Buongiorno!

 

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Welcome Lounge, Teresa Zanetti, 2013

– Ti chiami Pietro Fenoglio, giusto?
– Signorsì.
– Quanti anni hai?
– Ventitre, signor capitano.
– Quindi, vicebrigadiere Fenoglio Pietro, di anni ventitre, tu pensi che io creda a questa storia?
– Non saprei, signor capitano.
– Tu al mio posto ci crederesti?
– Francamente no.
– E allora perché me l’hai raccontata?
– Perché è vera, signor capitano.

La versione di Fenoglio, Gianrico Carofiglio, Einaudi, 2019

naufraghi metropolitani

Mi prendo in mano l’uccello, nel gesto dei miei tredici anni, rimasto uguale a se stesso, rabbioso e familiare dettato come allora soltanto dall’urgenza di scaricare questa tensione imprevista e inopportuna.

E mentre, non senza una punta di orgoglio, constato la consistenza ancora elastica stretta nel pugno, il telefono squilla, imperioso e brutale, distogliendomi dai miei propositi bellicosi.

Cerco di scacciare il suono insistente. Ma non c’è niente da fare se non andare rispondere. La lumaca che in un istante mi ritrovo tra le dita non lascia spazio a dubbi.

La voce che mi aggredisce dall’altra parte del filo è sgraziata e gracchiante e se già dopo un’abbondante colazione e numerosi caffè mi risulta antipatica, alla mattina presto, davanti al campo di battaglia che si stende ai miei piedi, è del tutto indigesta.

A stento grugnisco un “buongiorno capo”. Annuisco. “Arrivo”, aggiungo. E mentre mi infilo in macchina con l’aria disfatta, manco fossero le cinque del mattino dopo una nottata di quelle che piacciono a me, penso che anche questa volta mi toccherà aspettare ore prima di riuscire a mettere qualcosa sotto i denti. Il che per un sessantenne diabetico non è certo il massimo. Una volta gli sbirri (penso proprio così, catapultato negli anni Settanta) a cinquant’anni, o poco più, erano in pensione.

Fermo la macchina a un isolato dal posto, “il luogo dei fatti“, che mi ha indicato la Vice Questore Aggiunta Molineris (la chiamo così, con tutte le iniziali maiuscole), prendo la borsa con l’attrezzatura e, senza nemmeno chiudere le portiere, mi avvio a passo svelto verso il capannello di persone che si è radunato nel mentre.

L’inverno a Torino è insopportabile, quando piove. Tutto si copre di una patina di malinconia.

Al cinema! Solo cose belle. Kristian Gianfreda

Solo cose belle. Kristian Gianfreda, 2019

C’è una famiglia alternativa. Molto alternativa.
Con un papà serio e equilibrato. Che è alternativo perché era un tossico cui è stata data un’altra possibilità.
Con una mamma energica e positiva. Che è alternativa perché da giovane sposa ha ricevuto in dono un figlio handicappato.
Con un figlio handicappato. Che è alternativo perché si sente diverso per il fatto di essere Cinese.
Con un figlio allegro, biondo e pasticcione. Che è alternativo perché è l’unico figlio naturale della coppia.
Con un figlio che ama fare barchette e aeroplanini con qualsiasi foglio che assomigli alla carta. Che è alternativo perché è più vecchio di mamma e papà.
Con un altro figlio sognatore e un po’ fanfarone. Che è alternativo perché è uno scassinatore provetto.
Con un altro figlio ancora. Che è alternativo perché è nerissimo, è profugo, è sempre alla ricerca di un internet point e gira con un voluminoso borsone a tracolla, senza parlare una parola di Italiano, seminando il panico ovunque vada.
Con una figlia Russa. Che è alternativa perché era una puttana e non sa disossare il coniglio, ma vuole lavorare in macelleria, per dare un’altra opportunità a sé e alla sua bambina appena nata.

E poi … Poi c’è una famiglia normale, bella, pulita, ordinata. Con il papà che fa il sindaco.
Con la mamma che mantiene cordiali rapporti con tutti.
Con una figlia gentile e un po’ timida, che fa sport, va bene a scuola e non ha mai creato problemi.

E poi … Poi c’è l’Emilia Romagna, placida e ricca.
E c’è che questa placida ricchezza viene sconvolta dall’arrivo degli alternativi.
E poi ci sono le nonne, risorsa inarrestabile. E un prete quasi disilluso che ricorda che il vero significato della parola “condivisione” è “lasciarsi disturbare”.

E alla fine ci sono le cose cambiate per sempre. E alcune che tornano al loro posto.
E la sensazione di aver visto un film davvero bello, per poi scoprire che si tratta di una storia vera. Anzi dell’insieme di tante storie vere.

E in sottofondo la musica popolare, che oggi diremmo etnica, quella incalzante delle feste in cui si ballano il circolo circasso e la scottish, la bourrée e la curenta …

Solo che … Solo che … Dov’è finito Andrea?

