BUONGIORNO!

Alice-nel-Paese-delle-Meraviglie-Disney

Alice in Wonderland, Lewis Carroll – WaltDisney

 

Il giorno dopo vidi quattro macchine gialle in fila, andando a scuola. Questo ne faceva una “giornata nera”, così non mangiai nulla a pranzo e rimasi seduto tutto il tempo nell’angolo della stanza a leggere il mio libro di Matematica per l’esame di livello A.

E anche il giorno dopo ancora, vidi quattro macchine gialle in fila, andando a scuola. Questo ne faceva un’altra “giornata nera”, così non parlai con nessuno per tutto il pomeriggio e rimasi seduto tutto il tempo in un angolo della Biblioteca a gemere con la testa ficcata nel punto di congiunzione dei due muri e questo mi calmò e mi rassicurò.

Ma il terzo giorno tenni gli occhi chiusi per tutto il tragitto verso la scuola, sino a quando non scendemmo dall’autobus perché dopo due “giornate nere” di seguito ero autorizzato a farlo.

Mark Haddon, The curious Incident of the Dog in the Night-time (traduzione mia)

 

Perché fotografo

 

Come tutti quelli che provano piacere nell’accostare un congegno all’occhio, inquadrare all’interno di un mirino e premere un pulsante, anch’io per anni mi sono chiesta perché fotografo.

Ci sono quelli che “la mia fotografia intende essenzialmente regalare un’emozione … , trasferire ad altri l’emozione che provo davanti a un tramonto (nelle sue varianti di: davanti a un bimbo dagli occhioni stupiti-un gattino spaventato-il deserto-l’oceano-la campagnainautunno-ilcielodinottetrapuntodistelle …)”.

C’è chi, invece, lo fa (e non lo ammetterebbe mai) per sentirsi dire “WOW! Questa fotografia spacca!!! E’ davvero pazzesca!!!”.

Ci sono poi quelli che “Fotografo per dare sfogo al mio bisogno d’arte” e quelli che “perché mi piace”, ma poi non sanno dire in che cosa consista questo mi piace.

Insomma, nulla di tutto questo corrisponde a quel che vado cercando e anzi, non mi interessa per niente. Infatti basta osservare le mie fotografie per rendersene immediatamente conto: escludo nella maniera più assoluta che possano suscitare una qualche seppur minima “emozione” o che esprimano un senso artistico. Sicuramente nessuno oserebbe dire che “Spaccano!”. E nemmeno “WOW”, a pensarci bene …

John Szarkowsky, il direttore del dipartimento di fotografia del MoMA dal 1962 al 1991, cioè il Dio della Fotografia per circa trent’anni, distingueva tra chi faceva fotografie come specchi e chi invece come finestre. Specchi erano quelli che fotografavano per esprimere se stessi, raccontare una parte di sé. Alle finestre, invece, apparteneva chi, attraverso le proprie fotografie, raccontava il mondo esterno in cui si imbatteva.

Dal momento che lui (Szarkowsky, intendo) era Lui e poteva permetterselo, inseriva del tutto arbitrariamente, in un barattolo o nell’altro i fotografi che gli si presentavano. Così giudicava Diane Arbus certamente finestra. Anche se, a guardare oggi il suo lavoro, appare palese come quelle finestre fossero irrimediabilmente rivolte verso di sé, così diventando inesorabile specchio delle sue inquietudini.

Per molto tempo, dopo aver saputo di questa distinzione, ho pensato che fosse sacrosanta e mi sono di volta in volta sentita specchio o finestra, a seconda del momento della mia vita in cui mi trovavo. Ma a riguardare dopo anni le mie fotografie, con quel distacco che solo il passare del tempo, che affievolisce l’affetto che abbiamo per il nostro lavoro non appena l’abbiamo prodotto, ci sa dare, mi sono resa conto che ogni immagine è contemporaneamente finestra e specchio, perché sono io ad affacciarmi sul mondo e a decidere che cosa trovo degno di essere fermato in immagine e che cosa no e come: che cosa escludere dalla scena che ho davanti, a che punto tagliare, quale prospettiva … così facendo racconto di me, dei miei gusti, delle mie inclinazioni …

Poi mi sono imbattuta in una frase di Winogrand: “fotografo per vedere come appaiono le cose una volta fotografate”.

Ecco.

Ho avuto un’illuminazione.

Questa è precisamente la ragione per cui fotografo! E non ci avevo mai pensato prima. E’ dovuto arrivare qualcuno dal passato remoto a mettermi un dito nell’occhio. Qualcuno che evidentemente, però, ha ancora molto da dire anche oggi.

Mi interessa ritrovare il dettaglio che, a livello consapevole, mi era sfuggito al momento della ripresa. Cercare di capire se è proprio la sua presenza ad avermi inconsciamente indotto allo scatto. Mi piace ri-scoprire l’immagine, sapendo che le cose erano così come mi si presentano stampate su quel rettangolo di carta, solo in quel determinato momento in cui il mio dito si è abbassato sul pulsante e dopo sono cambiate, lasciando però la loro impronta sulla mia pellicola (o, oggi che uso il digitale, sul sensore).

