Buongiorno!

Ho comprato e, almeno per i primi capitoli, letto d’un fiato il libro di un filosofo cinese, Jianwei Xun, intitolato Ipnocrazia.

Mi ha subito intrigato sin dalle prime pagine, con la sua teoria di una società catturata dalla rete a cui è impossibile sfuggire perché capace di inglobare ogni forma possibile di resistenza trasformandola in tendenza capace a sua volta di catturare algoritmicamente altri utenti/fruitori/consumatori qualcuno dei quali potrebbe essere tentato dal resistere a sua volta e così innescando nuovamente il giro.

Però, poi  andando avanti nella lettura ho iniziato a annoiarmi, a trovarlo baroccamente ridondante. Una ripetizione insistita di alcuni, pochi, concetti detti in modi diversi, girando e rigirando le stesse frasi.

Ho fatto alcune ricerche in rete e di questo filosofo cinese non ho trovato traccia. Alla fine ho annotato all’ultima pagina del libro “non mi stupirebbe scoprire che questo filosofo non esiste e questo libro è stato scritto con l’IA”.

Al di là di questo appunto conclusivo, è però un libretto che mi ha fatto pensare che l’unico modo per sfuggire al mondo di perenne ipnosi in cui rischiamo di affogare grazie agli algoritmi che ci costruiscono fittiziamente l’habitat che desideriamo, intercettando i nostri gusti attraverso ogni nostra scelta fatta in rete (ricerche di ogni tipo, dagli acquisti su Amazon, agli affitti su Airbnb), sia quello degli antonimi di Pessoa.

…e comunque a me il caffè piace fatto con la moka…

(aggiornato il 13/03/2025).

Linea 16

A Torino, all’8bis di Via Valperga, c’è un ristorante che non ti aspetti.

Perché è un piccolo posto, perché è pure un po’ nascosto, perché quasi è da carbonari, così fuori come si trova dal tradizionale itinerario (il centro, il Quadrilatero, Vanchiglia o San Salvario) del tempo libero e del dopolavoro torinesi.

Si chiama Linea16, come il tram che passa giusto là, ed è un locale intimo e semplice di quella semplicità fatta di distillazione che, per me, è la quintessenza dell’eleganza.

È un ristorante in cui i sapori giocano la danza degli ossimori, e in un’alcova croccante di rosmarino si consumano gli amplessi tra la dolcezza delle carote in puré e l’aroma deciso e secco della polvere di caffè. Le cappesante si crogiolano nel tepore di una zuppa di cannellini avvolgente e vellutata e le foglie di verza dei capunet, tratti dalla tradizione contadina piemontese, avvolgono amorevolmente lo stracotto di cinghiale con coccole bizzarre di cioccolato e chiodi di garofano.

E tutto questo trionfo di amorosi sensi culmina in un dolce tipico torinese, che è la panna cotta, delicata e soave e il cuoco la declina alle erbe aromatiche e accostandola alla crema di castagne e a una pioggia di nocciole di quella varietà tonda gentile che per noi è orgoglio nazionale.

In questo ristorante sono così ben immersi nella torinesità che ti coccolano davvero e stanno attenti che il cestino del pane e dei grissini non si svuoti e ti accolgono con un goloso benvenuto e in più, tra gli antipasti e la portata principale, fanno entrare in scena un intermezzo che, nel mio caso, si è concretizzato in crema di verza viola con fiocchetti di robiola e croccante di pane aromatizzato.

Di più c’è che ho annaffiato la mia cena con un Nebbiolo delle Langhe estratto dal cilindro magico di una carta dei vini decisamente all’altezza della situazione.

Innamorarsi di Torino

Torino è una città deliziosamente malandrina.

Nasconde, sotto un’apparenza austera, incontri sorprendenti.

Cortili di vegetazioni lussureggianti e artistici decori, appena un passo oltre funzionali ingressi carrai. Scaloni vorticosi di marmo e legno e ferro battuto, dietro facciate compostamente grigie …

È una città di opposti, di ossimori e incongruenze che sono tali solo a uno sguardo distratto cui, appena si abbia voglia di farlo un po’ più attento e profondo, svela la sua sostanza di affascinante signora, ironica e un po’ agée, ma non così tanto da aver smesso, per questo, di esser bella.

Una città in cui non ti puoi annoiare perché ad ogni angolo ti attende una sorpresa, se solo sai muoverti con quello spirito d’avventura delle cacce al tesoro di quando eri bambino. Un’etica da bambini, quella dell’avventuriero! Così mi ha illuminata un giorno un vecchio avvocato al quale voglio bene.

È la mia città e io la amo perdutamente proprio per questa sua anima dicotomica e continuamente cangiante che si esprime sin nei dettagli minimi. Dai negozi sfavillanti di luci del centro alle botteghe artigiane del Quadrilatero alle nascoste cucine dei piccoli e grandi ristoranti sparpagliati qua e là.

Premesso che non sono una blogger, né una influenZer, né tantomeno un critico enogastronomico. E non ho certo alcuna pretesa in tal senso. Sono semplicemente un’innamorata che riporta qui opinioni del tutto personali ad uso e consumo di chi ci vive e ciononostante la vive poco, di chi ci capita per sbaglio o ci viene per scelta, di chi ci passa qualche ora e sia alla ricerca di un’esperienza da Torinese.

TuriNoise

Non ho ben capito che cosa mi sta succedendo da quando sono rientrata dall’Argentina, certo è che ho la testa piena zeppa di idee.

Adesso, er esempio, mi è venuto in mente che posso aggiungere un’altra rubrica ancora, come se quelle che già ci sono non fossero sufficienti.

La chiamerò TuriNoise crasi di Turin e Noise (anche se anziché fondere due vocali, ho fuso due consonanti).

Che cosa ci metterò dentro? Direi qualche dritta per vivere la città a modo mio. Posti dove mi piace passeggiare, posti che mi piace fotografare, posti dove vado a mangiare, posti dove compro i vestiti … A modo mio.