Azzorre, Settembre 2019 – BnW

Le Azzorre sono una manciata di perle sparse da una mano generosa nel bel mezzo dell’Atlantico, a distanza quasi uguale tra vecchio e nuovo mondo. Cielo e mare e una vegetazione rigogliosa sono abitati da colori mediterranei. Un azzardo e allo stesso tempo una sfida, quindi, tentare di raccontarle in bianco e nero.

Azores are a handful of pearls that a generous hand sprinkled just in the middle of the Atlantic, almost at the same distance between the old and the new world. See and sea and a luxuriant flora are inhabited by mediterranean colours. Thus it has been a gamble and a challenge at the same time trying to tell something about them using black and white.

Azul, Dicembre 2021 – Positivo/Negativo

Azul è una cittadina nel cuore della Pampa Argentina. Ci sono arrivata portata dal caso e dall’ostinazione. E da una buona dose di incoscienza. Percorrere quelle strade, viste in precedenza solo in fotografia con gli occhi di chi quotidianamente le viveva, si è rivelata un’esperienza del cuore.

Azul is a little town in the heart of Argentinian Pampa. I got there brought by chance, obstinacy. And a good dose of thoughtlessness. Walking on those streets, which I have seen before only through the eyes of the people who daily live them, turned out being a heart experience.

Metropolis 2

Metropolis2
Antonio MERCADANTE, Metropolis 2

Su https://www.photo4u.it/ , uno dei due siti di fotografia dove (insieme all’ormai defunto http://www.maxartis.com) curavo una piccola rubrica di cultura (anzi “Qultura” come ironicamente mi piaceva definirla) fotografica, verso la fine di settembre 2018 mi imbatto in una fotografia insolita.

Grattacieli imponenti svettano in un cielo che pare disegnato con ampie spatolate di luce.

Un aereo si libra lontano.

Il saettare bianco dei tetti degli edifici industriali separa in modo netto quel che “sta sotto” che, a un primo sguardo, interpreto come un viadotto posato su massicci piloni.

Mi è sufficiente aprire la miniatura per accorgermi che, invece, si tratta di una vecchia lamiera ondulata, al di là e al di qua della quale la vegetazione tipica delle cose abbandonate sta, inesorabilmente, riprendendo i suoi spazi. Prendendo il sopravvento.

A colpirmi gli occhi è proprio questo sfalsamento dei piani, questo “davanti” che, a tutta prima, mi sembra “sotto”.

Condisce il tutto un bianco e nero ricco, quasi palpabile.

Infine (infine per me, essendo sempre l’ultima cosa su cui indago quando studio una fotografia), l’irruzione di un elemento all’apparenza incongruente: il titolo.

Decidere di dare un titolo a una fotografia è un impegno che si assume nei confronti di chi la guarda perché, fornendo una chiave di lettura, determina una visione veicolata.

Certo, ognuno è poi libero di guardare e trarre le proprie conclusioni, che saranno dettate dalla sua sensibilità, dalle sue esperienze, non solo visive, in altre parole dalla sua cultura, come si è andata formando nel tempo.

Ma … Il titolo resta, come un’ancora che impone all’osservatore di cercare, nell’economia dell’immagine, quanto chi l’ha realizzata sostiene di averci messo.

Il titolo diventa, così, una tesi che la fotografia deve dimostrare con solidi argomenti.

L’immagine, dal canto suo, deve contenere in sé, contestualmente, argomentazioni a sostegno di quella tesi e una conclusione sulla validità delle argomentazioni stesse.

E in fondo non è poi così importante, come sostiene qualcuno[1], che fotografo e destinatario parlino a priori la stessa lingua, che interagiscano sullo stesso piano culturale, per poter veramente capirsi: se il “lettore” è un curioso cercherà certo di informarsi e formarsi sulle ragioni dell’autore.

“Metropolis 2”, quindi.

Per me, il richiamo a Fritz Lang è immediato.

Vado a ripescare nella memoria quanto so del film.

Il 2026 è un futuro lontano, all’epoca in cui viene realizzato, ma assai prossimo a quest’oggi, in cui viviamo cose che, nel 1927, mai si sarebbero potute nemmeno sognare. In cui, per contro, tutte quelle allora immaginate ci appaiono ingenue.

Tuttavia, per certi aspetti, il film racconta una storia che ha risvolti inquietantemente attuali.

Una società sempre più spaccata (da non dimenticare che la pellicola viene realizzata durante la Repubblica di Weimar), in cui i ricchi abitano alti grattacieli che si stagliano su cieli carichi di presagi, trascorrendo le giornate in inutili mollezze, mentre i poveri, sfruttati e ridotti a poco più che macchine, sono relegati nel sottosuolo, impegnati in un lavorio incessante e fine a se stesso.

Su tutti veglia il Dittatore, proprietario della fabbrica in cui giorno e notte faticano gli uomini del sottosuolo.

La sua sola presenza garantisce l’ordine, l’agiatezza ai pochi, lo stretto necessario ai molti.

