Al cinema! Il ritratto negato. Andrzej Wajda

Powidoki – Il ritratto negato. Andrzej Wajda, 2016

 

Che cosa resta dell’arte se non le si permette di esprimersi in tutta la sua forza visionaria e orientata verso la fantasia e il futuro?

L’arte sovietica e comunista degli anni Cinquanta del secolo scorso assomiglia sinistramente a quella propagandata dalla Germania nazista pochi decenni prima.

Perché le dittature sono ossessionate e terrorizzate dalla potenza dell’immaginazione e quindi tutto ciò che la celebra è degenerato e va soppresso.

Strzeminski continua a dipingere. Anche se la Prima Guerra Mondiale gli ha portato via un braccio e una gamba, anche se il comunismo tenta di portargli via ogni residua possibilità di vivere, ad eccezione della vita. In un crescendo di divieti e di privazioni, resiste senza mai perdere la dignità, nemmeno quando è costretto a leccare il fondo della minestra rimasto sul piatto e a mandare la figlia in orfanotrofio per garantirle un pasto e un tetto.

Il testamento di Wajda si apre e si chiude con due metafore del colore che rappresentano i due atti supremi dell’uomo quando si tenta di annientarlo: la resistenza e la ribellione. L’ombra rossa del comunismo, sotto forma di gigantografia di Stalin, si stende sul quadro che sta nascendo sulla tela e l’artista la squarcia con la sua stampella; i fiori bianchi che immerge nel colore blu per portarli sulla tomba della moglie (la scultrice Katarzyna Kobro) come ultimo gesto.

E sullo sfondo le sue teorie sull’atto del guardare, sull’immagine residua, sul dovere di scegliere.

Un film immenso.

 

Al cinema! Il segreto di una famiglia. Pablo Trapero

Il segreto di una famiglia (La Quietud), Pablo Trapero, Argentina, 2018

Premesso che non sono esattamente una bigotta benpensante, devo dire che all’incesto lesbo non ero arrivata.

Che poi la storia si concluda (scusate lo spoiler) con le due sorelle felici future mamme di un pupo frutto dell’ovulo di una impiantato nell’utero dell’altra, beh … mi è parso del tutto gratuito.

Anche alla luce del fatto che la maggiore tradisce da anni, con un amico di infanzia, il marito che, a sua volta (non ci facciamo mancare proprio nulla) la tradisce con la sorella minore.

Che casino!

Sullo sfondo rancori e segreti, il peggiore dei quali riguarda l’acquisizione della splendida tenuta di famiglia (La Quietud, appunto, cioè “la quiete”, insomma …), frutto di loschi traffici che riguardano i desaparecidos.

Alla fine la colpa di tutto, come sempre, è della madre. Una vecchia pazza che vive dei suoi ricordi deformati, dell’odio continuamente alimentato verso il marito e la figlia minore, dell’amore morboso per la figlia maggiore …

Resta un film in cui nulla viene veramente affrontato con coraggio: non la fatica di vivere di chi è diverso. Non il confronto con i propri errori. Non la valutazione della Storia recente.

Non bastano un cast meraviglioso, una fotografia splendida, una colonna sonora degna di nota a salvare un film con poche idee, anche se molto ben shakerate.

Insomma, ve lo consiglio solo se proprio non avete nulla di meglio, perché è estate e i cinema hanno l’aria condizionata.

Torno a distanza di una settimana e di qualche riflessione: questo film ha un pregio ed è quello di sottolineare come la mostruosità non stia mai nei rapporti d’amore, di qualunque genere essi siano, ma nella brutalità che porta gli uomini a sopraffare (quando non ad annientare) altri uomini, in nome del potere, del denaro, della smania di affermare esclusivamente se stessi e il loro punto di vista.

E in effetti non è poco.

 

 

Magnum e la Montagna

Rientro adesso dalla mostra “Mountains by Magnum Photagraphers”, aperta al Forte di Bard appena quattro giorni fa e sino al 06/01/2020.

magnum-mountains

Il gioiello valdostano, cui l’intelligente recupero ha regalato una nuova vita e una nuova vocazione, non si smentisce neanche questa volta e conferma l’altissimo livello delle sue proposte espositive.

E’ curioso vedere la montagna raccontata dai membri della più grande agenzia fotografica mondiale, abituati come siamo ad associare i loro nomi ai reportage di guerra, di denuncia sociale … E invece questa volta ci troviamo al cospetto di momenti di rara bellezza, segno che anche loro, qualche volta, si fermavano per godere un po’ di serenità.

Tre scatti di un Capa, finalmente lontano dai conflitti, ci svelano il suo lato divertito, sorridente.

McCurry è presente con una foto soltanto. L’ho osservata con attenzione e non ho trovato segni di timbro clone, segno che questa volta si è astenuto. O forse che ha trovato uno smanettone più capace del precedente …

Una vera e propria folgorazione il pannello di Werner Bischof, che dimostra quanto fosse avvezzo ai panorami alpini.