 

 

Al cinema! Quel giorno d’estate. Mikhael Hers, 2018

Amanda (Quel giorno d’estate), Mikhaël Hers, 2018

 

Sandrine e Amanda sono mamma e figlia. Vivono serene il loro essere una piccola famiglia moderna, per la quale il papà è stato solo un felice accidente. Felice perché grazie a lui, un uomo di passaggio con cui non si sono mantenuti rapporti di alcun genere, è arrivata Amanda.

E non credo sia un caso che la bambina porti questo nome, l’etimo latino è chiaro: “da amare”.

Con loro il giovane e scapestrato zio David, fratello minore di Sandrine, anello di congiunzione tra il mondo degli adulti e quello ancora sognante e pieno di aspettative dei bimbi. Le sue incursioni nella vita delle “due ragazze” sono sempre al contempo fonte di divertimento e di sonore incazzature.

Poi nella spensieratezza irrompe in modo violento la realtà, fatta di un attentato al parco in cui Sandrine era andata con amici per un picnic. David, invece, come al solito arriva in ritardo – strane trame del destino – e scampa così alla morte.

Quel che segue si compie in un’atmosfera irreale e sospesa, nella confusione generata dalla destabilizzazione dell’ordine costituito, nella mancanza di parole per spiegare un dolore troppo grande persino per essere immaginato, nella difficoltà di diventare grandi all’improvviso.

Amanda e David e tutti gli altri sopravvissuti che Mikhaël Hers racconta sono metafora per riflettere su Parigi stessa. Sullo stupore incredulo di scoprirsi oggetto di odio per una città che invece si sapeva amata senza riserve, vezzeggiata e coccolata per la sua bellezza ariosa, la spensieratezza delle passeggiate nei suoi ampi viali e i picnic sull’erba dei suoi parchi nelle giornate di sole, la sensazione di una perenne primavera dell’anima, giocosa e piena di luci.

Ma, e qui sta la grandezza, il regista racconta anche il coraggio di ricominciare, non come se nulla fosse stato, ma nonostante tutto quel che è stato.

E così come Amanda e David vanno infine a Wimbledon per riallacciare un discorso interrotto troppo bruscamente, anche la gente di Parigi si riprende i suoi spazi, esce, mentre quelli vorrebbero che tutti stessero tutti chiusi in casa impauriti; ride, mentre quelli vorrebbero che tutti fossero neri e tristi; brilla e suona e canta … consapevole che solo così quelli non avranno vinto.

Vincent Lacoste è un David ineffabile, romantico, svaporato …

Greta Scacchi ci regala un malinconico cammeo.

Al cinema! Il Traditore. Marco Bellocchio

Il Traditore, Marco Bellocchio, 2019

Dovremmo vederlo tutti, questo spaccato della nostra storia. Per ricordarci bene di come e cosa eravamo in quegli anni. E di quanto poco siamo cambiati.

Bellocchio con il pretesto di raccontarci la storia di Tommaso Buscetta, riflette sull’italianità. Quel concentrato di fantasia, arte di arrangiarsi, cattiva politica, religione superstiziosa, senso dell’onore e sensi di colpa, grandi gesti e capacità di additare gli errori e gli orrori altrui, insieme alla cecità assoluta nel riconoscerli quando, invece, sono i nostri, ricerca di scorciatoie per “arrivare”, amore per la bellezza, pigra indolenza …

Tutti quei “vizi e virtù”, indifferentemente pubblici e privati, che ci fanno riconoscere agli occhi del mondo come Italiani.

Favino ha saputo trasformarsi nell’icona stessa di Buscetta, quella che a tutti viene in mente pensando al Boss dei due mondi, di un uomo appesantito e stanco, ma allo stesso tempo ritto e fiero, perennemente nascosto dietro agli occhiali da sole.

Da quel fine conoscitore della materia, Bellocchio usa senza imbarazzi tutti gli stratagemmi del cinema, dall’irruzione inaspettata del flashback all’unione dissonante di immagini e colonna sonora.

Strazianti le scene della tortura inframmezzate da lunghe riprese sulla sfavillante bellezza della foresta amazzonica, col sottofondo delle note struggenti di quel capolavoro di Amaral che è Historia de un Amor.

Geniale il meccanismo “contamorti” che segna inesorabile le vite sacrificate alla guerra tra Palermitani e Corleonesi.

La scena iniziale contiene una bella riflessione per tutti gli appassionati di fotografia. Il consesso riunito durante le celebrazioni di Santa Rosalia, nella villa di Stefano Bontade, per sancire la pace tra Palermitani e Corleonesi, si conclude, come ogni festa che si rispetti, con la foto di gruppo. Ognuno in posa davanti all’obiettivo, a celebrar se stesso, assumendo l’aspetto di ciò che vorrebbe essere o quantomeno sembrare. Una fotografia che sarà poi prova processuale di amicizie e connivenze. La vanità umana (come già quella dei comunardi sulle barricate parigine) viene sempre punita.