BUONGIORNO!

… una pratica sovversiva diventava una corrente artistica. Una corrente artistica, va detto, che mettendo in forma attuale quella critica al concetto di originale, faceva del dibattito sull’autorialità e sulla figura dell’autore la sua raison d’être. Sherrie Levine lo diceva a gran voce: “Possiamo solo imitare i gesti che sono sempre anteriori, mai originali … Il significato di un’immagine non sta nella sua origine ma nella sua destinazione. Bisogna lasciare campo libero alla nascita dello spettatore a costo della morte dell’artista”. E’ vero però che l’appropriazione si poteva praticare con differenti metodi e a diversi livelli. Per fare un esempio, prendiamo l’opera di Edward Weston, i suoi nudi marmorei e le sue sensuali nature morte. Robert Mapplethorpe fagocita il suo stile, la luce, l’approccio erotico. Sherrie Levine, invece, riproduce direttamente alcune opere di Weston che, in quanto immagini oggetto, vanno a ingrossare le fila del fotografabile. Sebbene con gradi differenti, in entrambe i casi si ha un’usurpazione del ruolo dell’autore e uno spossessamento artistico …

Joan Fontcuberta, La Furia delle Immagini, Einaudi, 2018

Buongiorno!

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Fabiana Melis – Nicola Marongiu. 2019

 

Uno scrittore è come Dio. Stai lì a pensare ai tuoi personaggi, a cercare qualcosa di interessante (se non proprio sensazionale) che gli possa capitare … E poi ti rendi conto che delle loro vite puoi fare quello che vuoi.

Allora ti dai una calmata, ti viene una specie di remora. Ti senti responsabile.

E a un certo punto capisci che sono loro a vivere e tu semplicemente li osservi. E descrivi quello che fanno.

Forse è così anche per noi, per le nostre “vite reali”, intendo.

Forse siamo in un libro!

Conversazioni con Anna, Teresa Zanetti, 2019

 

La Donna, la Luna, il Serpente – Stefano Carini

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Da domani e fino al 30/04/2019 Phos, a Torino in via Vico 1, ospita la mostra di questo giovane fotografo che ha trascorso un periodo in Iraq.

Andato in un paese teoricamente in pace, nel 2014, un mese dopo il suo arrivo la città di Mosul cade in mano all’ISIS. Due giorni dopo il suo capo viene rapito dai miliziani.

Decide di restare, nonostante tutto, perché non può fare diversamente.

La Donna, la Luna, il Serpente è il resoconto di quei giorni, emozionante, fatto di una quotidianità in cui l’orrore e la gioia si mescolano imprevedibilmente. E se, a tutta prima, ci verrebbe di muovere un appunto per la frammentazione del racconto, che non segue uno schema, che non ha un’uniformità di stile – bianco e nero e colore si inseguono, così come i diversi formati utilizzati, in una stringa che si snoda a singhiozzo – rimanendo al cospetto delle immagini ci si rende conto che invece ha un senso questa spezzettatura, che meglio rende l’idea, rispetto a quanto non farebbe una corretta omogeneità, del coacervo di emozioni che hanno abitato l’autore in quei mesi convulsi.

http://www.phosfotografia.com/exhibit/la-donna-la-luna-il-serpente/

 

II – Anna

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Daido Moriyama
Dove sei andata?   Stronza!
La chiama così nei suoi  pensieri, non riesce da allora a pronunciare il suo nome, è finito anch’esso  in quell’abisso di sofferenza che lo attanaglia.
Quegli indumenti abbandonati stridono acutamente con l’immagine di lei che sta prendendo forma.
L’aveva spiata innumerevoli volte attraverso la porta socchiusa: la sua immagine riflessa nello specchio dell’armadio anni ’50, seduta sulla sponda del letto mentre si infilava le calze agganciandole alla guêpière.
Elegante.
Compiva quel gesto come una lunga carezza lenta, indugiando, e guardandolo di sottecchi, lo sguardo obliquo, ammiccante mentre schiudeva leggermente le cosce. Maliziosa.
Sapeva benissimo di essere vista.
La sensualità era il suo corredo genetico, non faceva nulla per esserlo ma era capace come nessuna di gettartela addosso.
Erotica e materna senza che le due dimensioni entrassero in conflitto l’una con l’altra. Capace di divorarlo e accoglierlo al contempo.
E ora quelle labbra insinuanti sono come materializzate davanti a lui come potesse toccarle solo allungando una mano, sarebbe così facile godere di quella felicità. 
E’ lurido, sudicio di misera sciattezza e assecondare la stretta della vecchia gli pare la via più facile per fuggire dal ricordo ed invece si accorge di avere un’erezione imponente.
Quella sensazione di turgore ha il potere di rammentargli, sovrapponendolo a quello di lei, un altro volto, quell’uomo.
Era entrato nella loro vita sinuosamente, strisciando come quei serpenti  neri che da tanto tempo lo accompagnano.
La loro vita perfetta sgretolata da un passo di maschia baldanza.
Quel suadente porsi con impareggiabili eloqui  in un ammuffito corteggiamento.
Doppiogiochista capace di riservare a lui sguardi di scherno, quando non di sprezzante sufficienza.
Avrebbe voluto contrastarlo, no, picchiarlo a sangue, scorticarsi le nocche per strappargli via il viso e con esso ogni parte di lui.
Aveva sviluppato, invece, una strana voglia di nascondersi, astrarsi, sparire in chiusure meditabonde.
“Mamma salvami!” o è alla stronza che rivolge il suo urlo disperato?

AL CINEMA! Dafne. Federico Bondi

Dafne, Federico Bondi, 2018

Dafne è un vulcano di capelli rosso lava che dice sempre quello che pensa, non sopporta i sassolini nelle scarpe, va in discoteca, ha un mucchio di amici che la amano e la stimano, lavora sodo con impegno e dedizione, è molto felice e single convinta, anche se ha avuto un fidanzato, una volta.

Ma soprattutto Dafne vuole scegliere e, quando muore la sua mamma e il babbo cade in depressione, sceglie di non prendere le “medicine per non piangere” che vorrebbero darle, perché lei, invece, vuole proprio piangere.

Che poi Dafne abbia 3 cromosomi nella “coppia 21” è solo una questione che mette in imbarazzo noi benpensanti che “poverina” pensiamo “non le bastava quel che già aveva?”. Ma quello è un problema nostro, perché lei se ne frega e ci dimostra che i limiti stanno solo nella nostra testa di normodotati, troppo spesso paurosi di scegliere perché temiamo di sbagliare e di soffrire e, in definitiva, di vivere.

Carolina Raspanti impersona una rompiscatole infinita a cui non diamo una botta in testa solo perché ci trattiene la sua malattia così dimostrandoci una volta di più la nostra pochezza, ma la sua caparbietà, il suo ottimismo, la sua forza d’animo sono travolgenti. Alla faccia di tutti quelli che quando parlano con un “handiccappato” tirano fuori la vocetta mielosa e condiscendente che si usa con i bambini di due anni (che detto per inciso non sono stupidi nemmeno loro).

Un film asciutto e senza fronzoli, non ne servono, che tutti dovrebbero vedere per smettere di piangersi addosso quando si sbeccano un’unghia.

Delicato cammeo di Stefania Casini (nota ai più grandicelli per la sua spettacolare avvenenza, di cui non faceva mistero) nei panni della mamma di Dafne.

Uscito nelle sale il 21/3 (21 come la coppia di cromosomi, 3 come la tripletta che la abita) è stato giustamente premiato alla Berlinale con il prestigioso Premio FIPRESCI