La Donna, la Luna, il Serpente – Stefano Carini

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Da domani e fino al 30/04/2019 Phos, a Torino in via Vico 1, ospita la mostra di questo giovane fotografo che ha trascorso un periodo in Iraq.

Andato in un paese teoricamente in pace, nel 2014, un mese dopo il suo arrivo la città di Mosul cade in mano all’ISIS. Due giorni dopo il suo capo viene rapito dai miliziani.

Decide di restare, nonostante tutto, perché non può fare diversamente.

La Donna, la Luna, il Serpente è il resoconto di quei giorni, emozionante, fatto di una quotidianità in cui l’orrore e la gioia si mescolano imprevedibilmente. E se, a tutta prima, ci verrebbe di muovere un appunto per la frammentazione del racconto, che non segue uno schema, che non ha un’uniformità di stile – bianco e nero e colore si inseguono, così come i diversi formati utilizzati, in una stringa che si snoda a singhiozzo – rimanendo al cospetto delle immagini ci si rende conto che invece ha un senso questa spezzettatura, che meglio rende l’idea, rispetto a quanto non farebbe una corretta omogeneità, del coacervo di emozioni che hanno abitato l’autore in quei mesi convulsi.

http://www.phosfotografia.com/exhibit/la-donna-la-luna-il-serpente/

 

II – Anna

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Daido Moriyama
Dove sei andata?   Stronza!
La chiama così nei suoi  pensieri, non riesce da allora a pronunciare il suo nome, è finito anch’esso  in quell’abisso di sofferenza che lo attanaglia.
Quegli indumenti abbandonati stridono acutamente con l’immagine di lei che sta prendendo forma.
L’aveva spiata innumerevoli volte attraverso la porta socchiusa: la sua immagine riflessa nello specchio dell’armadio anni ’50, seduta sulla sponda del letto mentre si infilava le calze agganciandole alla guêpière.
Elegante.
Compiva quel gesto come una lunga carezza lenta, indugiando, e guardandolo di sottecchi, lo sguardo obliquo, ammiccante mentre schiudeva leggermente le cosce. Maliziosa.
Sapeva benissimo di essere vista.
La sensualità era il suo corredo genetico, non faceva nulla per esserlo ma era capace come nessuna di gettartela addosso.
Erotica e materna senza che le due dimensioni entrassero in conflitto l’una con l’altra. Capace di divorarlo e accoglierlo al contempo.
E ora quelle labbra insinuanti sono come materializzate davanti a lui come potesse toccarle solo allungando una mano, sarebbe così facile godere di quella felicità. 
E’ lurido, sudicio di misera sciattezza e assecondare la stretta della vecchia gli pare la via più facile per fuggire dal ricordo ed invece si accorge di avere un’erezione imponente.
Quella sensazione di turgore ha il potere di rammentargli, sovrapponendolo a quello di lei, un altro volto, quell’uomo.
Era entrato nella loro vita sinuosamente, strisciando come quei serpenti  neri che da tanto tempo lo accompagnano.
La loro vita perfetta sgretolata da un passo di maschia baldanza.
Quel suadente porsi con impareggiabili eloqui  in un ammuffito corteggiamento.
Doppiogiochista capace di riservare a lui sguardi di scherno, quando non di sprezzante sufficienza.
Avrebbe voluto contrastarlo, no, picchiarlo a sangue, scorticarsi le nocche per strappargli via il viso e con esso ogni parte di lui.
Aveva sviluppato, invece, una strana voglia di nascondersi, astrarsi, sparire in chiusure meditabonde.
“Mamma salvami!” o è alla stronza che rivolge il suo urlo disperato?

AL CINEMA! Dafne. Federico Bondi

Dafne, Federico Bondi, 2018

Dafne è un vulcano di capelli rosso lava che dice sempre quello che pensa, non sopporta i sassolini nelle scarpe, va in discoteca, ha un mucchio di amici che la amano e la stimano, lavora sodo con impegno e dedizione, è molto felice e single convinta, anche se ha avuto un fidanzato, una volta.

Ma soprattutto Dafne vuole scegliere e, quando muore la sua mamma e il babbo cade in depressione, sceglie di non prendere le “medicine per non piangere” che vorrebbero darle, perché lei, invece, vuole proprio piangere.