E ancora Susan Meiselas, Inge Morat, Martin Parr che non si smentisce mai e trova il lato grottesco anche tra le nevi.

Mi resta un dubbio… Esiste uno “standard Magnum” per quello che riguarda il modo in cui le stampe delle fotografie dei suoi membri devono apparire? La grana è sempre invariabilmente grossa, qualunque sia il fotografo. Come se tutte le foto fossero scattate con un rullino kodak trix 400 caricato su una Leica …

Sito ufficiale:

Mountains by Magnum Photographers

Informazioni:
Telefono: + 39 0125 833818
prenotazioni@fortedibard.it

Orario:
Feriali 10.00 | 18.00
Sabato, domenica e festivi 10.00 | 19.00
Lunedì chiuso
Aperture straordinarie:
aperta tutti i giorni (lunedì inclusi) dal 29 luglio al 15 settembre

La furia e il tradimento

Lasciato Joan Fontcuberta dopo la lettura, intrigante e ricca di spunti di riflessione, de “La furia delle immagini”, lo ritrovo il 13 giugno 2019 di persona, a Torino, da Camera – Centro Italiano per la Fotografia, in una sonata a quattro mani con Walter Guadagnini, che di quell’Istituzione è il direttore.

René Magritte, L’image parfaite, 1928 – Man Ray, Ma dernière photographie, 1929

I toni apocalittici cui ci ha abituato con le sue teorie post-fotografiche non si sono certo smorzati e, anzi, la sua riflessione attuale si spinge ancora oltre, prendendo in considerazione, oltre alla furia delle immagini, la loro possibile (probabile? certa?) attitudine al tradimento.

Però, però …

La sindrome dell’erinni fedifraga, a ben guardare, la fotografia ce l’ha nel DNA.

Perché non è certo il professore catalano quello che per primo si è accorto che le foto hanno la tendenza a moltiplicarsi esponenzialmente e a raccontare, se non proprio fiere balle, quanto meno quella che, in omaggio (come è d’obbligo in questi giorni) a Camilleri, mi piace chiamare la “mezza messa”.

A parte il fatto che non ho ancora ben capito se è il fotografo a essere bulimico o il mezzo fotografico a indurre la bulimia (un po’ come quando mi chiedo se chi è aggressivo al volante acquista un’auto “prestazionale” o, al contrario, è l’avere un’auto di quel tipo che induce l’aggressività alla guida) …

In ogni caso, a voler essere pignoli, già nel 1859 (a pochi decenni dall’invenzione che cambierà il mondo e non soltanto il modo di guardarlo) Baudelaire si scaglia contro le innumerevoli immagini che il mezzo meccanico è pronto a sputare a raffica nell’orbe terracqueo, grazie alla facilità di produzione.

Italo Calvino, dal canto suo, nel 1955 rincara la dose con quel racconto pungente e meraviglioso che è “L’avventura di un fotografo”, facente parte, non a caso, della raccolta “Gli amori difficili” (e io direi impossibili).

E’ l’industrializzazione, tesoro!

Sembra quasi impossibile che sia esistito un mondo in cui le cose (i quadri, i vestiti, le sedie …) erano pezzi unici, usciti dalle mani pazienti di industriosi artigiani (ah! bei tempi andati!) appassionati e orgogliosi della loro arte.

L’industria vuole velocità e capacità di replica infinita. Chiede di produrre nel più breve tempo possibile innumerevoli pezzi (migliaia di stampe fotografiche, migliaia di auto, migliaia di frullatori) tutti uguali l’uno all’altro. Anzi, la perfetta ripetibilità non solo è auspicabile, è garanzia di qualità. Infatti negli anni ’80 storcevamo il naso di fronte alle FIAT Ritmo, ognuna con la sua spiccata personalità, di cui non si era mai certi di beccare l’esemplare giusto … “eh … ti è andata male, ti è capitata quella fallata”. Significava che nel processo produttivo qualcosa non andava per il verso giusto.

Ma sto divagando.

Per tornare alla fotografia e alle fotografie, Fontcuberta suggerisce, per non rimaner sommersi dalla loro eccessiva quantità, di pescare nel flusso impetuoso e infinito che genera l’oceano di immagini, indifferentemente da noi o da altri prodotte, quelle che più ci interessano, per ricomporle poi, usandole come tasselli di un puzzle, secondo un senso che è solo nostro.

E fin qui tutto bene. Forse.

Solo che, se mi fermo a riflettere, mi rendo conto che già la fotografia in sé è un fermo, un pescare nel flusso.

Il mondo mi scorre incessante sotto agli occhi e, almeno finché li tengo aperti, le immagini che mi si materializzano nel cervello grazie al processo della visione sono esse stesse innumerevoli, frutto dell’assemblaggio degli altrettanto innumerevoli sguardi mobili che ho posato su tutto quanto mi circonda, ciascuno della durata di un infinito istante (grazie Geoff!) infinitesimale.

Non so se mi sono capita …

In sostanza, proprio fotografando, pesco! Perché tiro fuori dal fluire del mio guardare quello che mi interessa.

