BUONGIORNO!

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Le rose, Teresa Zanetti, 2017

 

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
(Pablo Neruda)

AL CINEMA! The Party

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The Party – Sally Potter, 2017

Commedia che si sviluppa attorno a una tragedia. Acida e very British, in cui niente è come sembra e tutto è come si vuole.

Un’autentica pièce teatrale, con tanto di convitato di pietra.

Alla sua festa (il titolo gioca sul doppio senso della parola “party”, che è insieme “festa” e “partito politico”) per la nomina a ministro della sanità del governo ombra britannico (e già questo la dice lunga sul tono della serata), Janet invita esclusivamente gli amici più intimi, quelli di più antica data.

Arrivano alla spicciolata in una serata tiepida che pare di primavera o di fine estate.

Ma la dolcezza del clima non accompagna la buona riuscita del party: Bill, il marito di Janet fa due rivelazioni, cui seguono quelle di tutti gli altri ospiti che si sentono autorizzati anche loro a parlare. E ciò che hanno da dire non piace a chi lo deve ascoltare.

Finale con sorpresa.

Il tutto condito con un b/n d’altri tempi, talmente ricco di tonalità, da far dimenticare il colore.

I titoli di coda scorrono su uno dei più amati tanghi di Osvaldo Pugliese, omaggio alla pasion tanguera di Potter

BUONGIORNO!

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Preparazione del pane, Tacuinum sanitatis casanatensis (XIV secolo)

 

Amo le persone che fanno bene il proprio lavoro: qualunque esso sia, a qualunque cosa conduca, a prescindere dalla quantità di gente che godrà del loro impegno, della loro passione.

Amo il lavoratore coscienzioso perché migliora la vita di tutti: la sua, la mia. Lavorare bene è un modo per dare senso al tempo e per capire qualcosa (sempre troppo poco) di sé. Amo il fornaio, per esempio, il fornaio che sa come cuocere il pane, e che mi offre, per accompagnare il pasto, una pagnotta croccante se dev’essere croccante, morbida se dev’essere morbida. Amo il medico che non prescrive, pigro, ricette, senza neppure far accomodare il paziente; amo il medico che dice:

(Voce fuori scena) Si spogli, per favore.

Ma io a dire il vero avrei …

(Voce fuori scena) Le ho detto si spogli, per favore.

Mi serve solo una …

(Voce fuori scena) Si spogli, e si sdrai sul lettino.

E poi ti tiene lì mezz’ora, quel medico, a tastarti e misurarti, a farti fare prove sotto sforzo, ogni volta la stessa trafila, ogni volta una visita completa, anche se tu, a dire il vero, eri passato giusto per le medicine di tua madre e non per te – tu stai benissimo – e hai lasciato l’auto sulle strisce pedonali e quando sei uscito hai trovato la multa, tra vetro e tergicristallo; e una signora anziana che passeggiava con il cane ti ha persino detto che hanno fatto bene a dartela, la multa, che non c’è più decoro.

Fabio Geda, La bellezza nonostante

 

 

Dalle immagini fatte a mano alle immagini fatte a macchina.

Sin dagli albori dell’umanità, l’ossessione dell’uomo, rispetto alla realtà che lo circonda, è stata la sua comunicazione ai consimili.

Condividiamo questa esigenza con altre specie, naturalmente, ma mentre per gli altri animali il problema è essenzialmente legato alla sopravvivenza (avvertire i consociati di un pericolo – il fischio delle marmotte all’avvicinarsi di un predatore – oppure di una fonte di cibo sicura – la danza delle api per indicare un luogo ricco di fiori), l’uomo ha da subito cercato di fornire altre informazioni: la celebrazione di gesta epiche nella cattura di un animale (come nelle pitture rupestri), la descrizione di una scena divertente (pensiamo ai dipinti irriverenti di Brueghel) o terrorizzante (indimenticabile la mostruosa descrizione dell’inferno fatta da Giotto, nella Cappella degli Scrovegni a Padova …).

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Pieter Brueghel, Het Luilekkerland

 

Nella descrizione della realtà prima ancora della scrittura, l’uomo è ricorso all’immagine: il mezzo più immediato, diretto e potente che avesse a disposizione per trasferire informazioni.

La storia, la religione e la cultura hanno portato, nei secoli, ad un graduale affiancamento (e, in alcuni casi, come in certe religioni) a una completa sostituzione della parola scritta all’immagine. Fino a che la parola scritta ha cominciato a regredire e d’oggi assistiamo a un prepotente ritorno del visivo.

E’ noto come, nella produzione di immagini a mano l’uomo abbia cercato la maggior attinenza possibile alla realtà ed è opinione di molti che la fotografia dovesse necessariamente nascere. Dalle immagini ricalcate dai più grandi pittori grazie alla camera obscura, il passo per cercare di fissare quel visivo immateriale su un foglio di carta è stato breve.

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Il progresso tecnologico ha fatto il resto: a partire dal 1888, quando la Eastman Kodak lanciava sul mercato la prima macchina economica, facile da usare e maneggevole, apriva le porte alla fotografia di massa e, in meno di cento anni, ci conduceva da un mondo fotografico elitario, riservato ai pochi che potevano permettersi l’acquisto di materiali e macchinari costosi e ingombranti, a una produzione di immagini facile e democratica, volando dalla complessità della fisica e della chimica necessarie all’analogico, alla veloce semplicità dell’elettronica. L’immagine “fatta a macchina” è oggi alla portata di chiunque abbia uno smartphone in tasca.

we do the rest

Di pari passo con la disponibilità delle fotografie è andata la loro circolazione, basti considerare i miliardi di upload quotidiani su internet che fanno sì che attualmente si possa affermare di essere immersi in un vero e proprio mare di immagini.