Perché la fotografia non restituisce mai realmente ciò che mi si para innanzi, è sempre un’interpretazione, perché ne inquadro necessariamente solo una porzione, e lo faccio alla luce della mia sensibilità, del mio gusto (così come si è formato nel tempo, attraverso le letture, l’osservazione dei e nei luoghi, l’analisi delle fotografie altrui), del mio stato d’animo del momento …

Ciò che faccio entrare nella composizione e ciò che ne lascio fuori determinano un risultato finale che inevitabilmente mi sorprende. Guardare attraverso il mirino è ben diverso dal vedere il lavoro una volta stampato. E quando accade, mi scopro a chiedermi “perché?”, che è la domanda più bella che ci si possa porre.

BUONGIORNO!

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Eugène Atget

 

Le città sottili. 4.

La città di Sofronia si compone di due mezze città.

In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra mezza città.

Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario d’ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.

Italo Calvino, Le città invisibili

 

Da Aristotele a Niépce. E oltre.

Esiste un sottile filo rosso che unisce Aristotele a Nièpce?

L’immagine di una scena posta all’esterno di una scatola in cui è praticato un piccolo foro viene proiettata, grazie al passaggio della luce, capovolta e specchiata, all’interno della scatola stessa, sulla parete opposta al foro. Il fenomeno è quello ottico naturale della camera oscura ed è già noto nell’antica Grecia perché osservato all’interno delle caverne (e qui si potrebbe aprire una bella parentesi filosofica sul mito Platonico della caverna e tutto quel che ne è conseguito, ma magari ce lo risparmiamo).

Scrivevo, in un altro post, che l’uomo, nel suo tentativo di produrre immagini fatte a mano, ha sempre cercato la maggior attinenza possibile alla realtà. Per questa ragione si può sostenere che l’invenzione di un congegno come la macchina fotografica, capace di fissare definitivamente su un foglio l’immagine immateriale che si crea grazie alla camera oscura (o camera ottica) è stato un passo necessitato.

Aristotele (e prima di lui il filosofo Mo-Ti – o Mozi, nella Cina del V secolo prima di Cristo, e dopo di lui Euclide, nel suo trattato sull’ottica) conosce il fenomeno (ne fa cenno nei Problemata Physica) e, nel IV secolo avanti Cristo, concepisce una vera e propria camera oscura per osservare un’eclissi di sole. Il sistema viene utilizzato nei secoli a venire (sempre per lo stesso scopo di osservazione delle eclissi di sole) sia dagli Arabi (se ne è servito Alhazan Ibn Al-Haitham) sia, successivamente, in Europa (Guglielmo di St. Cloud grazie ad essa può osservare l’eclissi di sole del 05/06/1285).

Ma è Leonardo da Vinci che, comprese le enormi potenzialità del mezzo, nel Codice Atlantico del 1515, inventa un procedimento per disegnare edifici e paesaggi, dal vero e con estrema precisione: applica al foro una lente regolabile di modo che, sulla parete opposta, alla quale appende un foglio di carta, si proietti un’immagine fedele (anche se capovolta e con inversione di lato) del paesaggio esterno, che può quindi essere agevolmente copiata. L’idea di Leonardo viene poi ampiamente sfruttata dai pittori successivi (da Raffaello a Caravaggio, da Canaletto ai Fiamminghi) per realizzare ritratti e paesaggi.

Qualche anno dopo (nel 1550), Girolamo Cardano, fisico e filosofo, applica al foro stenopeico una lente convessa che consente di ottenere un’immagine più nitida di quella proiettata dal foro nudo: è l’antenato dei moderni obiettivi fotografici.

Nel Seicento, viene ideata una camera oscura portatile: una scatola con una lente da una parte ed uno schermo di vetro smerigliato dall’altra, che permette di riflettere l’immagine fuori dalla camera. Nel 1685 l’inventore tedesco Johan Zahn ha l’intuizione di inserire all’interno della camera oscura uno specchio a 45° rispetto alla lente dell’apertura che riflette l’immagine, finalmente raddrizzata, sul vetro smerigliato. È questo il principio su cui si basano le moderne macchine (quanto mi piace il termine “macchina”) fotografiche reflex.

Non restava che trovare il sistema per trasferire stabilmente su un supporto l’immagine che si formava grazie al fenomeno ottico.

E qui soccorre la chimica.

Parallelamente alle invenzioni tecnologiche derivanti dalle scoperte inerenti alle leggi fisiche dell’ottica, nell’ombra lavorano i chimici e, prima di loro, in gran segreto, gli alchimisti. Questi ultimi già nel Medioevo, alla ricerca della pietra filosofale, si divertono a cuocere insieme diverse sostanze. Non trovano la soluzione per trasformare in oro i vili metalli ma, del tutto per caso (ed è più che probabile che lo interpretino pure come un fallimento) scoprono che, riscaldando del comune sale da cucina (cloruro di sodio) con della polvere d’argento si ottiene un composto, il cloruro d’argento,  che, esposto alla luce, da bianco diventa nero.

