buongiorno!

Tea Zanetti, Azul – Dicembre 2021

Jacque Derrida invita i lettori a pensare come se fossero in viaggio, o più esattamente a «pensare di viaggiare». Ciò significa pensare a quell’esclusiva attività del partire, dell’allontanarsi dal chez soi, dell’andare lontano, verso l’ignoto, affrontando tutti i rischi, i piaceri e i pericoli che l’ignoto ha in serbo (anche il rischio di non tornare).

Derrida è ossessionato dall’idea di «essere lontano». Ci sono buoni motivi di ritenere che tale ossessione sia nata allorché il dodicenne Jacques fu espulso dalla scuole che nel 1942 ricevette l’ordine dall’amministrazione di Vichy del Nord Africa di cacciare tutti gli scolari ebrei. Iniziò così il suo esilio perpetuo. Da allora, Derrida ha diviso la propria vita tra Francia e Stati Uniti. In America era un Francese; in Francia, tuttavia, per quanto si sforzasse l’accento algerino della sua infanzia continuava di tanto in tanto a trapelare dal suo squisito eloquio francese, svelando così un pied noir abilmente nascosto dietro la sottile aura di professore della Sorbona (questo è il motivo, pensa qualcuno, per cui Derrida giunse a teorizzare la superiorità della parola scritta e creò il mito eziologico di tale superiorità a supporto dell’asserzione assiologica). Culturalmente Derrida sarebbe rimasto sempre un «apolide» Ciò tuttavia non significò essere privi di una madrepatria culturale. Al contrario: essere «culturalmente apolide» significava avere più di una madrepatria, costruirsi una casa propria sui crocevia tra culture diverse.

Zygmunt Bauman, Modernità liquida

America latina

America Latina, Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2021

Dopo oltre tre mesi, causa Argentina e covid-19, ieri torno finalmente al cinema.

Ingolosita dal titolo e senza stare troppo a guardare le recensioni, decido per America Latina. I registi, due giovani in gamba, e il cast di prim’ordine mi convincono definitivamente che è il film giusto per riprendere un’abitudine deliziosa troppo a lungo trascurata.

Il film è la storia di Massimo, dentista nel mezzo del cammino di sua vita, che trascorre i suoi giorni nell’agiatezza di una villa assopita nella campagna laziale, con una moglie bellissima e devota, due figlie adorabili e i cani.

Qualche vizio il nostro ce l’ha. La bottiglia e le pasticche che gli servono per riempire il vuoto della noia di una tanto agognata borghesia che anestetizza ogni desiderio di ribellione e per sostenere i ritmi della professione.

E vabbè. Ci sta. Non facciamo i moralisti.

La sua pacifica esistenza però viene messa a soqquadro dalla scoperta in cantina di una ragazzina, insanguinata, scarmigliata, selvaggia, imbavagliata e legata a una tubazione.

Ora, io non spoilero, ma se voi non sapete resistere alla curiosità, la cara, vecchia zia Wiki vi racconta tutta la trama dall’inizio alla fine (mancano solo i titoli di coda).

Il film è bellissimo. Ben fatto, con ottimi attori, dura appena 90 minuti, nel corso dei quali la sensazione di inquietudine per la vicenda di Massimo si intensifica sino a diventare vero e proprio disagio.

Il finale è davvero a sorpresa e ribalta tutto quello che avevamo pensato fino a quel momento.

Unico consiglio, se non siete proprio di buonissimo umore, evitatelo.

la peppia che scrive

Pèppia: s. f. [voce onomatopeica piemontese, da pe pe pe pe pe]. – 1. a. Nella specie umana, l’individuo di sesso femminile, non coniugato, un po’ in là con gli anni, inacidita e brontolona.

Una strega, insomma!

Panni in cui mi vedo benissimo, specialmente quando “mi parte l’embolo odioso”, come dice mio figlio.

Così … La peppia che scrive! Una nuova rubrica per quando mi pestano i calli.

E buona lettura.

buongiorno!

Sempre, quando, in visita ai monasteri di Kyōto o di Nara, chiedo a qualcuno di indicarmi i gabinetti – e sono gabinetti all’antica, affogati nella penombra, meticolosamente netti tuttavia – un senso di riconoscenza profonda mi prende per quel che di unico v’è nell’architettura giapponese. Amabile cosa è il “soggiorno” delle nostre case – lo cha no ma -, ma solo il gabinetto giapponese è interamente concepito per il riposo dello spirito. Discosti dall’edificio principale, i gabinetti stanno accucciati sotto minuscoli cespi selvosi, da cui viene odore di verde di foglie, e di borracina. È bello, là, accovacciarsi nel lucore che filtra dagli shōji, e fantasticare, e guardare il giardino. Tra i sommi piaceri dell’esistenza Natsume Sōseki annoverava le evacuazioni mattutine: piacere fisiologico, che solo nel gabinetto alla giapponese. fra lisce pareti di legno dalle sottili venature, mirando l’azzurro del cielo e il verde della vegetazione, si può assaporare sino in fondo. Insisto: sono necessari una lieve penombra, nessuna fulgidezza, la pulizia più accurata e un silenzio così profondo che sia possibile udire lontano un volo di zanzare. Senza tali requisiti non si dà gabinetto ideale.

