La furia e il tradimento

Lasciato Joan Fontcuberta dopo la lettura, intrigante e ricca di spunti di riflessione, de “La furia delle immagini”, lo ritrovo il 13 giugno 2019 di persona, a Torino, da Camera – Centro Italiano per la Fotografia, in una sonata a quattro mani con Walter Guadagnini, che di quell’Istituzione è il direttore.

René Magritte, L’image parfaite, 1928 – Man Ray, Ma dernière photographie, 1929

I toni apocalittici cui ci ha abituato con le sue teorie post-fotografiche non si sono certo smorzati e, anzi, la sua riflessione attuale si spinge ancora oltre, prendendo in considerazione, oltre alla furia delle immagini, la loro possibile (probabile? certa?) attitudine al tradimento.

Però, però …

La sindrome dell’erinni fedifraga, a ben guardare, la fotografia ce l’ha nel DNA.

Perché non è certo il professore catalano quello che per primo si è accorto che le foto hanno la tendenza a moltiplicarsi esponenzialmente e a raccontare, se non proprio fiere balle, quanto meno quella che, in omaggio (come è d’obbligo in questi giorni) a Camilleri, mi piace chiamare la “mezza messa”.

A parte il fatto che non ho ancora ben capito se è il fotografo a essere bulimico o il mezzo fotografico a indurre la bulimia (un po’ come quando mi chiedo se chi è aggressivo al volante acquista un’auto “prestazionale” o, al contrario, è l’avere un’auto di quel tipo che induce l’aggressività alla guida) …

In ogni caso, a voler essere pignoli, già nel 1859 (a pochi decenni dall’invenzione che cambierà il mondo e non soltanto il modo di guardarlo) Baudelaire si scaglia contro le innumerevoli immagini che il mezzo meccanico è pronto a sputare a raffica nell’orbe terracqueo, grazie alla facilità di produzione.

Italo Calvino, dal canto suo, nel 1955 rincara la dose con quel racconto pungente e meraviglioso che è “L’avventura di un fotografo”, facente parte, non a caso, della raccolta “Gli amori difficili” (e io direi impossibili).

E’ l’industrializzazione, tesoro!

Sembra quasi impossibile che sia esistito un mondo in cui le cose (i quadri, i vestiti, le sedie …) erano pezzi unici, usciti dalle mani pazienti di industriosi artigiani (ah! bei tempi andati!) appassionati e orgogliosi della loro arte.

L’industria vuole velocità e capacità di replica infinita. Chiede di produrre nel più breve tempo possibile innumerevoli pezzi (migliaia di stampe fotografiche, migliaia di auto, migliaia di frullatori) tutti uguali l’uno all’altro. Anzi, la perfetta ripetibilità non solo è auspicabile, è garanzia di qualità. Infatti negli anni ’80 storcevamo il naso di fronte alle FIAT Ritmo, ognuna con la sua spiccata personalità, di cui non si era mai certi di beccare l’esemplare giusto … “eh … ti è andata male, ti è capitata quella fallata”. Significava che nel processo produttivo qualcosa non andava per il verso giusto.

Ma sto divagando.

Per tornare alla fotografia e alle fotografie, Fontcuberta suggerisce, per non rimaner sommersi dalla loro eccessiva quantità, di pescare nel flusso impetuoso e infinito che genera l’oceano di immagini, indifferentemente da noi o da altri prodotte, quelle che più ci interessano, per ricomporle poi, usandole come tasselli di un puzzle, secondo un senso che è solo nostro.

E fin qui tutto bene. Forse.

Solo che, se mi fermo a riflettere, mi rendo conto che già la fotografia in sé è un fermo, un pescare nel flusso.

Il mondo mi scorre incessante sotto agli occhi e, almeno finché li tengo aperti, le immagini che mi si materializzano nel cervello grazie al processo della visione sono esse stesse innumerevoli, frutto dell’assemblaggio degli altrettanto innumerevoli sguardi mobili che ho posato su tutto quanto mi circonda, ciascuno della durata di un infinito istante (grazie Geoff!) infinitesimale.

Non so se mi sono capita …

In sostanza, proprio fotografando, pesco! Perché tiro fuori dal fluire del mio guardare quello che mi interessa.

E ma se le cose stanno così, allora forse devo capire perché pesco così tanto già all’origine, perché, maledizione!, da quando ho quell’aggeggio in tasca tutto, dalle cernie alle camere d’aria, mi sembra degno di finire nella mia rete!