Nel ‘500, a diverse latitudini, studiando il comportamento dei sali d’argento, si arriva a capire che tutti, se sottoposti a determinate condizioni, si scuriscono. Il gioco è divertente, ma nessuno riesce a trovarne un’applicazione pratica. Fino a che nel ‘700, mettendo insieme fisica e chimica, a qualcuno balena l’idea di ottenere immagini esponendo alla luce superfici cosparse di sali d’argento.

Nel 1727 il chimico tedesco Johan Heinrich Schulze utilizza per la prima volta la parola “fotografia”. Cosparsa di sali d’argento una lastra metallica, vi posa sopra degli oggetti ed espone il tutto alla luce che annerisce le parti non coperte, ottenendone così la silhouette in bianco. Il procedimento però non è duraturo: infatti non si riesce a fissarne gli effetti, sicché appena si espone alla luce la lastra impressionata, anche le parti rimaste bianche scuriscono e il disegno svanisce. Ancora nel 1802 Thomas Wedgwood, discendente della nota casata di ceramisti (chiedete alle nonne che sanno bene di che parlo) prova a cospargere di nitrato d’argento dei pellami e ottiene così delle immagini evanescenti che possono essere osservate ad una flebile luce per alcuni istanti. Non fa a tempo a completare i suoi studi in materia, perché a soli 37 passa a miglior vita.

Nel 1814 Nicéphore Niépce cerca un metodo per semplificare l’incisione su metallo. Come spesso accade, cercando una cosa se ne trova un’altra.

E così, un bel giorno, nella sua casa di campagna a Chalon-sur-Saône, non avendo niente di meglio da fare, cosparge con bitume di Giudea (volgarmente detto asfalto, ma vuoi mettere l’effetto?) una lastra di rame argentato e la sistema sul fondo di una camera oscura posta di fronte a un dipinto. Espone poi il tutto al sole. Dopo “appena” 14 ore, l’azione della luce riflessa dalle parti più chiare del dipinto ha cotto il bitume, facendolo diventare bianco e solido, lasciando “crudo” (e nero e molle) il restante bitume che facilmente può così sciogliere in un bagno di olio essenziale di lavanda (che non intacca però il bitume solidificato dall’azione della luce). Ha ottenuto il primo negativo della storia. Per preparare la lastra per la stampa, una volta liberata dal bitume crudo, la cosparge con dell’acido che ne scava, corrodendole, le parti non ricoperte dal bitume indurito. Alla fine lava via il tutto (acido e bitume indurito) e ottiene, ancora una volta in negativo, il disegno pronto per essere mandato in tipografia, cosparso di inchiostro e stampato su carta.

Se a Niépce occorrono 14 ore per impressionare la lastra, Daguerre, grazie a una botta di c … grande fortuna, scopre, perché si dimentica in un armadio in cui è conservato del mercurio – non chiediamoci che cosa diamine ci facesse Daguerre con del mercurio nell’armadio! – delle lastre ricoperte di Sali d’argento che, una volta esposte rimangono impressionate in circa quindici minuti.

Il progresso, si sa, corre e, in quegli stessi anni, Fox Talbot, dal Regno Unito, con lastre ricoperte di collodio umido, porta ad appena due secondi il tempo necessario a impressionarle.

Migliorata la tecnica di impressione, ci si mette all’opera per la produzione di obiettivi che consentano una buona qualità dell’immagine. Nomi arcinoti di lenti per la fotografia, da Zeiss a Voigtländer, passando per Leica (tanto per citarne alcuni), risalgono alla seconda metà dell’Ottocento!

Con l’invenzione della “lastra asciutta” (in cui il collodio umido è sostituito dalla gelatina d’argento) nasce la fotografia moderna.

Nel 1888 la Kodak produce la n. 1: la prima fotocamera portatile con 100 pose pre – caricate.

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Costa $ 25 (non esattamente economica) e viene pubblicizzata con il mitico slogan “You press the button. We do the rest”.

Ma una volta ottenuta una restituzione fedele del reale, ci si è trovati di fronte a qualcosa cui probabilmente non si era pronti: sotto questo specifico profilo, nessuna immagine fatta a mano avrebbe mai potuto competere con il prodigio e la perfezione dell’immagine fatta a macchina.

BUONGIORNO!

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Snake Charmer, China, 2013, Wesley Thomas Wong

 

La verità è che nessuno può più permettersi di spendere come un tempo. Io mi faccio curare, con sessanta franchi a visita, dal nostro medico di famiglia, il buon dottor Gingembre, che ha visto nascere mio marito. E sto benissimo”.

“Sì, questi stranieri abusano della nostra credulità”.

“Lo sa che c’è un nuovo medico, questo sì di valore, che cura le malattie con una forma di ipnosi all’avanguardia?”.

“Ma che tipo di malattie?”.

“Di qualunque tipo, credo”.

“Chi gliene ha parlato?”.

“Non me lo ricordo. Posso farmi dare il suo indirizzo, se le interessa. So soltanto che è giovane e affascinante.

Insomma, è molto in voga”.

Irène Némirovsky, Il signore delle anime