazione a The Americans di Robert Frank

BUONGIORNO!

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Garry Winogrand, Monkeys

Immaginate di svegliarvi improvvisamente, una notte, e di trovarvi in piedi al centro di una stanza completamente buia. Avete gli occhi sbarrati, ma non riuscite a cogliere il benché minimo spiraglio di luce. Cosa fate?

Ormai ho fatto questa domanda a moltissime persone e le risposte sono più o meno analoghe “Cercherei un porta” “Cerco una finestra” “L’interruttore della luce!”.

Tutti quindi, ovviamente, a passi incerti, con le mani protese davanti a noi ci metteremmo alla ricerca di un muro, sul quale tutte queste cose sono abitualmente collocate. E se non lo trovassimo? Se le nostre mani continuassero a restar protese nel buio e i nostri piedi ad avanzare senza che nessun ostacolo ci desse modo di stimolare il nostro senso dell’orientamento e di sedare l’ansia, che ormai comincerebbe a far tremare le ginocchia e a rendere difficoltosa la respirazione? Io credo che dopo un po’ sarebbe il panico, io credo che, abbandonata la prudenza, cominceremmo a correre in tutte le direzioni e forse anche a piangere, e forse ad urlare, invocando che quest’incubo tremendo avesse fine…

Se siete riusciti ad entrare emotivamente in questo stato d’animo, potete capire perfettamente la situazione psicologica di un bambino che venga allevato senza regole, ossia senza scontrarsi mai con dei muri che gli permettano di costruirsi un adeguato senso dell’orientamento per muoversi nella vita. Potete capire la sua angoscia, la sua insaziabilità … Chiedere, chiedere, chiedere sempre di più, a volte chiedere le cose più strane rappresenta, per stare nell’esempio del sogno, il correre per trovare un muro di riferimento.

E’ paradossale, lo so, ma il bambino chiede per vedere quando, finalmente, riuscirà ad ottenere un “NO!”.

Quello sarebbe il primo mattone del primo muro sul quale costruire la sua casa.

Giuliana Ukmar, Se mi vuoi bene, dimmi di no

 

AL CINEMA!

The Favourite, Yorgos Lanthimos, 2018

Con Yorgos Lanthimos, regista metafisico, surreale, nichilista …, avevo un credito triennale: dopo la visione di The Lobster (con mio figlio allora quindicenne che gridava alla violenza su minore e minacciava di chiamare il telefono azzurro per averlo portato in sala con me) avevo maturato un’avversione profonda per quel suo modo così sottile e inquietante di essere violento. Sicché all’uscita de Il sacrificio del cervo sacro avevo passato la mano.

Ieri sera mio marito mi propone La Favorita. Ero stanca (una giornata di corse tra lavoro, figlio, spesa settimanale, mamma ottantenne che non si rassegna a far la nonnina tranquilla …), così non ho nemmeno guardato chi fosse il regista, quali fossero gli attori … nemmeno un pensiero alla trama. Ho detto ‘va bene’ e sperato che fosse un film abbastanza intelligente e profondo da tenermi sveglia (da sempre detesto i film di cassetta che mi fanno inesorabilmente dormire).

Quando all’ingresso del cinema ho letto sulla locandina il nome di Lanthimos e subito appresso quello di Emma Stone (una delle attrici più insulse dell’intero panorama, non solo di quest’ultimo ventennio, ma della storia del cinema) mi è venuto da piangere.

Invece …

Anna è vecchia, dispotica, sola, disperata, bulimica, lesbica.

Sarah è bella, volitiva, intelligente, appassionata.

Abigail è graziosa, timida, ingenua.

Forse …

Attraverso le storie intrecciate delle tre donne che ne furono attrici (la regina Anna Stuart, Lady Sarah Churchill Marlbourough e Lady Abigail Hill Masham), il racconto della lotta per la successione al trono di Inghilterra (con quello che si è portata appresso: la fine degli Stuart, l’ascesa dei Tory, la resistenza dei Whig) che diventa pretesto per aprirci gli occhi sulla reale vita di palazzo in cui, tra intrighi, cattiverie, abomini inimmaginabili, non ci si può mai fidare di nessuno perché mai nessuno è quello che sembra.

Bella la fotografia, con un uso mai visto e assolutamente spregiudicato del fish-eye; fantastica la colonna sonora (un colpo di tamburo e un’arcata di violino, alternati, ritmano ossessivamente – arrivando a creare un senso di assoluto fastidio nello spettatore – i passaggi più lugubri); gli attori tutti perfettamente in parte (anche la Stone, mi duole ammetterlo).

Cinico, ironico, divertito.

Direi che Lanthimos ha saldato il debito.