Oddio. A essere sincera è così sul momento. Perché se invece lascio passare un po’ di tempo, l’amore incondizionato per la maggior parte degli infiniti istanti immortalati, che tutto subito mi sembravano imprescindibili e indimenticabili, svanisce.

Quindi? Mi devo trattenere?

Credo che il problema non stia nella quantità di fotografie che scattiamo (che, beninteso, sono davvero tantissime) ma nella quantità di fotografie che esibiamo.

Perché il punto è che è svanito il pudore. In quest’epoca in cui tutto è esibito, mostrato, non ci si imbarazza di nulla, nemmeno di andare in giro con i pantaloni a vita così bassa che finiamo con l’avere il sedere di fuori, nemmeno di raccontare ai quattro venti qualsiasi dettaglio personale.

Crediamo davvero che le fotografie che conosciamo di HCB siano le sole che ha fatto? Tutte perfette e degne. Senza mai sbagliare un colpo.

No! Sono, invece, le sole che ha mostrato.

Lui stesso era uso dire che le prime diecimila (diecimila!) che aveva scattato non valevano nulla. Che fine hanno fatto? Le ha tenute ben nascoste.

Passando poi alla spiccata tendenza verso la menzogna, siamo davvero sicuri che anche questa sia una scoperta recente?

E’ vero, la fotografia fa l’ingenua. Ci lascia credere che tutto ciò che ci mostra è la pura verità. E’ così brava ad immedesimarsi nel personaggio che interpreta che tutti, sin da quando era in culla, sono stati sempre ben disposti ad accordarle credito.

Hanno voglia fior fior di critici e pensatori e filosofi dal metterci in guardia (autentiche bugie, mentitori fotografi, falsi obiettivi …). Niente da fare.

Noi osserviamo le fotografie e ogni volta ci stupiamo a pensare “WOW! Ma dov’è questo posto così meraviglioso dove si vede la via lattea in tutto il suo splendente splendore?” (o altre simili domande che da sempre ci assillano insieme a quella, sempre verde, circa l’età del nostro parrucchiere – a proposito, io l’età di Nicola la conosco benissimo, ha due anni più di me).

Eppure non è mica da oggi che le fotografie (ma forse sarebbe meglio chiamarle immagini, a questo punto) vengono manipolate per far vedere esattamente quello che il fotografo vuole metterci sotto il naso.

Furboni senza scrupoli, alla fine dell’Ottocento, contrabbandavano per autentici ectoplasmi i fantasmi ottenuti (non si creda sempre per clamoroso errore) dalle doppie esposizioni della lastra, così inscenavano sedute spiritiche per intortare non solo tremebonde vecchine.

Per non parlare di quelle due monelle di Elsie Wright e Frances Griffiths che avevano fotografato nelle campagne di Cottingley nientemeno che delle fatine. Erano state così brave che ci era cascato persino Sir Arthur Conan Doyle, che così dimostrava di non avere l’acume del suo più famoso investigatore.

Oggi con la tecnica GAN si inventano di sana pianta fotografie assolutamente credibili che ritraggono volti di persone inesistenti, semplicemente prendendo a prestito un pezzetto di sopracciglio da una foto “vera”, il profilo di un naso da un’altra e avanti così.

Ma ancora una volta, fermiamoci a riflettere.

Che cosa faceva il pittore? Trasferiva sulla tela un mondo che non necessariamente corrispondeva al reale.

Qualcuno si è scandalizzato che alla scuola di Atene Raffaello abbia messo i filosofi fianco a fianco l’uno dell’altro anche se in realtà non si erano mai conosciuti? E mi consta che nessuno si sia mai lamentato per la raffigurazione del vescovo Ecclesio, in San Vitale a Ravenna, ai piedi del Cristo. Eppure è certo che, quantomeno in vita, egli non ci sia mai stato.

E’ tutto un grande gioco. Dovremmo prenderci meno sul serio.

Bibliografia:
Italo Calvino, Gli amori difficili, ed. Einaudi – Torino – coll. Gli Struzzi, 1970
Charles Baudelaire, Le public moderne et la photographie, ètudes photographique, n. 6, mai 1999
Geoff Dyer, L’infinito istante, ed. Einaudi – Torino, 2007
Clément Chéroux, L’errore fotografico, Piccola Biblioteca Einaudi, 2009

Fragments from the stream

Fragments from the stream n. 1, Teresa Zanetti, 2019

10 of 155 screenshots picked from a video published on April 15th, 2019 on Instragram by Fondazione Prada

Il cervello si attiva quando uno meno se lo aspetta.
Poco fa, ad esempio, proprio mentre sistemavo i piatti in lavastoviglie …
Premetto che inizio a scrivere senza sapere bene dove andrò a parare.