E ma se le cose stanno così, allora forse devo capire perché pesco così tanto già all’origine, perché, maledizione!, da quando ho quell’aggeggio in tasca tutto, dalle cernie alle camere d’aria, mi sembra degno di finire nella mia rete!

Oddio. A essere sincera è così sul momento. Perché se invece lascio passare un po’ di tempo, l’amore incondizionato per la maggior parte degli infiniti istanti immortalati, che tutto subito mi sembravano imprescindibili e indimenticabili, svanisce.

Quindi? Mi devo trattenere?

Credo che il problema non stia nella quantità di fotografie che scattiamo (che, beninteso, sono davvero tantissime) ma nella quantità di fotografie che esibiamo.

Perché il punto è che è svanito il pudore. In quest’epoca in cui tutto è esibito, mostrato, non ci si imbarazza di nulla, nemmeno di andare in giro con i pantaloni a vita così bassa che finiamo con l’avere il sedere di fuori, nemmeno di raccontare ai quattro venti qualsiasi dettaglio personale.

Crediamo davvero che le fotografie che conosciamo di HCB siano le sole che ha fatto? Tutte perfette e degne. Senza mai sbagliare un colpo.

No! Sono, invece, le sole che ha mostrato.

Lui stesso era uso dire che le prime diecimila (diecimila!) che aveva scattato non valevano nulla. Che fine hanno fatto? Le ha tenute ben nascoste.

Passando poi alla spiccata tendenza verso la menzogna, siamo davvero sicuri che anche questa sia una scoperta recente?

E’ vero, la fotografia fa l’ingenua. Ci lascia credere che tutto ciò che ci mostra è la pura verità. E’ così brava ad immedesimarsi nel personaggio che interpreta che tutti, sin da quando era in culla, sono stati sempre ben disposti ad accordarle credito.

Hanno voglia fior fior di critici e pensatori e filosofi dal metterci in guardia (autentiche bugie, mentitori fotografi, falsi obiettivi …). Niente da fare.

Noi osserviamo le fotografie e ogni volta ci stupiamo a pensare “WOW! Ma dov’è questo posto così meraviglioso dove si vede la via lattea in tutto il suo splendente splendore?” (o altre simili domande che da sempre ci assillano insieme a quella, sempre verde, circa l’età del nostro parrucchiere – a proposito, io l’età di Nicola la conosco benissimo, ha due anni più di me).

Eppure non è mica da oggi che le fotografie (ma forse sarebbe meglio chiamarle immagini, a questo punto) vengono manipolate per far vedere esattamente quello che il fotografo vuole metterci sotto il naso.

Furboni senza scrupoli, alla fine dell’Ottocento, contrabbandavano per autentici ectoplasmi i fantasmi ottenuti (non si creda sempre per clamoroso errore) dalle doppie esposizioni della lastra, così inscenavano sedute spiritiche per intortare non solo tremebonde vecchine.

Per non parlare di quelle due monelle di Elsie Wright e Frances Griffiths che avevano fotografato nelle campagne di Cottingley nientemeno che delle fatine. Erano state così brave che ci era cascato persino Sir Arthur Conan Doyle, che così dimostrava di non avere l’acume del suo più famoso investigatore.

Oggi con la tecnica GAN si inventano di sana pianta fotografie assolutamente credibili che ritraggono volti di persone inesistenti, semplicemente prendendo a prestito un pezzetto di sopracciglio da una foto “vera”, il profilo di un naso da un’altra e avanti così.

Ma ancora una volta, fermiamoci a riflettere.

Che cosa faceva il pittore? Trasferiva sulla tela un mondo che non necessariamente corrispondeva al reale.

Qualcuno si è scandalizzato che alla scuola di Atene Raffaello abbia messo i filosofi fianco a fianco l’uno dell’altro anche se in realtà non si erano mai conosciuti? E mi consta che nessuno si sia mai lamentato per la raffigurazione del vescovo Ecclesio, in San Vitale a Ravenna, ai piedi del Cristo. Eppure è certo che, quantomeno in vita, egli non ci sia mai stato.

E’ tutto un grande gioco. Dovremmo prenderci meno sul serio.

Bibliografia:
Italo Calvino, Gli amori difficili, ed. Einaudi – Torino – coll. Gli Struzzi, 1970
Charles Baudelaire, Le public moderne et la photographie, ètudes photographique, n. 6, mai 1999
Geoff Dyer, L’infinito istante, ed. Einaudi – Torino, 2007
Clément Chéroux, L’errore fotografico, Piccola Biblioteca Einaudi, 2009

Buongiorno!

astratto
Teresa Zanetti, 2013

 

Sardegna come un’infanzia
(versi sparsi la notte)

Lune zincate da
nuvole intrappolate in
reti traboccanti
farfalle.

Danze tribali di
grilli destate da
frenetici friniti
notturni.

Poesie balbettate da
amanti impotenti, le
dita affondate in
dune corrose.

Corrusche schegge di
mare
barbagli infiniti.
Cangianti.
Teresa Zanetti, 6 aprile 2019