Contemporaneamente l’indagine sempre più approfondita svolta dagli artisti sugli effetti della enorme disponibilità di immagini ha permesso di evidenziare due aspetti fondamentali della fotografia:

. la sua capacità di penetrare nella nostra vita di ogni giorno e così di influenzare il nostro modo di pensare e di capire il mondo che ci circonda e il rapporto tra verità e realtà (come nel lavoro di Martha Rosler, House Beautiful: Bringing the War Home

 

Martha Rosler, “House Beautiful: Bringing the War Home”

che evidenzia quanto la esposizione reiterata a immagini brutali conduca a un’assuefazione tale da far sì che addirittura si possano consumare i pasti guardando con indifferenza scene di sangue

. la sua estrema fragilità. Una fotografia infatti può essere manipolata a seconda della necessità o dell’interesse di chi se ne serve (basti pensare alle parole di Thomas Ruff sulla sua serie “Jpegs”,

 

Thomas Ruff: “Jpegs

che evidenziano quanto sia essere facile, al giorno d’oggi, alterare un’immagine con la semplice sostituzione di un pixel a un altro).

* * * * *

FROM “HANDMADE” TO “MACHINEMADE” IMAGES.

Since his very beginning, human beeing obsession towards the world around him has been that one to comunicate it to his peers.

Of course we share this need with other animal species, but while for them the problem to solve is strictly related to their survival (warn peers of a danger – the whistle of groundhogs at the predator arrival; or of a safe source of nourishment – the bee’s dance to point a flower field), man has always tried to communicate also other informations, as the celebration of epical deeds (like rock painting), or the description of an amusing scene (just think at the irriverent Brueghel’s pictures),

To describe his reality, before using writing, men resort to imagine: the most immediate, direct and powerful mean at his disposal for information transfer.

History and culture lead, through the centuries, to gradually flank (and in certain cases, as it happened in some religions) to a complete replacement of the imagine.

It is common knowledge that, in his producing “handmade imagine”, man has always tried to be the most faithful to reality he could. It is a matter of fact that many people think that photography must necessarily born. From imagines produced with the “camera obscura”, that the greatest painters (Caravaggio, Canaletto, Vermeer) used, it has been a short step trying to fix that imagine on a paper sheet.

Technological progress “did the rest”: from 1888, when the Eastman Kodak Company introduced an inexpensive, easy-to-use, handheld camera, and in doing so effectively opened up photography to the masses, leading us, during a century more or less, from an exclusive “photographic world” restricted to those who could afford the purchasing of expensive and cumbersome materials and equipment, to (and here I amthinking about “Simon” the first smartphone that IBM projected in 1992) a simple and democratic imagine production, flying, at the same time, from the complexity of physics and chemistry necessary to the analogic photography, to the fast simplicity of electronics. The machine made imagine is nowadays suitable for all those who have a smartphone in their pocket.

Hand in hand with imagines ease and fast availability went their circulation, just think to the billions of everyday uploads on the internet, which made us assert thet we are deeply plunged in a real “ocean of imagines”.

Contemporarily, the artists’ investigation on the effects of huge availability of imagines underlined two essential aspects of photographies:

. their capability to “soak” our everyday life and thus influence our way of thinking and understand the world around us and the relationship with truth and reality (such as Martha Rosler’s series “House Beautiful: Bringing the War Home”, that makes understand how simply a continuous exposure to brutal imagines can lead to such an inurement that we can also take our meals looking at bloody scenes)

.their extreme frailty, so that they can be manipulated according to the interests or needs of those who propose them (just think to Thomas Ruff interview about his series “Jpegs”, in which he explains how it is easy nowadays to adulterate an imagine just substituting a pixel with another one).

BUONGIORNO!

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Laurent Tirard, Le vacanze del piccolo Nicolas

 

… il grande amore che dovevo avere l’avevo avuto, i romanzi migliori che dovevo scrivere li avevo scritti, di certo non ne avrei scritti altri in cui mi sarei potuta così profondamente esprimere, perché non avrei vissuto nient’altro che mi avrebbe potuto così profondamente toccare, la casa d’infanzia era ormai alle spalle e con lei ogni promessa interessante di bene: “E allora. Se non c’è più da scrivere, se non c’è più da vivere, se non c’è più una famiglia che, ogni settimana, quantomeno mi dia l’illusione di essere la mia, che ci sto a fare io al mondo?” ripetevo in continuazione ogni lunedì alla mia analista, la dottoressa T.

Che un giorno di dicembre – ispirata da Rudolf Steiner ed esasperata da me –, alla fine di una seduta, mi ha buttato lì, intensa e un po’ magica com’è: “Le va di fare un gioco?”.

“…”

“Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto.”

“Cioè?”

“Una cosa qualunque. Basta che non l’abbia mai fatta in trentacinque anni.”

“Quasi trentasei.”

“Quasi trentasei. Una cosa qualunque. Nuova.”

“Per un mese.”

“Sì.”

“Per dieci minuti.”

“Per dieci minuti.”

“Ma … è sicura che funzioni?”

“Dipende da lei. I giochi sono per persone serie. Se decide di cominciare il percorso, non deve saltare nemmeno un giorno.”

“E poi?”

“Poi che?”

“Alla fine che cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?”

“Ne riparliamo fra un mese, Chiara. Intanto giochi, si impegni e non bari, mi raccomando. Arrivederci”

“Arrivederci.”

Chiara Gamberale, Per dieci minuti