La lettura, appena conclusa, de “La Furia delle Immagini” di Joan Fontcuberta è stata un elettroshock.

Credevo di avere raggiunto una certezza: mi ero convinta che l’approdo definitivo del “fotografico” dovesse essere necessariamente un ritorno alla unicità e quindi alla preziosità dell’oggetto.
In quella direzione vanno le stampe di enormi dimensioni dei lavori di Struth, Sugimoto, Gursky … Oggetti da collezione, venduti a cifre strabilianti, certamente per l’impronta che contengono, frutto del lavoro intellettuale di chi le ha pensate e realizzate, ma anche perché fissate su supporti essi stessi preziosi che riportano l’oggetto fotografia ad essere “unico” e quindi prezioso in sé, così come i quadri.
E il discorso mi sembrava chiuso così: in fondo anche Crewdson, con il suo sforzo da produzione cinematografica hollywoodiana, si occupa di “fotografie concrete“, oggetti appunto, da appendere a una parete, da tenere (per i più forzuti) tra le mani, da toccare … per poter apprezzarne la qualità.

Poi nella mia vita irrompe Fontcuberta che, con pazienza e ironia, mi spiega che, mentre in molti si attardano su aspetti ormai trapassati remoti (come la mai sopita querelle “ma la fotografia è arte? no, non lo è! sì che lo è! no, ti ho detto che non lo è! e invece sì! …” o qualche altro grande classico ricavato da letture superficiali di saggi che hanno ormai fatto il loro tempo) siamo invece già ampiamente stati raggiunti (e forse, dico io, addirittura superati a destra!) dal “POSTFOTOGRAFICO“.

Postfotografico?

Post … Fotograaaaficooooo????

Il postfotografico è il presente in cui nuotiamo.
Quella massa liquida, oceanica, inarrestabile di immagini (la bulimia dei fotografi è proverbiale, basti pensare ai rullini nemmeno ancora sviluppati di Winogrand, per non parlare delle migliaia di fotografie prese da Robert Frank per poter realizzare The Americans) che ci arriva e ci sommerge da ogni parte.

Ed è quel presente in cui i maggiori produttori di macchine fotografiche, congegni per prelevare fotografie, non sono più Nikon e Canon, ma Huawei e Samsung. E, mentre ad avere per le mani Nikon e Canon sono solo in pochi, tutti hanno in tasca un telefono cellulare che oggi è sempre più una macchina per prendere istantanee e istantaneamente condividerle.

E a noi che cosa resta da fare?
Nuotare! E’ ovvio!

E come si nuota nell’oceano di immagini?

Molti sono i sistemi che Fontcuberta suggerisce, ma tutti conducono in ultima analisi allo stesso risultato.

Possiamo lavorare sul nostro o sull’altrui archivio.
Possiamo attingere all’infinito serbatoio costituito da internet (non solo Instagram, Flickr e gli altri a ciò espressamente dedicati, ma anche i risultati dei motori di ricerca attraverso le chiavi da noi inserite, o ancora google-earth …).
Possiamo consultare i giornali, vecchi album di famiglia …
Ma alla fine, nel flusso che scorre inarrestabile, dobbiamo pescare.
Pescare tutte quelle immagini che hanno un senso per noi e ricollegarle tra di loro in un gioco potenzialmente infinito di composizione e scomposizione e ricomposizione.
Dove ciascuna è un tassello che cambia di senso a seconda del contesto in cui viene inserita.
Perché, e questo lo diceva già Sherrie Levine negli anni 70/80 del Novecento, il senso di una fotografia non sta tanto in quello che ha voluto dire chi l’ha prodotta, ma in quello che ci ritrova chi la guarda.

Ed eccomi al punto che mi riguarda personalmente.

Da alcuni giorni mi sono imbattuta in Instagram.
Un gioco divertente.
Mi propone una marea di immagini!
Ad essere sincera mi ero creata un profilo già nel novembre 2017, ma evidentemente i tempi non erano maturi.
Poi, circa tre settimane fa, proprio in concomitanza con la lettura de La Furia delle Immagini, ho iniziato a postare. Solo cose fatte con il cellulare (che utilizzo come blocco per gli appunti per annotare quello che mi colpisce per strada – per lo più vetrine e piccole curiosità), per essere filologica!

