Torino, 9 aprile, h. 5:28

Questo libro è dedicato a me.

Perché l’ho scritto per curarmi dal male della tua assenza. Dalla tua distanza.

E poi è anche dedicato a te.

Perché è nato dai tuoi silenzi. Vuoti che avevo bisogno di riempire di parole. Perché mi facevano male, come fa male un dente, quando duole.

E tutte queste parole sono diventate un fiume. Una colonna di formiche in movimento incessante, andata e ritorno dal loro nido sotterraneo, portano viveri e scorte per l’inverno, accompagnate dal canto delle cicale, che stordisce.

E se le metto tutte in fila, parole e formiche e pensieri e desideri e silenzi e assenze coprono tutta la distanza e arrivano fino a te ma poi ritornano.

Julio dei coniglietti

E insomma, questo bambino, ogni volta che sorride, tira fuori dalla bocca un uccellino. O un leprotto.

Così … Sorride e dalle sue labbra appena socchiuse si affaccia, timido, un animaletto. Resta un attimo lì, si guarda attorno curioso, prima a sinistra, poi a destra, come quando attraversi la strada e vuoi assicurarti che non arrivino macchine … e poi fa un balzo e via! Libero nell’aria …

E crescendo non è che le cose cambino.

Un mattino, ad esempio, giovane sposo, si sveglia. Guarda la sua giovane sposa, che ancora sta dormendo, tutta affondata tra il piumone e il cuscino, e le sorride. E dalla bocca si vede far capolino uno stormo intero di farfalle. Non esitano nemmeno un po’. Subito prendono il volo, tutte colorate.

Una sera, è a casa di amici e i bimbi sono tutti insonnoliti, ma hanno ancora voglia di stare svegli e però è davvero troppo tardi così lui li prende tra le sue lunghe braccia di gigante e li mette a letto e mentre li osserva e sorride, uno dopo l’altro, si catapultano dal suo sorriso tutti questi coniglietti saltellanti, che in men che non si dica riempiono la camera dei bambini e i bambini di meraviglia. E quando sono tutti belli meravigliati, poi, si addormentano. Finalmente.

Poi una notte guarda nel buio. È malato e stanco e quasi non vede più. Ma continua a sorridere ed ecco un cigno, bianchissimo. Resta in bilico sul labbro inferiore, giusto un istante, per far capire che è lì anche lui, e poi spalanca le ali, allunga il suo collo lungo, lungo, proprio un collo da cigno, e spicca il volo.

Resoconto pampero

La pampa è una vastità di terra, cui segue altra terra.

Nessun confine si manifesta all’occhio.

La frontiera è questa sensazione straniante che, per quanto si possa procedere nel cammino, si troverà ad attenderci solamente altra terra.

Non sono abituata a un orizzonte aperto, da buona Torinese cresciuta in una scodella, tra montagne e colline a far la guardia, mi aspetto sempre che da qualche parte, da un momento all’altro, spunti un limite.

Azul è una città di frontiera, uguale a Tandil, Olavarria, e altre (ciascuna ad almeno un centinaio di chilometri di distanza dalle altre), che riflette nella sua architettura questa idea di un oltre impossibile. O di un eterno oltre, che in fondo è la stessa cosa.

A case basse e non finite si susseguono altre case basse e non finite, e così ancora a perdita d’occhio, per strade e strade in cui trovare un punto di riferimento è impensabile.

Borges parlava di sobborghi che si sfilacciano, mano a mano che si cammina verso l’esterno di Buenos Aires.

Qui i sobborghi restano ostinamente compatti e fedeli a se stessi.

La rete elettrica pare uscita dalle fotografie di Walker Evans.

Le auto che circolano qui non sono nemmeno le vecchie glorie statunitensi che si incontrano sul callejon de La Havana … Sono FIAT 127 (qui 147), improbabili Argenta, Peugeot …

La città vecchia risale a fine Ottocento e ricorda un fasto ormai in disarmo.

I marciapiedi sconnessi, i muri scrostati, le case abbandonate cui alberi abusivi hanno sfondato il tetto, le strade in bitume che si interrompono bruscamente per proseguire in lunghe sterrate …

Tutte le persone che ho incontrato, fatte salve poche eccezioni, vorrebbero andarsene. Progettano una fuga che però pochi poi hanno il coraggio di attuare.

I dieci giorni che avevo in progetto di trascorrere qui si sono quasi raddoppiati. Mi affascina questo mondo perché ritrovo l’Italia della mia infanzia in certi sud che, forse, sono uguali in ogni dove.

E scrivo, fotografo e medito molto, su tutte queste e altre cose ancora che ti racconterò in altri resoconti …

Quello che mi piace

Mi piacciono i fiori bianchi e rosa pallido, di quella tonalità delicata che si avvicina al colore della pelle. Tulipani e ranuncoli, soprattutto.

Mi piacciono le lettere scritte a mano, inchiostro e carta, quelle che arrivano per posta ed è una sorpresa e una festa trovarle. Perché oggi solo romantici, ottimisti e sconsiderati hanno ancora il coraggio di spedirle.

Mi piacciono le persone che non fanno rumore, tranne quando ridono, che allora sembra di stare vicino alle cascate tanto è il fragore della loro gioia.

Mi piace gironzolare senza meta nelle città che non conosco, perdermi e poi sorprendermi a ritrovarmi e cercare angoli di bellezza proprio là dove nessuno ne sospetta la presenza.

Mi piace stare a chiacchierare fino a tardi con le mie amiche. Fino a più tardi. Fino a così tardi che caschiamo dal sonno, ma abbiamo così tanta voglia di continuare a chiacchierare che finiamo col biascicare e addormentarci con le parole in bocca.

.Mi piace la pizza con poca mozzarella e le acciughe e le olive, che qualcuno chiama greca, qualcuno romana e qualcun altro siciliana, ma allora ci mette pure i capperi.

Mi piace il profumo della Sardegna a fine estate, col vento e l’erica ormai secca e il lentisco e il mirto e la salsedine. E stare ad ascoltare le chiacchiere delle donne sedute fuori dalle porte a ricamare o lavorare all’uncinetto. Ma quest’ultimo è ormai solo un ricordo.