Che poi Dafne abbia 3 cromosomi nella “coppia 21” è solo una questione che mette in imbarazzo noi benpensanti che “poverina” pensiamo “non le bastava quel che già aveva?”. Ma quello è un problema nostro, perché lei se ne frega e ci dimostra che i limiti stanno solo nella nostra testa di normodotati, troppo spesso paurosi di scegliere perché temiamo di sbagliare e di soffrire e, in definitiva, di vivere.

Carolina Raspanti impersona una rompiscatole infinita a cui non diamo una botta in testa solo perché ci trattiene la sua malattia così dimostrandoci una volta di più la nostra pochezza, ma la sua caparbietà, il suo ottimismo, la sua forza d’animo sono travolgenti. Alla faccia di tutti quelli che quando parlano con un “handiccappato” tirano fuori la vocetta mielosa e condiscendente che si usa con i bambini di due anni (che detto per inciso non sono stupidi nemmeno loro).

Un film asciutto e senza fronzoli, non ne servono, che tutti dovrebbero vedere per smettere di piangersi addosso quando si sbeccano un’unghia.

Delicato cammeo di Stefania Casini (nota ai più grandicelli per la sua spettacolare avvenenza, di cui non faceva mistero) nei panni della mamma di Dafne.

Uscito nelle sale il 21/3 (21 come la coppia di cromosomi, 3 come la tripletta che la abita) è stato giustamente premiato alla Berlinale con il prestigioso Premio FIPRESCI

 

AL CINEMA! Momenti di trascurabile felicità. Daniele Luchetti

Momenti di trascurabile felicità, Daniele Luchetti, 2018

Paolo vive i suoi giorni a Palermo all’insegna del disimpegno: è un padre e un marito evanescente, un amante in fuga perenne, un amico indolente che farebbe qualsiasi cosa pur di accorciare la strada da percorrere per raggiungere gli altri …

E soprattutto non rispetta le regole, specialmente il semaforo rosso. Finché non incontra qualcuno che la pensa come lui.

Ma quel qualcuno si muove con un furgoncino, mentre lui va in moto.

E muore. E mentre muore, contrariamente a quanto aveva sempre creduto, non pensa alle “cose alte”, ma a mille piccole sciocchezze: quando chiudo la porta del frigorifero la luce si spegne davvero? Perché il primo taxi della fila non mai veramente il primo? L’Autan e lo yoga non sono in contraddizione? Perché sui treni il martello frangivetro è dentro una bacheca di vetro? Se ho un martello per rompere la bacheca per prelevare il martello frangivetro, non faccio prima a usarlo per rompere il vetro? …

Arrivato all’ufficio smistamento dell’aldilà, grazie a un errore dovuto al mancato computo del tempo in più garantito dal consumo quotidiano di centrifughe di frutta e verdura allo zenzero, scopre di avere ancora 1 ora e trentadue minuti da vivere …

Poco o molto? Starà a lui farne buon uso.

Intelligente, divertente, leggero e profondo tutto insieme.

Con un finale che non mi ha soddisfatta in pieno ma che certo non inficia la bontà di questa nuova proposta di Luchetti, che si conferma molto bravo.

DUE

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Alfredo Jaar, The Eyes of Gutete Emerita, 1996

Gli occhi della vecchia sono così vicini al suo viso che quasi gli sembra di poterci cadere dentro. Di quel pozzo che lo scruta nel profondo di se stesso il piccolo vede solo le pupille che dilagano, divorando l’iride.

“Ora mi afferra” pensa. E mentre lo sta pensando succede. La vecchia gli agguanta il petto con quella mano ossuta e nodosa che fino a poco prima puntava verso di lui. Gli artigli affondano nel suo piccolo cuore, radici che si diramano e si impossessano delle sue viscere, moltiplicandosi rapidamente per risalirgli fino al cervello, succhiandogli tutta l’acqua dal corpo, scendendo verso le caviglie, uscendogli dalle dita dei piedi, per poi conficcarsi nel terreno e inchiodarlo alla sua paura.

E mentre si sente divorare dall’interno e invadere da un groviglio di serpenti neri, lucidi, inquieti, il freddo lo attanaglia e attorno a lui sale una marea di minuscole uova di ghiaccio che, lo sa, fra poco lo sommergeranno.