La calma apparente viene travolta dall’arrivo improvviso nella vita del figlio del Dittatore della bellissima insegnante e profetessa Maria che, mentre gli operai meditano la rivolta, parla ai loro figli di un mondo migliore, pacificato e senza iniquità.

Ritrovo, quindi, il doppio sistema di relazioni sopra descritto.

Quello interno, tra le componenti dell’immagine, che “si tengono”[2] le une rispetto alle altre, in un’unità che ne determina il senso: gli edifici “sopra”, solo apparentemente solidi ma che, a causa di ciò che sta “in mezzo” e non permette di vedere oltre, hanno fondamenta già corrotte da ciò che sta arrivando da sotto.

Quello esterno, collegato al titolo attraverso i significati che le componenti dell’immagine richiamano.

Così, a rispondenze dirette, come ad esempio i grattacieli del film, fanno da contraltare correlazioni mediate, come possono esserlo la vegetazione che invade lentamente le strutture e che, provenendo dal sottosuolo, associo ai facinorosi pronti ad insorgere. O ancora l’aereo che solca il cielo, distante eppure catalizzante, che mi piace vedere come Maria, portatrice di un’idea di libertà.

Infine, Mercadante rispetta i patti anche dal punto di vista iconografico.

La città del futuro immaginata da Lang, cupa, incombente, fatta di strutture svettanti che schiacciano a terra e nel sottosuolo l’uomo, in lotta continua per la sopravvivenza, reificato e ridotto a macchina utensile, ha influenzato generazioni di fotografi e cineasti.

Che quella città è poi New York, cui lo stesso Lang dice di essersi ispirato, una metropoli appunto, anzi, il paradigma di tutte le metropoli: tentacolare, in perenne movimento, incontenibile, dove tutto può succedere, in cui le persone sono ritratte nell’atto di muoversi, all’unisono, da un luogo a un altro e quasi mai nel punto di partenza o in quello di arrivo.

Concludo osservando che il sistema titolo-fotografia, a mio parere, in questo caso si risolve in senso positivo[3]. E tuttavia resto perplessa sull’opportunità che l’autore orienti la lettura del fruitore, così togliendoli la libertà di interpretare secondo il proprio modo di vedere.

[1] Cfr. Jean-Marie Floch, Les Formes de l’Empreinte, éd. Pierre Fanlac, Périgueux, 1986

[2] Cfr. Charles Bally et Albert Séchehaye, Ferdinand de Saussure – Cours de Linguistique Générale, éd. Payot, Paris, 1971

[3] Cfr. John Stuart Mill, System of Logic, in Collected Works of John Stuart Mill: a System of Logic, Ratiocinative and Inductive, ed. Liberty Fund, London 2006

Ulteriore bibliografia:

Hannah Arendt, Le origini del Totalitarismo; La banalità del male

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

la peppia che scrive

Pèppia: s. f. [voce onomatopeica piemontese, da pe pe pe pe pe]. – 1. a. Nella specie umana, l’individuo di sesso femminile, non coniugato, un po’ in là con gli anni, inacidita e brontolona.

Una strega, insomma!

Panni in cui mi vedo benissimo, specialmente quando “mi parte l’embolo odioso”, come dice mio figlio.

Così … La peppia che scrive! Una nuova rubrica per quando mi pestano i calli.

E buona lettura.

naufraghi metropolitani

E niente. Scendo dal pullman e vedo questa tipa che mi viene incontro.

Una folgorazione.

Abbronzata.

Ha un borsone rosso a tracolla e una camicetta bianca con le maniche risvoltate sugli avambracci. È talmente sbottonata che le si vede molto più di quanto si possa considerare lecito. Ma lei se ne frega, guarda dritto davanti a sé e il vento le scompiglia i capelli.

Sicuro è una fotografa: tiene un treppiede nella mano sinistra.

Avanza con passo elastico, riempiendo lo spazio con decisione armoniosa, si capisce ad occhio nudo che è soddisfatta.

E me la squadro per bene, a costo di sembrare fuori luogo.

Le sorrido.

Mi sorride.

E in quella manciata di secondi il significato del paradosso di Zenone mi si fa lampante: ognuno di quegli istanti si frantuma in un’infinità di schegge minuscole. E vedo la sua pelle ambrata e costellazioni di piccoli nei spiccarle sul petto e gli avambracci e uno scooby-doo bianco, blu e azzurro, azzurro come i suoi occhi azzurri, al polso sinistro. E i polsi e le caviglie sono esili, e nervosi, come le sue dita lunghe, dalle unghie cortissime, che osservo con attenzione quando si porta una mano al volto e gli occhi le scintillano, perché il sole la abbaglia e così li strizza, arricciando un po’ il naso, convocando tutt’intorno una ragnatela di rughe sottili che la fanno ancora più bella. E all’improvviso, nel frastuono delle cinque del pomeriggio, un rumore fuori dal coro attira la sua attenzione e volta di scatto la testa in quella direzione, scoprendo l’orecchio delicato al cui lobo brilla un piccolo pendente che accompagna il mio sguardo lungo la linea sinuosa del collo …