Usando un cacciavite e un martello, distrusse la serratura ed entrò nell’appartamento. Poi avvolse la mazza in un asciugamano e, facendo attenzione a non fare troppo rumore, colpì e distrusse tutto ciò che si trovava nell’alloggio. Tutte le cose che si potevano distruggere le fece a pezzi, senza risparmiare nulla: dal televisore al lume, dall’orologio ai dischi, dal tostapane al vaso di fiori. COn le forbici recise il filo del telefono. Ai libri stacco il dorso e li fece a pezzi, svuotò dentifricio e crema da barba spargendoli sul tappeto. Sul letto versò della salsa. Fece a brandelli i quaderni che erano nei cassetti. Spezzò penne e matite. Ruppe tutte le lampadine. Con il coltello lacerò tende e cuscini. Con le forbici tagliò le camicie che erano nell’armadio. I cassetti che contenevano mutande e calzini li imbrattò completamente di ketchup. Stacco il fusibile dal frigorifero e lo gettò dalla finestra. Staccò il galleggiante dallo sciacquone del gabinetto e lo distrusse. Ruppe pure la cipolla della doccia. La devastazione fu meticolosa e completa.
Ma nel principato nuovo consistono le difficultà. E prima, se non è tutto nuovo, ma come membro (che si può chiamare tutto insieme quasi misto), le variazioni sua nascono in prima da una naturale difficultà, quale è in tutti i principati nuovi: le quali sono che li uomini mutano volentieri signore, credendo migliorare; e questa credenza gli fa pigliare l’arme contro a quello; di che è s’ingannono, perché veggono poi per esperienza avere peggiorato. Il che depende da una altra necessità naturale e ordinaria, quali fa che sempre bisogni offendere quelli di chi si divente nuovo principe e con gente d’arme e con infinite altre iniurie che si tira dietro el nuovo acquisto; in modo che tu hai inimici tutti quelli che hai offesi in occupare quello principato, e non ti puoi mantenere amici quelli che vi ti hanno messo, per non li potere satisfare in quel modo che si erano presupposto, e per non potere tu usare contro a di loro medicine forti, sendo loro obligato; perché sempre ancora che uno sia fortissimo in su gli eserciti, ha bisogno del favore de’ provinciali a entrare in una provincia.
VENICE 1959 – ST. MARCO SQUARE – VENEZIA 1959 – PIAZZA SAN MARCO *** Local Caption *** ***Special fee applies***
Per una volta, per una soltanto, fateci ridere, teneteci allegre!
Non c’è nulla di meglio di un uomo che sappia prenderci in giro con amore, facendoci credere che tutti i nostri difetti ai suoi occhi non siano altro che bizzarrie che ci rendono ancora più amabili!
Regalateci una serata spensierata. Magari una passeggiata senza meta (se poi abitiamo in una città col fiume o il lungomare, meglio ancora!). A parlare di nulla. A fare i cretini, come quando ci ronzavamo attorno e ancora non sapevamo se il futuro ci avrebbe riservato qualcosa insieme.
Sorprendeteci! Magari prendetevi due ore libere e preparateci una torta (o una cena intera! non vi diremo certo di no!).
Ma per favore, per una volta, non quel “mazzolino” di fiori stantio. Non il “ristorantino“ pieno di altre coppie tutte uguali a noi. Non la “seratina” con le “candeline” e “petalini” di rosa sparsi ovunque, con la speranza di una “scopatina” (che è sempre più che “tristina“), tanto perché si deve. E lo richiede il cliché.
Non sto scherzando!
Solo un uomo poteva essere così sciocco da credere che la bella faccia di Cristiano piacesse a Rossana più del bel cervello di Cirano!
Ritornavo d’autunno, gli alberi erano spogli e le strade fangose. Da Udine andai a Gorizia su un camion sorpassando altri camion mentre guardavo l a campagna. I gelsi erano nudi sulla distesa bruna dei campi, foglie morte e bagnate stavano sulla strada dove uomini lavoravano a spianare le carreggiate con pietre tolte da mucchi di brecciame, ai lati, fra gli alberi. Vidi apparire Gorizia nella nebbia che nascondeva i corpi delle montagne, attraversammo il fiume e vidi che era alto per la pioggia caudta sui monti. Passammo i cascinali e poi vennero le case e le ville, molte altre case in città erano state colpite. In una via stretta sorpassammo un’ambulanza della Croce Rossa inglese. Il viso del conducente era sottile e abbronzato sotto il berretto. Non lo conoscevo.
E’ un fatto che al cinema, di questi ultimi tempi, i vecchietti arzilli e anche un po’ canaglie spopolano. Da Donald Sutherland amabilmente svanito in giro sul suo Leisure Seeker insieme alla deliziosa Hellen Mirren, a Robert Redford, ancora sexy a ottanta suonati … fino a un fuoriclasse come Clint Eastwood che si regala la regia e il ruolo principale di questo bellissimo, divertente e intelligente The Mule (il Corriere).
Earl ha fatto la guerra, è politicamente scorretto e chiama negri i negri. E quando gli fanno notare che loro non sono “negri” ma “neri”, così come lui è “bianco”, ha pure il coraggio di ribattere con un mezzo sorriso e la fronte corrugata “non è vero!”. E poi si dice anche contento di poter dar loro una mano! Risponde al “grazie, vecchio” di un gruppo di motocicliste lesbiche dicendo “Prego, lesbiche!”. Dimentica il matrimonio della figlia. Non ha grandi rapporti con la moglie che, infatti, in breve diventa “ex moglie” e quando si trova alle strette perché gli pignorano la casa ha la faccia tosta di presentarsi alla festa di fidanzamento della nipote facendole credere di esserci andato perché lo desiderava e non perché non sapeva più dove andare.
Eppure è adorabile.
E insospettabile.
Tanto che, proprio alla festa della nipote, conosce un ragazzo che, vistolo male in arnese e sentito che si vantava di non aver mai preso una multa in vita sua (pur avendo percorso centinaia di migliaia di miglia e coperto quarantuno Stati), gli fa un’offerta che non può rifiutare: guidare per conto di certi amici suoi in cambio di denaro. Molto denaro.
E Earl non se lo fa dire due volte.
Peccato che quegli amici facciano parte di un cartello messicano della droga e lui debba guidare per trasportare quintali di coca da una parte all’altra degli USA.
Sulle sue tracce un ambizioso poliziotto finito a Chicago con il solo obiettivo di andarsene quanto prima. E per farlo deve escogitare qualcosa di clamoroso.
Sullo sfondo scorre l’America. Quella profonda, vista in decine di film, fatta di motel tutti uguali, stazioni di servizio Chevron e lunghe strade che solcano il nulla di campi e cieli infiniti. Quella immortalata da Eggleston e Shore, per intenderci, quella delle immagini blues di Soth …
A noi non resta che chiederci come diavolo faccia un novantenne ad essere ancora quell’uomo dagli occhi di ghiaccio che abbiamo imparato a conoscere coi film di Sergio Leone.
La colonna sonora è una delle più belle e azzeccate mai sentite.