buongiorno! (veramente quasi buon pranzo…)

Tea Zanetti, Buenos Aires, Dicembre 2021

La storia dei Cechi è una soltanto. Un giorno terminerà, così come la vita di Tomáš, e non sarà possibile ripeterla una seconda volta.

Nel 1618 la nobiltà boema si imbaldanzì, decise di difendere la propria libertà di religione, e furiosa contro l’imperatore che risiedeva a Vienna, gettò dalla finestra del Castello di Praga due suoi alti funzionari. Ebbe così inizio la guerra dei Trent’anni che portò alla quasi totale distruzione della nazione ceca. I Cechi allora avrebbero dovuto avere più prudenza che coraggio? La risposta sembra semplice. Ma non lo è.

Trecentoventi anni più tardi, nel 1938, dopo la Conferenza di Monaco, il mondo intero decise di sacrificare il loro paese a Hitler. Avrebbero dovuto allora lottare da soli contro una forza otto volte superiore? A differenza del 1618, questa volta ebbero più prudenza che coraggio. La loro capitolazione diede inizio alla seconda guerra mondiale che portò alla definitiva perdita di libertà della loro nazione per molti decenni se non addirittura secoli. Era stato giusto, allora, avere più prudenza che coraggio? Che cosa avrebbero dovuto fare?

Se la storia ceca si potesse ripetere, sarebbe certo desiderabile provare ogni volta la seconda eventualità e poi confrontare i risultati. Senza un simile esperimento, ogni considerazione non è che un gioco di ipotesi.

“Einmal ist keinmal” (…)

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Novembre-Dicembre 2021

La vita umana si svolge una sola volta e quindi noi non potremo mai appurare quale nostra decisione sia stata buona e quale cattiva, perché in ogni data situazione possiamo decidere una volta soltanto. Non ci viene data una seconda, terza o quarta vita per poter confrontare diverse decisioni.

Per la storia è lo stesso (…) è una soltanto.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

buonasera

Soltanto nel 1980 abbiamo potuto sapere dal Sunday Times come morì il figlio di Stalin, Jakov. Catturato dai Tedeschi durante la seconda guerra mondiale, fu internato in un camp di prigionia insieme a un gruppo di ufficiali inglesi. Avevano in comune le latrine. Il figlio di Stalin le lasciava sempre sporche. Agli Inglesi non piaceva (…) Glielo rimproverarono. Lui si offese (…) Chiese di essere ascoltato dal comandante del campo (…) ma l’arrogante Tedesco si rifiutò di parlare di merda. Il figlio di Stalin non poté sopportare l’umiliazione. Urlando al cielo terribili ingiurie russe, si lanciò contro il filo spinato percorso dalla corrente elettrica che cingeva il campo di prigionia. (…) Il figlio di Stalin ha dato la sua vita per della merda. Ma morire per della merda non vuol dire morire senza un senso. I Tedeschi che sacrificarono la loro vita per estendere più a oriente i territori del Reich, i Russi che morirono perché la potenza del proprio paese arrivasse più a occidente, loro sì che morirono per qualcosa di stupido e la loro morte è priva di senso e di validità generale. La morte del figlio di Stalin, invece fu, nella generale stupidità della guerra, la sola morte metafisica.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

buongiorno!

Tea Zanetti, Buenos Aires, 2021

Tutti i precedenti crimini dell’Impero russo sono stati compiuti al riparo di un’ombra discreta. La deportazione di mezzo milione di Lituani, l’assassinio di centinaia di migliaia di Polacchi, la liquidazione dei Tatari di Crimea, tutto ciò è rimasto nella memoria senza documenti fotografici e quindi, in fondo, come qualcosa di indimostrabile che, prima o poi, sarà fatto passare per una mistificazione. Invece l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 è stata fotografata e filmata e depositata negli archivi di tutto il mondo.

I fotografi e gli operatori cechi capirono che proprio loro potevano fare l’unica cosa che si potesse ancora fare: conservare per un lontano futuro l’immagine di una violenza.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell‘essere

buongiorno!

Tea Zanetti, Soulscapes, 2020

… tirò fuori una vecchia tela che aveva fatto quando era ancora a scuola. Mostrava il cantiere di un’acciaieria in costruzione. L’aveva dipinto al tempo in cui l’Accademia esigeva il più rigoroso realismo (allora l’arte non realista veniva considerata un tentativo di sovvertimento del socialismo) e Sabina, guidata dallo spirito della scommessa, cercava di essere ancora più rigorosa degli insegnanti e dipingeva con una tecnica che mascherava la pennellata e produceva l’effetto di una foto a colori.

«Quel quadro mi si era rovinato. Ci era gocciolato sopra del rosso. All’inizio mi infuriai, ma poi quella macchia cominciò a piacermi perché sembrava una crepa (… ) Cominciai a giocare con quella crepa, ad allargarla, a immaginare cosa sarebbe stato possibile vedere dietro (…) Davanti c’era sempre un mondo perfettamete realistico e un po’ più in là, come dietro alla tela strappata di uno scenario, si vedeva qualcos’altro, qualcosa di misterioso o di astratto.

Tacque, poi aggiunse: «Davanti c’era la menzogna comprensibile, e dietro, l’incomprensibile verità».

Tereza ascoltava (…) tutti i quadri di Sabina (…) parlavano sempre della stessa cosa, erano tutti l’incontro simultaneo di due temi, di due mondi, erano come fotografie risultate da una doppia esposizione …

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell‘essere