Ma Instagram mi offre anche la possibilità di seguire quel che succede nei grandi musei del mondo.

Oggi la mia pagina ospitava un video della Fondazione Prada che, in una manciata di secondi, proponeva una sequenza di immagini dall’esposizione “dell’artista-collezionista” polacca Goshka Macuga.
Mi sono divertita a selezionare dal flusso, con lo screen shot, le immagini che scorrevano.
Un’autentica pescatrice (pescatora?).
Ho osservato per un po’ di volte consecutive, il video per capire quali fossero quelle che mi potevano interessare.
Dopodiché mi sono messa sulla riva del fiume con la mia canna da pesca.
Le ho aspettate e, non appena le ho viste passare, ho cercato di acchiapparle.
Ma non è così facile come può sembrare: la mano non è rapida quanto l’occhio e, prima di accalappiare quella che desideravo, ho dovuto fare più tentativi.
Ho scattato in ritardo, a volte.
Altre (intuendo che stava per passare quella che volevo) mi sono mossa in anticipo.
Il risultato è che comunque non centravo l’obiettivo.
A un tratto, con orrore, mi sono resa conto di aver fermato in pochi minuti quasi un centinaio di possibili prede.

Ne ho tirato fuori una stringa coerente con quello che avevo in mente, frammenti dal flusso.
E poi mi è venuto in mente che ne potevo anche immaginare un’altra, fatta di tutte le scarpe e le camere d’aria capitate nella rete, frammenti inadatti.

Fragments from the stream/Unfitting fragments.

Nessuna delle immagini realizzate, però, è uguale all’altra, non foss’altro perché l’ora riportata in alto a destra cambiava.

Il tempo scorre inesorabilmente in avanti.

La Donna, la Luna, il Serpente – Stefano Carini

DLS_2018_CARINI_003

 

Da domani e fino al 30/04/2019 Phos, a Torino in via Vico 1, ospita la mostra di questo giovane fotografo che ha trascorso un periodo in Iraq.

Andato in un paese teoricamente in pace, nel 2014, un mese dopo il suo arrivo la città di Mosul cade in mano all’ISIS. Due giorni dopo il suo capo viene rapito dai miliziani.

Decide di restare, nonostante tutto, perché non può fare diversamente.

La Donna, la Luna, il Serpente è il resoconto di quei giorni, emozionante, fatto di una quotidianità in cui l’orrore e la gioia si mescolano imprevedibilmente. E se, a tutta prima, ci verrebbe di muovere un appunto per la frammentazione del racconto, che non segue uno schema, che non ha un’uniformità di stile – bianco e nero e colore si inseguono, così come i diversi formati utilizzati, in una stringa che si snoda a singhiozzo – rimanendo al cospetto delle immagini ci si rende conto che invece ha un senso questa spezzettatura, che meglio rende l’idea, rispetto a quanto non farebbe una corretta omogeneità, del coacervo di emozioni che hanno abitato l’autore in quei mesi convulsi.

http://www.phosfotografia.com/exhibit/la-donna-la-luna-il-serpente/

 

SENZA PRETESE di Anna Marogna

anna_marogna-senza-pretese
Anna Marogna, Senza pretese, 2015

Riflettevo sul significato dell’amicizia in questi tempi moderni.

Su come, in particolare, ci si possa sentire così tanto in sintonia con persone mai viste e come, poi, il vederle “dal vivo” possa sembrare solo un tassello, in un puzzle ben più complesso e articolato, fatto di migliaia di tessere, in cui la conoscenza reciproca, la stima, l’affetto arrivano ben prima e a poco a poco.

Nel mio caso specifico è accaduto frequentando due comunità fotografiche: http://www.photo4u.it e http://www.maxartis.com. Guardando le fotografie degli altri utenti e commentandole; sottoponendo i miei scatti al loro sguardo e leggendo le loro riflessioni; sovente sorprendendomi di come le mie immagini possano parlare a una persona in un modo e in uno tutto diverso a un’altra …

E di come questi modi possano essere profondamente diversi dal mio.

In queste due community ho visto arrivare molti utenti; molti altri andarsene, qualcuno anche sbattendo la porta. Ho visto anche ritornare qualcuno.

