AL CINEMA! Momenti di trascurabile felicità. Daniele Luchetti

Momenti di trascurabile felicità, Daniele Luchetti, 2018

Paolo vive i suoi giorni a Palermo all’insegna del disimpegno: è un padre e un marito evanescente, un amante in fuga perenne, un amico indolente che farebbe qualsiasi cosa pur di accorciare la strada da percorrere per raggiungere gli altri …

E soprattutto non rispetta le regole, specialmente il semaforo rosso. Finché non incontra qualcuno che la pensa come lui.

Ma quel qualcuno si muove con un furgoncino, mentre lui va in moto.

E muore. E mentre muore, contrariamente a quanto aveva sempre creduto, non pensa alle “cose alte”, ma a mille piccole sciocchezze: quando chiudo la porta del frigorifero la luce si spegne davvero? Perché il primo taxi della fila non mai veramente il primo? L’Autan e lo yoga non sono in contraddizione? Perché sui treni il martello frangivetro è dentro una bacheca di vetro? Se ho un martello per rompere la bacheca per prelevare il martello frangivetro, non faccio prima a usarlo per rompere il vetro? …

Arrivato all’ufficio smistamento dell’aldilà, grazie a un errore dovuto al mancato computo del tempo in più garantito dal consumo quotidiano di centrifughe di frutta e verdura allo zenzero, scopre di avere ancora 1 ora e trentadue minuti da vivere …

Poco o molto? Starà a lui farne buon uso.

Intelligente, divertente, leggero e profondo tutto insieme.

Con un finale che non mi ha soddisfatta in pieno ma che certo non inficia la bontà di questa nuova proposta di Luchetti, che si conferma molto bravo.

DUE

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Alfredo Jaar, The Eyes of Gutete Emerita, 1996

Gli occhi della vecchia sono così vicini al suo viso che quasi gli sembra di poterci cadere dentro. Di quel pozzo che lo scruta nel profondo di se stesso il piccolo vede solo le pupille che dilagano, divorando l’iride.

“Ora mi afferra” pensa. E mentre lo sta pensando succede. La vecchia gli agguanta il petto con quella mano ossuta e nodosa che fino a poco prima puntava verso di lui. Gli artigli affondano nel suo piccolo cuore, radici che si diramano e si impossessano delle sue viscere, moltiplicandosi rapidamente per risalirgli fino al cervello, succhiandogli tutta l’acqua dal corpo, scendendo verso le caviglie, uscendogli dalle dita dei piedi, per poi conficcarsi nel terreno e inchiodarlo alla sua paura.

E mentre si sente divorare dall’interno e invadere da un groviglio di serpenti neri, lucidi, inquieti, il freddo lo attanaglia e attorno a lui sale una marea di minuscole uova di ghiaccio che, lo sa, fra poco lo sommergeranno.

La gola è fuoco, gli occhi schegge di vetro.

La mano della vecchia continua a stringere il suo cuore che a stento riesce a perseverare nel suo battito. Le pupille-pozzo hanno ormai preso il posto di quelle iridi acquose e lo richiamano a sé con un canto suadente “tuffati … immergiti nel buio”.

Vorrebbe urlare ma il terrore lo stordisce e mentre cerca disperatamente la madre si accorge che lei è altrove, persa in quell’uomo che è il solo centro della sua vita.

“Mamma!” un urlo strozzato che è appena un rantolo.

“Mamma!” e anche se è fradicio di sudore, un’arsura sorda gli invade la gola. Apre gli occhi, finalmente, e si guarda intorno in quella stanza che non riconosce più. La sveglia digitale sul tavolino da notte urla con le sue cifre verde fluorescente che sono le sette meno un quarto.

Stanco, come se non avesse dormito nemmeno un secondo, si stropiccia il volto, per convincersi di possederne ancora uno. Cerca le ciabatte a tastoni. Coi piedi nudi sonda circospetto il pavimento. Ha la sensazione che le radici siano lì in agguato, pronte ad attorcigliarsi alle sue dita. Un brutto risveglio. Ed è così ogni giorno, da quando quella stronza se n’è andata.

Tornare alla realtà è avere la consapevolezza che la bocca asciutta che lo tormenta è il segno inconfondibile del diabete. Come ogni mattina si punge un dito con la piccola graffa che inserisce nel glucometro. E mentre aspetta che il macchinario infernale dia il suo responso, si guarda allo specchio.

Che fine ha fatto l’uomo che era? Davanti a lui solo un fantasma sbiadito. Le borse sotto gli occhi sono bluastre. I capelli sparsi in tutte le direzioni gli disegnano un’aureola grottesca attorno alla testa. Una profonda ruga gli solca la fronte in verticale, proprio tra le sopracciglia. L’ombra della barba del mattino gli dà un aspetto miserabile.

Spostandosi per avvicinarsi allo specchio e osservare più da vicino l’uomo che lo sta guardando, urta il glucometro che finisce a terra smontandosi in tutte le sue componenti. “Cazzo!” sente il suono roco delle sue parole, ma non sa se le ha pronunciate o se la familiarità della sua voce gli è solo rimbombata in quella massa intorpidita che dimora tra le sue orecchie.

