Al cinema!

Domani è un altro giorno, Simone Spada, 2019

 

Se non fosse che è straziante, si potrebbe anche ridere.

Simone Spada dirige Giallini e Mastandrea con grazia e garbo, in una ballata dolceamara verso la morte, che non puzza di buonismo e sentimentalismi inutili.

Tommaso e Giuliano sono amici da sempre.

Uno, ormai da trent’anni, vive e lavora in Canada. L’altro è rimasto a Roma dove fa l’attore di TV prestato al teatro ed è malato di cancro. E non vuole più curarsi.

Tommaso lascia lavoro e famiglia per quattro giorni per stare con l’amico e provare a dissuaderlo dal suo proposito e a riprendere le cure.

In quei quattro giorni parlano, ridono, ricordano, si arrabbiano contro la sorte, piangono anche. Finché Tommaso capisce le ragioni di Giuliano.

 

Al cinema!

Can you ever forgive me?, Marie Heller 2018

Lee è una giornalista spocchiosa, maleducata, grassa, decisamente antipatica, vive in una stamberga piena di mosche, con l’unica compagnia di un gatto malato che espleta le sue funzioni biologiche sotto il letto della padrona.

Come se non bastasse, ha il mito di Hemingway e degli scrittori ad alto tasso alcolico …

Dopo aver scritto, con successo di critica e pubblico, le biografie di alcuni attori del passato, l’ultima è un fiasco clamoroso, la sua agente la rinnega e Lee finisce col perdere anche il lavoro al giornale.

Disperata e senza soldi inizia a scrivere false lettere di scrittori e attori del passato ed è così brava che le rivende ai collezionisti. Ad aiutarla a piazzarle l’unico amico che le è rimasto: un vagabondo omosessuale innamorato della vita e inguaribilmente ottimista.

Finché non li beccano e si beccano 5 anni.

Ma l’esperienza le serve per riprendere a scrivere: il genere è sempre la biografia, questa volta la propria.

Ed è un successo clamoroso.

Da cui è tratto il film.

Melissa McCarthy assai brava. Coraggiosamente trasformata in una grassa e basta, col bellissimo viso stravolto da un trucco impietoso.

Richard Grant è la quintessenza dell’Inglese dandy.

BUONGIORNO!

Diane Arbus, Freaks

Nel Palazzo Ducale di Mantova, reggia di Gonzaga, c’è un curioso appartamento che sembra stato ideato e costruito per ospitare un popolo di bambole.
Stanzine, salottini, corridoietti, tutto in miniatura, tutto come in un giocattolo.
Capricci di signori del tempo andato, capricci di architetti; ma non è una casa per le bambole, è l’appartamento dei nani di corte

Gianni Rodari, I Nani di Mantova

Che bella foto! Sembra un quadro. Ma forse no … (parte prima)

Non c’è dubbio che le idee migliori mi vengano quando me ne sto distesa sul lettino della mia massaggiatrice.
Mentre le mani esperte di Giada mi distendono i muscoli e le mie giunture scrocchiano allegramente come Rustiche San Carlo, ricordando al cervello l’esistenza di parti del corpo nemmeno sospettate, la mente si rilassa e (finalmente lassa) lascia affiorare alla superficie della coscienza consapevolezza e conoscenze imprigionate chissà dove sino a quel momento.
Così non mi resta che raccoglierle col mio retino da Vispa Teresa e depositarle in qualche posto sicuro.
Sebbene avessi promesso (soprattutto a me stessa) che avrei prodotto ogni mese due pezzi sulla fotografia, gennaio è trascorso e così buona parte di febbraio, senza che un solo rigo degno di essere letto uscisse dalla mia penna (ebbene lo ammetto, prima di trascrivere al p.c., annoto tutto sui miei taccuini neri a righe).
Oggi però, ascoltando con grande curiosità l’effetto prodotto dall’ammorbidirsi di un muscolo del collo teso come una corda di violino, una danza di parole, fotografie e musica si è magicamente composta nella mia testa.

È un fatto che l’irruzione della fotografia nella storia abbia una forza dirompente.
La sua influenza sulle arti figurative, per l’innegabile contiguità di quanto ne costituisce il prodotto, è ovviamente la prima cui si pensa.

Ad esempio, tanto per dirne una, è grazie agli studi e agli esperimenti di cronofotografia di Eadweard (sì, il nome è giusto, non sono ammattita, se l’era cambiato così per dargli un suono più “Old England”) MUYBRIDGE (1)

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Eadweard Muybridge, Cavallo al galoppo, 1878 circa

che muta il modo di raffigurare i cavalli al galoppo, perché quello sino ad allora in uso non risponde alla realtà: quando sono completamente staccati da terra, infatti, non hanno l’atteggiamento del “cavallo a dondolo” (ossia con le zampe anteriori e posteriori lanciate rispettivamente in avanti e indietro), bensì tengono le quattro zampe raccolte sotto il ventre.

Cina, Dinastia Tang, 618-907 d.C.
Cavallo con Guerriero, Cina, Dinastia Tang (618-907)

Anche se, per dire il vero, esiste una raffigurazione antica, più unica che rara in effetti, per così dire “corretta” che ha fatto esclamare a Andrén “in perfetto accordo con quanto avviene in natura, sembra essere l’unica, e senza altri paragoni, così realizzata prima dell’invenzione della fotografia istantanea” (2) (3).

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Cavalieri etruschi, Cerveteri, Ny Carlsberg Glyptoteck, Copenhagen

Ed è sempre grazie alla cronofotografia, ad esempio le immagini realizzate da Étienne-Jules Maray o Thomas Eakins, e al fotodinamismo ideato dai fratelli Bragaglia, in particolare Anton Giulio (4)

 

che i Futuristi iniziano a pensare a un modo nuovo di rappresentare il movimento. Anche se, piuttosto che ammetterlo, si sarebbero fatti portare via tutti i pennelli … (basti leggere l’invettiva di Boccioni, che pure da Bragaglia si era fatto immortalare, o gli articoli apparsi sulla rivista futurista Lacerba). E sapete perché? Ve lo dico poi.