Sono nati figli, nipoti; sono cresciuti bambine e bambini che scatto dopo scatto si sono trasformati in splendidi ragazze e ragazzi …

Qualcuno (penso a un fotografo di razza, come Enzo Casillo o a un mattacchione come Francesco-Tropico, di cui non ho conosciuto il cognome, persone che non ricorderò mai con sufficiente gratitudine per la generosità, per l’allegria, la generosità, davvero sconfinata, il punto di vista sempre alternativo), se ne è andato per sempre.

Tutto proprio come accade in una famiglia.

E proprio come accade in famiglia, ci si vuole più o meno bene tutti, certo.

Ma con quel cugino particolarmente bizzarro o con la vecchia zia, perfida sì, però tremendamente simpatica; con qualche sorella o fratello, ci si trova proprio sulla stessa identica lunghezza d’onda.

E magari passano mesi senza sentirsi ma, appena ci si rivede, si riprende la conversazione esattamente da dove era rimasta la volta precedente.

Un’affettuosa lontananza … Come se il tempo in mezzo nemmeno ci fosse stato.

Una è Anna.

Sarà che come me è un po’ Sarda e un po’ Furlana.
Sarà che è sensibile, sempre pronta ad ascoltare il punto di vista degli altri.
Sarà che però difende a spada tratta le idee in cui crede.
Sarà che solo lei ha saputo fotografare Haitian Fight Song di Mingus …
Sarà tutto questo e sicuramente ancora altro …

È inverno, ormai …

Dalla mia finestra oggi vedo un cielo limpido, nella luce della sera. Non fa nemmeno freddo, il che è inconsueto per questa mia città, severa e timidamente bella.

La stagione fredda è solo un incidente di percorso, ed è solo un ricordo il profumo caldo delle castagne arrostite, vendute in quei cartocci di giornale da cui le sfili a una a una, rimpallandole da una mano all’altra, perché scottano …

E devo dire che provo un po’ di nostalgia per quegli anni nebbiosi, in cui è bello andar per le Langhe ad ammirare le colline che si snodano a perdita d’occhio in onde sinuose; le viti in interminabili filari, ormai a riposo, magari coperti di neve …

La Morra, Cherasco, Alba o Santa Vittoria, Treiso, Monforte o Verduno … In un itinerario che è anche, almeno per me lo è, una strada del cuore, su cui ritrovo la me stessa bambina e un po’ (tanto) monella, coi codini alti sopra le orecchie, la “esse” un po’ sibilata (quanto sforzo per correggere un difetto di pronuncia che detestavo …), che chiacchierava a ruota libera e chiedeva il perché di ogni cosa a genitori pazienti che rispondevano sempre, già sapendo che ogni risposta avrebbe generato un nuovo “perché?”.

Quegli inverni in cui, poi, tutti belli intirizziti, ci si infila in qualche vecchia “piola piemontese”, per assaggiare le acciughe al verde, i tomini elettrici, un bollito misto fumante nel suo brodo o gli “agnolotti del plin”, o ancora i tajarin col sugo d’arrosto; il fritto misto piemontese (non tutti lo sanno, ma è un antipasto!), i peperoni arrostiti con la bagna caoda (si pronuncia “cauda” e non ci vuole il latte, tantomeno la panna), e se capita un uovo al tegamino con una bella nevicata di scaglie di tartufo d’Alba …

Il tutto annaffiato con un Nebbiolo sincero, o se proprio vogliamo esagerare con un buon Barbaresco, ché il Barolo è buono, buonissimo, si sa, ma lo vogliono tutti quelli che capitano da queste parti … perché forse non ne conoscono altri.

Ecco di che cosa mi parla Anna con questa sua fotografia “senza pretese”.

Di una domenica serena, in cui far cose semplici, affettuose quasi, con le persone cui si vuol bene, per il puro piacere di gustarle insieme.

E chi se ne importa se la trattoria è un po’ spoglia, con strani quadri alle pareti e le crepe sul muro!
Chi bada alle piccole cose di pessimo gusto che sono sparse un po’ ovunque nella sala?
L’azzurro gozzaniano delle stoviglie e delle pareti …

Quel che conta è la compagnia piacevole.
Il cibo buono.
Le tovaglie di fiandra bianca che profumano di pulito.

