AL CINEMA! Tonya

Tonya, Craig Gillespie, 2017

 

Se sperate di conoscere finalmente la verità sulla gambizzazione della Kerrigan prima delle olimpiadi di Lillehammer, sbagliate di grosso: in “I, Tonya”, ciascuno racconta la propria, di verità. Allo spettatore credere alla storia che preferisce.

Disadattata a causa della madre? Pigra e svogliata e poco intelligente? Succube del marito? Aguzzina del marito? In fondo non importa.

Senza sconti per nessuno, questo “biopic” (ora va di moda chiamarli così …) ci racconta un’America impietosa, che vuole qualcuno da innalzare sugli altari della gloria e qualcun altro da scaraventare nel fango dell’ignominia. Se poi le due persone appartengono allo stesso ambiente, meglio. Lo spettacolo è quello che conta.

Sempre.

Colonna sonora davvero incredibile che a tutti quelli giù per su della mia età farà tornar la voglia di muovere le gambe.

 

BUONGIORNO!

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Bocksay Ter, Ungheria, Andre Kertész, 1914

 

In cima alla scalinata, davanti alle porte chiuse del teatro, ho visto una sagoma che mi ricordava vagamente qualcuno, ma non riuscivo a capire chi. Era un uomo con un cappotto nero, reggeva come gli altri una candela, ed era circondato da diverse persone con cui parlava sottovoce. Al centro di quel cerchio dominava la folla, benché defilato attirava gli sguardi, dava l’impressione di essre importante, e per qualche strana ragione mi ha fatto pensare a un boss mafioso che partecipi, attorniato da guardie del corpo, al funerale di uno dei suoi uomini. Lo vedevo di scorcio; dal bavero rialzato del cappotto spuntava un pizzetto. Accanto a me, una donna che pure lo aveva notato si è rivolta alla vicina: “E’ venuto Eduard, bene”. L’uomo ha girato la testa, come se nonostante la distanza l’avesse sentita. La fiamma della candela ne ha scolpito i lineamenti.

Ho riconosciuto Limonov.

Limonov, Emmanuel Carrère

 

BUONGIORNO!

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Francesco Zoia, 2015

 

Gli stati teocratici sono oppressivi per tutti. Ma le donne stanno un gradino ancora sotto. Non esiste un capo di vestiario maschile che copra un uomo dalla testa ai piedi. Vuoi perché sono donna, perché sono nata alla politica sul tema dell’aborto, per le mie esperienze in casa radicale, ma per me la condizione femminile è sempre stata una bussola per valutare lo sviluppo democratico di un paese. Cesare Beccaria, sulla scia di Voltaire, diceva che la decenza di un paese si verifica visitando le sue carceri, Mutuando questo ragionamento e visitando il mondo per impegno, responsabilità o curiosità, mi sono resa conto che, oltre alla crescita demografica, agli investimenti stranieri, il criterio aggiuntivo da utilizzare era una scheda sulla condizione femminile, sia dal punto di vista legislativo sia dal punto di vista dell’applicazione delle norme. Questo criterio sulla valutazione della democraticità di un paese non mi ha mai tradito: quanto più le donne sono prive di diritti, tanto più quel paese è in difficoltà.

L’apartheid fa indignare. Le discriminazioni per genere sono – chissà perché – più accettabili.

Emma Bonino, I doveri della Libertà – intervista a cura di Giovanna Casadio

 

BUONGIORNO!

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Shabbat, Teresa Zanetti, Gerusalemme 2014

C’era pure un intero scaffale brulicante di animali lanuginosi: orsi polari, tigri, cervi, centauri, zebre, scimmie ed elefanti, tutti smarriti senza speranza in un bosco verdeggiante fatto di panno e ovatta colorata. Dall’orologio a muro schizzava fuori ogni quarto d’ora un cucù che non cantava, emetteva solo un rauco latrato.

Misero Hillel seduto in poltrona. Era una poltrona fonda attorniata da grandi filodendri: vi si rannicchiò dentro con i suoi pantaloncini e la maglietta, raccogliendo a sé le gambe.

Stava meditando a proposito dei fanatici, dei quali papà aveva aveva detto che sanno sempre esattamente cosa è bene e cosa è male e cosa è giusto fare, e si chiedeva con un certo sgomento se papà e mamma non fossero per caso fanatici anche loro, solo che lo tenevano nascosto: in fondo anche loro due sapevano sempre tutto.

Amos Oz, Il monte del cattivo consiglio

 

AL CINEMA! I segreti di Wind River

I segreti di Wind River, Taylor Sheridan, 2017

 

I visi pallidi, ai Nativi Americani, hanno tolto tutto, relegandoli nelle riserve, tranne il silenzio e la neve.

Corey è un cacciatore di professione. Ha un figlio di otto anni. Una ex moglie nativa americana. Dee suoceri che lo amano come un figlio. E una figlia morta in circostanze misteriose.

Cacciando un puma (ma sono tre), che fa strage di vitelli nella riserva indiana dove vivono i suoi suoceri, si imbatte nel cadavere della figlia del suo più caro amico.

La ragazza ha i piedi congelati e giace nella pozza del sangue che ha perso dal naso e dalla bocca. Succede quando a meno trenta, in mezzo a una bufera di neve, corri per chilometri: l’aria gelida di ghiaccia gli alveoli polmonari, che si spaccano e sanguinano. E anneghi.

A risolvere il caso viene mandata una giovane e inesperta agente federale che, a poco a poco, impara a conoscere una realtà, quella della frontiera desolata, che non solo è nascosta, ma della quale capisce piuttosto in fretta che non interessa a nessuno.

E davanti a una porta chiusa, nel nulla assoluto, capisce tutta la tragica storia che l’ha condotta sino a lì.

La neve e il silenzio delle montagne del Wyoming vengono per un attimo turbati da una violenta sparatoria, al termine della quale riprenderanno a regnare sovrani. Come se nulla fosse mai accaduto.

Se un appunto si può fare al film di Sheridan (che chiude dopo Sicario e Hell or high Water la trilogia che il regista e sceneggiatore dedica al tema della moderna frontiera americana) è quello di essere, a tratti, un po’ troppo enfatico, almeno agli occhi di un’Europea di mezza età quale io sono. O forse è il trovarsi di fronte alla forza degli elementi a rendere enfatici.

Un buon film, in ogni caso.