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Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912

Ah! La fotografia di un Lartigue poco più che tredicenne, tra l’altro ottenuta per errore, a causa (o grazie!) al tempo lento dell’otturatore orizzontale della sua ICA 9×12, cambia per sempre l’idea che una ruota in movimento debba essere rotonda …

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Jacques-Henri Lartigue, 1910, Ministère de la Culture de France

 

moto in corsa

(continua)…

E la musica?

Giusto! La musica!!!

Philip Glass, The Photographer, opera dedicata proprio a Mubridge e alla vicenda giudiziaria che lo coinvolse per omicidio …

https://www.youtube.com/watch?v=oPCkt9VvkY0

 

Bibliografia:
(1)E. Muybridge, The Human and Animal Locomotion Photographs)
(2)A. Andrén, Architectural Terracottas from Etrusco Italic Temples (1940)
(3)F. Magi, Andature di cavalli nell’arte con particolare riguardo all’ambio nell’arte cinese degli Han, in Rivista degli studi orientaliVol. 49, Fasc. 1/2 (Aprile 1975)
(4)Anton Giulio Bragaglia, Fotodinamismo futurista, 1911

Il canto degli hangars

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Acutamente, Clara Ravaglia, 2015

Canto degli hangars

Abbiamo teso nel sole nervature di ferro,
abbiamo inarcato schiene metalliche,
e aperta a una folata di gioia
la bocca, che aspira gigante la vita…
La notte non dorme sul dorso
che al cielo puntiamo,
non lima il silenzio le salde armature;
ma sempre ci batte un alito di lavoro,
una promessa calda di forze,
che crescono meravigliose.
Abbiamo lanciato sulle maree dei cieli,
fino oltre gli scogli delle nubi,
macchine fatte con lamine
di volontà presente,
e motori d’ardimenti infiniti
che uccidono i venti,
e leve che inalzano la sagoma dell’uomo
oltre gli umani destini.
Abbiamo baciato, nei tramonti vermigli,
i nostri reduci figli,
e udito contarsi tra loro,
i pezzi di schietto metallo e l’aste di legno,
la grande favola d’oro,
le meraviglie di un regno,
che inalza i suoi palazzi incantati
con blocchi, squadrati nel macigno turchino.
Abbiamo dormito sui limiti dell’infinito,
abbiamo lanciato al popolo delle stelle,
il ritmo dell’uomo ribelle,
che marcia verso un destino sublime,
e, a tappe giganti, vuole
piantare con salde radici,
le nostre armature nel sole.
da “il canto dei motori” Luciano Folgore (Omero Vecchi), 1912

Che c’entra “acutamente” con questo Vecchi Omero, che per smentire i Latini (nomen omen), chiese a d’Annunzio di trovargli uno pseudonimo?
E quello non si fece pregare, naturalmente, e visto l’amore suo per i motori rombanti, gli appioppò “Folgore”.
E tale egli rimase, per scelta, sua, del destino e d’un amico.

I futuristi non erano poi del tutto da disprezzare e nelle arti seppero dare una visione nuova davvero, coniugando la forma e il colore con il movimento, che proprio in quegli anni andava facendosi sempre più rapido.

Che c’entra dunque?

Insomma, l’avevo minacciata, in altri lidi, poi … le cose non sono andate come avremmo desiderato. Perlomeno, non come avrei desiderato io.
E che temevo potesse esser letto come un ricambiar carinerie. Che invece, sia chiaro, non è.
L’aver ritrovato, qui, lo scatto che desideravo mettere in poesia, là, mi ha poi convinta.
E in fondo, perché no?
Così scrivo.

Ci può essere poesia in un’immagine astratta?
Che cosa ci fa dire che ciò che vediamo è poetico?
Basta che sia perché ci piace?
Per me tutto nasce da quel che tocca le nostre corde profonde, per farle vibrare.
E questo tuo scatto, Clara, è tutto vibrante.
Vibra la forma, acutamente voluta dalla tua acuta mente.
Puntata verso un vertice che sa di infinito asintoto, perché ci si avvicina senza toccarlo.
Come la perfezione, verso cui sempre tendere, pur sapendo di mai poter raggiungerla. Ma senza lasciarsi schiacciare da questa consapevolezza e anzi, come fai tu, usandola a pungolo (acuto, appunto) per migliorare a ogni scatto. A ogni nuova visione.

Vibra il colore, il tuo colore, ogni volta declinato in nuove armonie, che rende nobili anche i cavi elettrici, anche i lampioni…

Vibra il senso, il significato che sai dare alle cose.

Uno sguardo elettrico, dunque, il tuo. Che muove e smuove e modifica il consueto, il banale rendendolo bello. E che per questo ci interroga, costantemente, e non ci permette di star fermi, non ci permette di catalogare il mondo secondo schemi usati e ab-usati, per metterlo in barattoli da cui poi non lasciarlo uscire più, perché così è rassicurante.

Ecco se poesia è, come già dicevo (e come recita il vocabolario), derivato direttamente da “creare”, e più nello specifico è essa stessa “creazione”, allora è quello che tu fai.
Posi sulle cose uno sguardo che le ri-crea.
E scusa se è poco.

Buon tutto.

“Il tutto a tutti”, come mi si è detto. Che “il poco per pochi c’è già”.
Ma io sono massimalista…

A un’amica che non ringrazierò mai abbastanza. Acuta mente fotografica. Cuore immenso.