In mutande e canottiera, strascicando i piedi, scalcia i pezzi del glucometro sparpagliati sul pavimento e raggiunge la cucina dove trova ad attenderlo il campo di battaglia che si è accumulato in giorni di bevute e vita randagia. Cartoni di pizza, bottiglie di Akashi blue (due? due!), un reggiseno di pizzo rosa da poco prezzo e a fargli uno sberleffo, finito non si sa come sulla sua lampada preferita, un perizoma con lo string in perle dall’aria molto costosa … un paio di bacchette cinesi servite per qualche involtino primavera di terz’ordine. Del cibo gli importa poco, basta che riempia lo stomaco. Ma sul whisky e sulla biancheria sexy non transige. Per questo si stupisce di quel reggiseno … Ma come cazzo fanno i Giapponesi a fare un whisky così buono? Botti di rovere americana e Shochu sono davvero sufficienti a tirar fuori quella meraviglia? Con questo interrogativo si avvicina all’acquaio. Una nausea assassina gli strizza lo stomaco e a stento riesce a trattenere un conato: un enorme scarafaggio sta beatamente passeggiando tra i piatti delle sue ultime colazioni accatastati alla rinfusa. E tra le scodelle malamente impilate occhieggia una calza a rete. Con chi aveva scopato nelle ultime dieci notti? O meglio, con quante? E come avevano avuto il coraggio di andare con lui?

D’improvviso, perché nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola che non si sa da dove sia saltata fuori ma a un certo punto era lì, salda nella storia, vede materializzarsi nella penombra il volto di lei. Sorridente e ineffabile, lo guarda galleggiando a mezz’aria. Ha gli occhi socchiusi e le labbra, con quel lieve broncio che lo fa impazzire, sono una promessa di felicità …

Stronza! Perché te ne sei andata?

AL CINEMA! Gloria Bell di Sebastiàn Lelio

Gloria Bell, Sebastiàn Lelio, 2018

Gli uomini, tutti gli uomini, escono pesantemente ammaccati dal confronto con questa donna che, alla soglia dei sessanta, ama la vita senza riserve, anche se rischia di diventare cieca, ha qualche peluzzo da estirpare sul mento e qualche tristezza da menopausa.

L’ex marito irrisolto che ancora la rimpiange nonostante i dodici anni trascorsi dal divorzio voluto da lui.

Il figlio, neo padre, che si dibatte tra la voglia di chiederle aiuto e quella di fare tutto da solo, dal momento che la mamma del piccolo è a meditare nel deserto e lui non ha la più pallida idea di quando tornerà.

L’amante (un grandioso John Turturro) a suo dire neo-divorziato, ma ancora impastoiato nella vecchia famiglia, tanto da far sospettare che il divorzio non sia reale.

Tutti bambini mai cresciuti, come purtroppo molti uomini anche nella vita reale …

E Gloria (una strepitosa Julianne Moore, bellissima – è del 1960 e nessuno lo direbbe) “surfa“, complice una colonna sonora tutta di brani disco music anni Settanta, sulle onde della vita, radiosa, leggera e vibrante, consapevole di essere una donna che non ha più nulla da dimostrare al mondo: lavora e si mantiene da sola da sempre, è una figlia ottimista e positiva, una madre coraggiosa (che sa quando è il momento di lasciar volare i piccoli che piccoli non sono più e non ne fa un dramma), una nonna fantastica, un’amica sensibile e presente al momento giusto.

Sebastiàn Lelio ci regala un remake, a distanza di sei anni, di un suo stesso film, in cui rivisita col gusto di oggi temi sempre attuali.

 

 

SENZA PRETESE di Anna Marogna

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Anna Marogna, Senza pretese, 2015

Riflettevo sul significato dell’amicizia in questi tempi moderni.

Su come, in particolare, ci si possa sentire così tanto in sintonia con persone mai viste e come, poi, il vederle “dal vivo” possa sembrare solo un tassello, in un puzzle ben più complesso e articolato, fatto di migliaia di tessere, in cui la conoscenza reciproca, la stima, l’affetto arrivano ben prima e a poco a poco.

Nel mio caso specifico è accaduto frequentando due comunità fotografiche: http://www.photo4u.it e http://www.maxartis.com. Guardando le fotografie degli altri utenti e commentandole; sottoponendo i miei scatti al loro sguardo e leggendo le loro riflessioni; sovente sorprendendomi di come le mie immagini possano parlare a una persona in un modo e in uno tutto diverso a un’altra …

E di come questi modi possano essere profondamente diversi dal mio.

In queste due community ho visto arrivare molti utenti; molti altri andarsene, qualcuno anche sbattendo la porta. Ho visto anche ritornare qualcuno.