Jun’ichirō Tanizaki, Libro d’ombra

naufraghi metropolitani

Due cose ricordo nitidamente della mia vita scolastica.

Il resto si perde in una nebbia indistinta di volti, istanti, chiacchiere nei bagni, nozioni, corse per i corridoi, paure, merende in giardino …

Sono in quarta elementare e gioco con i numeri. Mi affascina la loro malleabilità. Un numero è se stesso ma, se gli sommo 1, diventa un po’ più grande. Questo gioco me lo aveva insegnato papà, quando ero piccola (non che a nove anni fossi grande ma … mi ci sentivo eccome!).

Mille!

Più uno! È già più grande!

Centomilamilionidimiliardi!

Più uno! Vedi che di nuovo è già più grande?

Sì! Ma di poco!

Sì. Ma più grande.

E così all’infinito papà?

Sì, Ranocchietta. Così all’infinito.

Ma non c’è un ultimo numero? Deve esserci. Altrimenti come si fa ad arrivare alla fine?

“La fine” non c’è, Ranocchietta. Per quanto alla fine tu possa arrivare, potrai sempre fare un passo più avanti.

Ragiono su questo aspetto fino a farmi fondere i neuroni. Questa mancanza di soluzione io la vedo come un’enorme palla di impasto del pane che man mano che passano le ore lievita e lievita facendosi sempre più grande e proprio nel momento in cui sei assolutamente certo che abbia finito di crescere, ti accorgi che no, è cresciuta ancora un po’.

Comunque sia, i numeri offrono svariate possibilità di gioco. Da quelli più banali, come le tabelline – anche se a dire il vero la tabellina del 7 tanto banale non mi sembrava. Anzi, mi pareva arcana per quel suo modo balordo di avanzare, una volta dispari una volta pari, però senza la grazia sinuosa, che so, di una tabellina del 5. La tabellina del 9 specialmente mi piaceva. Scalavi un’unità, aumentavi una decina e il gioco era fatto.  A quelli più complicati (e insoluti) come la ricerca di una logica nella comparsa dei numeri primi. Avevo anche di queste presunzioni. Si sa, a nove anni ci si sente onnipotenti.

Ma la scoperta elettrizzante è che c’è un modo di sommare numeri consecutivi. Lo so, è Gauss e tutti gli studenti liceali sanno di che sto parlando. Ma in quarta elementare Gauss non era ancora entrato nel mio panorama e io ero felicissima di aver inventato questo nuovo gioco.

Quindi (“quindi” è conclusivo, non si inizia una frase con “quindi”, lo so, però qui ci sta bene, io ho 52 anni e mi concedo delle licenze) prendo dieci numeri consecutivi, sommo il primo e l’ultimo, poi sommo il secondo e il penultimo, poi sommo il terzo e il terzultimo… E le varie somme … danno sempre lo stesso numero! 1+10=11, così come 2+9 e 3+8 e avanti. A quel punto penso che se sommo il primo e l’ultimo e poi divido per due e poi moltiplico il numero che ottengo per quello che chiamo ”il numero di numeri della catena”, dire 1+2+3+4 … e così avanti fino a 10 è come dire

1+10=11

11:2=5,5

5,5×10=55

E se aggiungo un numero? Faccio la prova e … Magia! Funzionalostesso!

Vado avanti giorni a fare prove. E funziona sempre! Funziona anche se vado da 3 a 12 o da 127.454 a 712.343! Devo ammettere che è un po’ più complicato il calcolo, ma vi assicuro che funziona.

Entusiasta vado dalla maestra a raccontare di questa cosa sensazionale che ho scoperto e lei, inarcando il sopracciglio sinistro

I numeri sono infiniti. Non puoi essere certa che funzioni sempre.

Ma Maestra, sì! Ed è anche logico! Perché il gioco è che aggiungo 1 da una parte ma lo tolgo dall’altra!

Basta! Portami il diario.

Morale: nota. La bambina si dimostra polemica e oppositiva.

Era il 1978, Aldo Moro era appena stato rapito e le BR imperversavano. Il mondo dei grandi era fatto di persone nervose.

Passavano gli anni e io crescevo effettivamente polemica e oppositiva. E infatti mamma mi chiamava “l’ortica”.

In prima liceo, al termine di una spiegazione della Prof. di Storia (comunista e atea, eravamo approdati ai primi anni ’80 e essere, e soprattutto dichiararsi, atei era ancora considerata una brutta cosa, e pure comunisti) sull’influenza della tradizione e della cultura nella visione religiosa, esclamo “quindi è l’uomo che ha inventato dio!”. Non lo faccio apposta. Mi viene proprio dal cuore.

Portami il diario.

Ci risiamo …

Con aria che oggi mio figlio definirebbe “di scazzo”, strascico i piedi fino alla cattedra, dove deposito la Smemo (la mitica Smemoranda, non so se esista ancora, ma era il diario più incredibile che si potesse immaginare! Sì! Esiste!!! Ho appena googlato!) e …

La ragazza dimostra coraggio e spirito critico.

Voto di storia: 9

9 (dicasi “NOVE”) di Storia! Kakkkkkkiooooooooooo!

Poi in quinta (liceo) lessi Così parlò Zaratustra.