Moonrise – Hernandez – New Mexico, Ansel Adams, 1941
“Il materasso è umido.”
“Che c’entra con Belfagor?”
“Niente. Però il mio materasso è umido.”
“E’ un’impressione. E’ solo freddo.”
“No, no. E’ proprio umido.”
“Ok, il mio è sfondato al centro. Vuoi fare a cambio?”
Vuoi fare a cambio? Questa frase dell’infanzia arriva seguendo una linea retta della memoria. Ce ne accorgiamo entrambi, e restiamo in silenzio per un po’.
La casa nel bosco, Gianrico e Francesco Carofiglio
Modigliani afferma invece con notevole determinazione due tesi che, con una certa cautela, possiamo prendere come idee-guida della sua futura attività: la preminenza dello stile, da lui definito “l’unico vocabolario” in grado di dar corpo a un’idea, nonché la sua convinzione che se lo stile stabilisce il valore di un’opera “distaccata dall’individuo”, allora poco contano le vicende attraverso le quali è venuta al mondo.
La fine del mondo è speranza in un disegno, in un codice già scritto nella storia, da decifrare nel libro delle Scritture o nel gran libro della natura. In quel 21 dicembre 2012 e nell’ansia del suo esito si nasconde allora il nostro rifiuto psicologico dell’ipotesi che, forse, il cosmo non abbia alcun senso né alcuna direzione e che “noi umani abitiamo questo pianeta senza una ragione specifica né uno scopo stabilito dalla natura” (Gould 1999, 44). Una natura che forse non è in attesa di alcuna redenzione, ma è aggrappata alla sua autoconservazione, alla perpetuazione dell’imperativo vivere e di trasmettere la propria eredità. Refrattari a convincerci – come invece lo era l’ignoto estensore del Qohelet tra il IV e il III secolo a.c. – che sotto il sole non è “degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza, perché il tempo e il caso raggiungono tutti” (9, 11). Nessuno ha saputo dirlo meglio di Leopardi nelle Operette morali , in quel Dialogo della natura e di un Islandese in cui la prima, matrigna e indifferente, apostrofa così il secondo “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? … Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.
La fine del mondo – Guida per apocalittici perplessi, Telmo Pievani
Kin-Fo, ridiventato perfettamente calmo, si era sdraiato ancora sul divano ed esaminava, da uomo cui nulla stringe, la lettera giunta da otto giorni. Era indispettito con Sun per la sua negligenza, non per il ritardo. In che cosa mai poteva interessarlo una lettera qualunque? Essa non sarebbe stata la benvenuta, se non nel caso in cui gli cagionasse un’emozione. Una emozione, a lui!
La guardava dunque, ma distrattamente.
La busta, fatta d’una tela impeciata, mostrava sull’indirizzo e sul rovescio diversi francobolli di color vinoso e cioccolata, portanti in calce a un ritratto d’uomo le cifre di due e di sei cents.
Ciò indicava che essa veniva dagli Stati Uniti
– Bene! – esclamò Kin-Fo stringendosi nelle spalle, – una lettera del mio corrispondente di San Francisco!
Due studenti di ingegneria passeggiano per l’università quando uno dei due dice all’altro, ammirato: “Dove hai trovato quella bici?”.
Il secondo gli risponde: “In realtà, mentre passeggiavo, ieri, ed ero assorto nei miei pensieri, ho incontrato una bellissima ragazza in bici che si è fermata davanti a me, ha posato la bici in terra, si è spogliata completamente e mi ha detto ‘Prendi quello che vuoi’.”
Il primo annuisce e gli dice “Hai fatto bene, i vestiti ti sarebbero stati sicuramente troppo stretti”.
Gli Ingegneri non vivono, funzionano!, Federico Bellucci, 2010