Sono nati figli, nipoti; sono cresciuti bambine e bambini che scatto dopo scatto si sono trasformati in splendidi ragazze e ragazzi …

Qualcuno (penso a un fotografo di razza, come Enzo Casillo o a un mattacchione come Francesco-Tropico, di cui non ho conosciuto il cognome, persone che non ricorderò mai con sufficiente gratitudine per la generosità, per l’allegria, la generosità, davvero sconfinata, il punto di vista sempre alternativo), se ne è andato per sempre.

Tutto proprio come accade in una famiglia.

E proprio come accade in famiglia, ci si vuole più o meno bene tutti, certo.

Ma con quel cugino particolarmente bizzarro o con la vecchia zia, perfida sì, però tremendamente simpatica; con qualche sorella o fratello, ci si trova proprio sulla stessa identica lunghezza d’onda.

E magari passano mesi senza sentirsi ma, appena ci si rivede, si riprende la conversazione esattamente da dove era rimasta la volta precedente.

Un’affettuosa lontananza … Come se il tempo in mezzo nemmeno ci fosse stato.

Una è Anna.

Sarà che come me è un po’ Sarda e un po’ Furlana.
Sarà che è sensibile, sempre pronta ad ascoltare il punto di vista degli altri.
Sarà che però difende a spada tratta le idee in cui crede.
Sarà che solo lei ha saputo fotografare Haitian Fight Song di Mingus …
Sarà tutto questo e sicuramente ancora altro …

È inverno, ormai …

Dalla mia finestra oggi vedo un cielo limpido, nella luce della sera. Non fa nemmeno freddo, il che è inconsueto per questa mia città, severa e timidamente bella.

La stagione fredda è solo un incidente di percorso, ed è solo un ricordo il profumo caldo delle castagne arrostite, vendute in quei cartocci di giornale da cui le sfili a una a una, rimpallandole da una mano all’altra, perché scottano …

E devo dire che provo un po’ di nostalgia per quegli anni nebbiosi, in cui è bello andar per le Langhe ad ammirare le colline che si snodano a perdita d’occhio in onde sinuose; le viti in interminabili filari, ormai a riposo, magari coperti di neve …

La Morra, Cherasco, Alba o Santa Vittoria, Treiso, Monforte o Verduno … In un itinerario che è anche, almeno per me lo è, una strada del cuore, su cui ritrovo la me stessa bambina e un po’ (tanto) monella, coi codini alti sopra le orecchie, la “esse” un po’ sibilata (quanto sforzo per correggere un difetto di pronuncia che detestavo …), che chiacchierava a ruota libera e chiedeva il perché di ogni cosa a genitori pazienti che rispondevano sempre, già sapendo che ogni risposta avrebbe generato un nuovo “perché?”.

Quegli inverni in cui, poi, tutti belli intirizziti, ci si infila in qualche vecchia “piola piemontese”, per assaggiare le acciughe al verde, i tomini elettrici, un bollito misto fumante nel suo brodo o gli “agnolotti del plin”, o ancora i tajarin col sugo d’arrosto; il fritto misto piemontese (non tutti lo sanno, ma è un antipasto!), i peperoni arrostiti con la bagna caoda (si pronuncia “cauda” e non ci vuole il latte, tantomeno la panna), e se capita un uovo al tegamino con una bella nevicata di scaglie di tartufo d’Alba …

Il tutto annaffiato con un Nebbiolo sincero, o se proprio vogliamo esagerare con un buon Barbaresco, ché il Barolo è buono, buonissimo, si sa, ma lo vogliono tutti quelli che capitano da queste parti … perché forse non ne conoscono altri.

Ecco di che cosa mi parla Anna con questa sua fotografia “senza pretese”.

Di una domenica serena, in cui far cose semplici, affettuose quasi, con le persone cui si vuol bene, per il puro piacere di gustarle insieme.

E chi se ne importa se la trattoria è un po’ spoglia, con strani quadri alle pareti e le crepe sul muro!
Chi bada alle piccole cose di pessimo gusto che sono sparse un po’ ovunque nella sala?
L’azzurro gozzaniano delle stoviglie e delle pareti …

Quel che conta è la compagnia piacevole.
Il cibo buono.
Le tovaglie di fiandra bianca che profumano di pulito.

E fuori è freddo …
Ma è una bella giornata di festa all’ora di pranzo.
Il rientro al lavoro è ancora lontano

Al cinema!

Domani è un altro giorno, Simone Spada, 2019

 

Se non fosse che è straziante, si potrebbe anche ridere.

Simone Spada dirige Giallini e Mastandrea con grazia e garbo, in una ballata dolceamara verso la morte, che non puzza di buonismo e sentimentalismi inutili.

Tommaso e Giuliano sono amici da sempre.

Uno, ormai da trent’anni, vive e lavora in Canada. L’altro è rimasto a Roma dove fa l’attore di TV prestato al teatro ed è malato di cancro. E non vuole più curarsi.

Tommaso lascia lavoro e famiglia per quattro giorni per stare con l’amico e provare a dissuaderlo dal suo proposito e a riprendere le cure.

In quei quattro giorni parlano, ridono, ricordano, si arrabbiano contro la sorte, piangono anche. Finché Tommaso capisce le ragioni di Giuliano.