La gola è fuoco, gli occhi schegge di vetro.

La mano della vecchia continua a stringere il suo cuore che a stento riesce a perseverare nel suo battito. Le pupille-pozzo hanno ormai preso il posto di quelle iridi acquose e lo richiamano a sé con un canto suadente “tuffati … immergiti nel buio”.

Vorrebbe urlare ma il terrore lo stordisce e mentre cerca disperatamente la madre si accorge che lei è altrove, persa in quell’uomo che è il solo centro della sua vita.

“Mamma!” un urlo strozzato che è appena un rantolo.

“Mamma!” e anche se è fradicio di sudore, un’arsura sorda gli invade la gola. Apre gli occhi, finalmente, e si guarda intorno in quella stanza che non riconosce più. La sveglia digitale sul tavolino da notte urla con le sue cifre verde fluorescente che sono le sette meno un quarto.

Stanco, come se non avesse dormito nemmeno un secondo, si stropiccia il volto, per convincersi di possederne ancora uno. Cerca le ciabatte a tastoni. Coi piedi nudi sonda circospetto il pavimento. Ha la sensazione che le radici siano lì in agguato, pronte ad attorcigliarsi alle sue dita. Un brutto risveglio. Ed è così ogni giorno, da quando quella stronza se n’è andata.

Tornare alla realtà è avere la consapevolezza che la bocca asciutta che lo tormenta è il segno inconfondibile del diabete. Come ogni mattina si punge un dito con la piccola graffa che inserisce nel glucometro. E mentre aspetta che il macchinario infernale dia il suo responso, si guarda allo specchio.

Che fine ha fatto l’uomo che era? Davanti a lui solo un fantasma sbiadito. Le borse sotto gli occhi sono bluastre. I capelli sparsi in tutte le direzioni gli disegnano un’aureola grottesca attorno alla testa. Una profonda ruga gli solca la fronte in verticale, proprio tra le sopracciglia. L’ombra della barba del mattino gli dà un aspetto miserabile.

Spostandosi per avvicinarsi allo specchio e osservare più da vicino l’uomo che lo sta guardando, urta il glucometro che finisce a terra smontandosi in tutte le sue componenti. “Cazzo!” sente il suono roco delle sue parole, ma non sa se le ha pronunciate o se la familiarità della sua voce gli è solo rimbombata in quella massa intorpidita che dimora tra le sue orecchie.

In mutande e canottiera, strascicando i piedi, scalcia i pezzi del glucometro sparpagliati sul pavimento e raggiunge la cucina dove trova ad attenderlo il campo di battaglia che si è accumulato in giorni di bevute e vita randagia. Cartoni di pizza, bottiglie di Akashi blue (due? due!), un reggiseno di pizzo rosa da poco prezzo e a fargli uno sberleffo, finito non si sa come sulla sua lampada preferita, un perizoma con lo string in perle dall’aria molto costosa … un paio di bacchette cinesi servite per qualche involtino primavera di terz’ordine. Del cibo gli importa poco, basta che riempia lo stomaco. Ma sul whisky e sulla biancheria sexy non transige. Per questo si stupisce di quel reggiseno … Ma come cazzo fanno i Giapponesi a fare un whisky così buono? Botti di rovere americana e Shochu sono davvero sufficienti a tirar fuori quella meraviglia? Con questo interrogativo si avvicina all’acquaio. Una nausea assassina gli strizza lo stomaco e a stento riesce a trattenere un conato: un enorme scarafaggio sta beatamente passeggiando tra i piatti delle sue ultime colazioni accatastati alla rinfusa. E tra le scodelle malamente impilate occhieggia una calza a rete. Con chi aveva scopato nelle ultime dieci notti? O meglio, con quante? E come avevano avuto il coraggio di andare con lui?

D’improvviso, perché nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola che non si sa da dove sia saltata fuori ma a un certo punto era lì, salda nella storia, vede materializzarsi nella penombra il volto di lei. Sorridente e ineffabile, lo guarda galleggiando a mezz’aria. Ha gli occhi socchiusi e le labbra, con quel lieve broncio che lo fa impazzire, sono una promessa di felicità …

Stronza! Perché te ne sei andata?