(O)Porto nel cuore ti porto

Lascio Oporto in una giornata di sole e vento, di quelle che piacciono a me. Una città in pieno fermento innovativo, con instancabili operai al lavoro (anche al sabato, anche fino alle sei di sera!) da cui la nostra stanca Italia avrebbe tanto da imparare.

Porto con me qualche giorno sotto la pioggia, tantissimi passi (oltre settantamila in quattro giorni!), la cordialità della sua gente, la bellezza malinconica di un passato glorioso, l’orgoglio di chi non molla, la voglia (tantissima) di tornarci.

Il Portogallo mi sorprende sempre, non mi stanca mai.

Al cinema! Il ritratto negato. Andrzej Wajda

Powidoki – Il ritratto negato. Andrzej Wajda, 2016

 

Che cosa resta dell’arte se non le si permette di esprimersi in tutta la sua forza visionaria e orientata verso la fantasia e il futuro?

L’arte sovietica e comunista degli anni Cinquanta del secolo scorso assomiglia sinistramente a quella propagandata dalla Germania nazista pochi decenni prima.

Perché le dittature sono ossessionate e terrorizzate dalla potenza dell’immaginazione e quindi tutto ciò che la celebra è degenerato e va soppresso.

Strzeminski continua a dipingere. Anche se la Prima Guerra Mondiale gli ha portato via un braccio e una gamba, anche se il comunismo tenta di portargli via ogni residua possibilità di vivere, ad eccezione della vita. In un crescendo di divieti e di privazioni, resiste senza mai perdere la dignità, nemmeno quando è costretto a leccare il fondo della minestra rimasto sul piatto e a mandare la figlia in orfanotrofio per garantirle un pasto e un tetto.

Il testamento di Wajda si apre e si chiude con due metafore del colore che rappresentano i due atti supremi dell’uomo quando si tenta di annientarlo: la resistenza e la ribellione. L’ombra rossa del comunismo, sotto forma di gigantografia di Stalin, si stende sul quadro che sta nascendo sulla tela e l’artista la squarcia con la sua stampella; i fiori bianchi che immerge nel colore blu per portarli sulla tomba della moglie (la scultrice Katarzyna Kobro) come ultimo gesto.

E sullo sfondo le sue teorie sull’atto del guardare, sull’immagine residua, sul dovere di scegliere.

Un film immenso.

 

Al cinema! Il segreto di una famiglia. Pablo Trapero

Il segreto di una famiglia (La Quietud), Pablo Trapero, Argentina, 2018

Premesso che non sono esattamente una bigotta benpensante, devo dire che all’incesto lesbo non ero arrivata.

Che poi la storia si concluda (scusate lo spoiler) con le due sorelle felici future mamme di un pupo frutto dell’ovulo di una impiantato nell’utero dell’altra, beh … mi è parso del tutto gratuito.

Anche alla luce del fatto che la maggiore tradisce da anni, con un amico di infanzia, il marito che, a sua volta (non ci facciamo mancare proprio nulla) la tradisce con la sorella minore.

Che casino!

Sullo sfondo rancori e segreti, il peggiore dei quali riguarda l’acquisizione della splendida tenuta di famiglia (La Quietud, appunto, cioè “la quiete”, insomma …), frutto di loschi traffici che riguardano i desaparecidos.

Alla fine la colpa di tutto, come sempre, è della madre. Una vecchia pazza che vive dei suoi ricordi deformati, dell’odio continuamente alimentato verso il marito e la figlia minore, dell’amore morboso per la figlia maggiore …

Resta un film in cui nulla viene veramente affrontato con coraggio: non la fatica di vivere di chi è diverso. Non il confronto con i propri errori. Non la valutazione della Storia recente.

Non bastano un cast meraviglioso, una fotografia splendida, una colonna sonora degna di nota a salvare un film con poche idee, anche se molto ben shakerate.

Insomma, ve lo consiglio solo se proprio non avete nulla di meglio, perché è estate e i cinema hanno l’aria condizionata.

Torno a distanza di una settimana e di qualche riflessione: questo film ha un pregio ed è quello di sottolineare come la mostruosità non stia mai nei rapporti d’amore, di qualunque genere essi siano, ma nella brutalità che porta gli uomini a sopraffare (quando non ad annientare) altri uomini, in nome del potere, del denaro, della smania di affermare esclusivamente se stessi e il loro punto di vista.

E in effetti non è poco.