E fuori è freddo …
Ma è una bella giornata di festa all’ora di pranzo.
Il rientro al lavoro è ancora lontano

Che bella foto! Sembra un quadro. Ma forse no … (parte prima)

Non c’è dubbio che le idee migliori mi vengano quando me ne sto distesa sul lettino della mia massaggiatrice.
Mentre le mani esperte di Giada mi distendono i muscoli e le mie giunture scrocchiano allegramente come Rustiche San Carlo, ricordando al cervello l’esistenza di parti del corpo nemmeno sospettate, la mente si rilassa e (finalmente lassa) lascia affiorare alla superficie della coscienza consapevolezza e conoscenze imprigionate chissà dove sino a quel momento.
Così non mi resta che raccoglierle col mio retino da Vispa Teresa e depositarle in qualche posto sicuro.
Sebbene avessi promesso (soprattutto a me stessa) che avrei prodotto ogni mese due pezzi sulla fotografia, gennaio è trascorso e così buona parte di febbraio, senza che un solo rigo degno di essere letto uscisse dalla mia penna (ebbene lo ammetto, prima di trascrivere al p.c., annoto tutto sui miei taccuini neri a righe).
Oggi però, ascoltando con grande curiosità l’effetto prodotto dall’ammorbidirsi di un muscolo del collo teso come una corda di violino, una danza di parole, fotografie e musica si è magicamente composta nella mia testa.

È un fatto che l’irruzione della fotografia nella storia abbia una forza dirompente.
La sua influenza sulle arti figurative, per l’innegabile contiguità di quanto ne costituisce il prodotto, è ovviamente la prima cui si pensa.

Ad esempio, tanto per dirne una, è grazie agli studi e agli esperimenti di cronofotografia di Eadweard (sì, il nome è giusto, non sono ammattita, se l’era cambiato così per dargli un suono più “Old England”) MUYBRIDGE (1)

muybridge-motion-picture
Eadweard Muybridge, Cavallo al galoppo, 1878 circa

che muta il modo di raffigurare i cavalli al galoppo, perché quello sino ad allora in uso non risponde alla realtà: quando sono completamente staccati da terra, infatti, non hanno l’atteggiamento del “cavallo a dondolo” (ossia con le zampe anteriori e posteriori lanciate rispettivamente in avanti e indietro), bensì tengono le quattro zampe raccolte sotto il ventre.

Cina, Dinastia Tang, 618-907 d.C.
Cavallo con Guerriero, Cina, Dinastia Tang (618-907)

Anche se, per dire il vero, esiste una raffigurazione antica, più unica che rara in effetti, per così dire “corretta” che ha fatto esclamare a Andrén “in perfetto accordo con quanto avviene in natura, sembra essere l’unica, e senza altri paragoni, così realizzata prima dell’invenzione della fotografia istantanea” (2) (3).

terracotta etrusca
Cavalieri etruschi, Cerveteri, Ny Carlsberg Glyptoteck, Copenhagen

Ed è sempre grazie alla cronofotografia, ad esempio le immagini realizzate da Étienne-Jules Maray o Thomas Eakins, e al fotodinamismo ideato dai fratelli Bragaglia, in particolare Anton Giulio (4)

 

che i Futuristi iniziano a pensare a un modo nuovo di rappresentare il movimento. Anche se, piuttosto che ammetterlo, si sarebbero fatti portare via tutti i pennelli … (basti leggere l’invettiva di Boccioni, che pure da Bragaglia si era fatto immortalare, o gli articoli apparsi sulla rivista futurista Lacerba). E sapete perché? Ve lo dico poi.

206-dinamismo-di-un-cane-al-guinzaglio-L_-Balla
Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912

Ah! La fotografia di un Lartigue poco più che tredicenne, tra l’altro ottenuta per errore, a causa (o grazie!) al tempo lento dell’otturatore orizzontale della sua ICA 9×12, cambia per sempre l’idea che una ruota in movimento debba essere rotonda …

jacques-henri-lartigue
Jacques-Henri Lartigue, 1910, Ministère de la Culture de France

 

moto in corsa

(continua)…

E la musica?

Giusto! La musica!!!

Philip Glass, The Photographer, opera dedicata proprio a Mubridge e alla vicenda giudiziaria che lo coinvolse per omicidio …

https://www.youtube.com/watch?v=oPCkt9VvkY0

 

Bibliografia:
(1)E. Muybridge, The Human and Animal Locomotion Photographs)
(2)A. Andrén, Architectural Terracottas from Etrusco Italic Temples (1940)
(3)F. Magi, Andature di cavalli nell’arte con particolare riguardo all’ambio nell’arte cinese degli Han, in Rivista degli studi orientaliVol. 49, Fasc. 1/2 (Aprile 1975)
(4)Anton Giulio Bragaglia, Fotodinamismo futurista, 1911