buongiorno!

Tea Zanetti, autoritratto, 2021
Mucho mas grave

Todas las parcelas de mi vida tienen algo tuyo
y eso en verdad no es nada extraordinario
vos lo sabés tan objetivamente como yo.
Sin embargo hay algo que quisiera aclararte,
cuando digo todas las parcelas,
no me refiero solo a esto de ahora,
a esto de esperarte y aleluya encontrarte,
y carajo perderte,
y volverte a encontrar,
y ojalá nada más.
No me refiero a que de pronto digas, voy a llorar
y yo con un discreto nudo en la garganta, bueno llorá.
Y que un lindo aguacero invisible nos ampare
y quizás por eso salga enseguida el sol.
Ni me refiero a solo a que día tras día,
aumente el stock de nuestras pequeñas y decisivas complicidades,
o que yo pueda o creerme que puedo convertir mis reveses en victorias,
o me hagas el tierno regalo de tu más reciente desesperación.

No.
La cosa es muchísimo más grave.
Cuando digo todas las parcelas
quiero decir que además de ese dulce cataclismo,
también estas reescribiendo mi infancia,
esa edad en que uno dice cosas adultas y solemnes
y los solemnes adultos las celebran,
y vos en cambio sabés que eso no sirve.
Quiero decir que estás rearmando mi adolescencia,
ese tiempo en que fui un viejo cargado de recelos,
y vos sabés en cambio extraer de ese páramo,
mi germen de alegría y regarlo mirándolo.
Quiero decir que estás sacudiendo mi juventud,
ese cántaro que nadie tomó nunca en sus manos,
esa sombra que nadie arrimó a su sombra,
y vos en cambio sabés estremecerla
hasta que empiecen a caer las hojas secas,
y quede la armazón de mi verdad sin proezas.
Quiero decir que estás abrazando mi madurez
esta mezcla de estupor y experiencia,
este extraño confín de angustia y nieve,
esta bujía que ilumina la muerte,
este precipicio de la pobre vida.
Como ves es más grave,
Muchísimo más grave,
Porque con estas y con otras palabras,
quiero decir que no sos tan solo,
la querida muchacha que sos,
sino también las espléndidas o cautelosas mujeres
que quise o quiero.


Porque gracias a vos he descubierto,
(dirás que ya era hora y con razón),
que el amor es una bahía linda y generosa,
que se ilumina y se oscurece,
según venga la vida,
una bahía donde los barcos llegan y se van,
llegan con pájaros y augurios,
y se van con sirenas y nubarrones.
Una bahía linda y generosa,
Donde los barcos llegan y se van.
Pero vos,
Por favor,
No te vayas

(Mario Benedetti)
Molto più grave

Tutte le particelle della mia vita hanno qualcosa di te
E questo, per la verità non ha nulla di straordinario
Tu lo sai tanto oggettivamente quanto me.
Però c’è qualcosa che vorrei chiarirti,
cuando dico tutte le particelle,
non mi riferisco solo a questo di adesso,
a questo di aspettarti e allujah trovarti,
eccheccazzo perderti,
e ritrovarti,
e diolovoglia che non succeda più.
Non mi riferisco al fatto che magari d’improvviso tu dica sto per piangere e io, con un discreto groppo in gola, beh… piangi pure.
E che un bell’acquazzone invisibile ci protegga
E forse, per mezzo di lui, dopo, esca il sole.
Né mi riferisco solamente al fatto che, giorno dopo giorno, aumenta la scorta delle nostre piccole e grandi complicità,
o che io possa o creda di potere convertire i miei rovesci in altrettante vittorie
o che tu mi faccia il tenero regalo della tua più recente disperazione.

No.
La cosa è decisamente molto più grave.
Cuando dico tutte le particelle
Voglio dire che, oltre questo dolce cataclisma,
stai anche riscrivendo la mia infanzia, quell’età in cui uno dice cose adulte e solenni
e i solenni adulti le celebrano,
e tu invece sai che questo non serve.
Voglio dire che stai risistemando la mia adolescenza,
quel tempo in cui ero un vecchio carico di paure,
e tu invece sai estrarre da quel cumulo di macerie,
il mio germe di allegria e innaffiarlo guardandolo.
Voglio dire che stai scuotendo la mia giovinezza,
quella brocca che mai nessuno prese tra le sue mani,
quell’ombra che mai nessuno accostò alla propria ombra,
e tu invece sai scuoterla
sino a che iniziano a cadere le foglie secche,
e rimane la mia carcassa di verità senza prodezze.
Voglio dire che stai abbracciando la mia maturità
Questo composto di stupore e esperienza
Questo strano confine di dolore e neve,
questa candela che illumina la morte,
questo precipizio della povera vita.
Come vedi è più grave.
Decisamente molto più grave
Perché con queste e con altre parole,
voglio dire che non sei tanto solo,
la cara ragazza che sei,
ma anche tutte le splendide e le prudenti donne
che ho desiderato e che desidero.

Perché grazie a te ho scoperto,
(dirai e a ragione che già era ora),
che l’amore è un’insenatura bella e generosa,
che si illumina e si oscura,
a seconda di come viene la vita,
un’insenatura dove le navi vengono e vanno,
vengono con uccelli e auguri,
e se ne vanno con sirene e nuvoloni.
Un’insenatura bella e generosa
Dove le navi vengono
e se ne vanno.
Però tu,
Per favore,
Non andartene.

(Mario Benedetti)




naufraghi metropolitani

... e nuda, tra le tue lenzuola, trovo
(… e nudo tra queste lenzuola resto al)

riparo dalla pioggia della luce
(riparo della luce)

del tramonto, mentre ti leggo i versi
(del tramonto e mentre leggi i versi)

di Neruda che (a memoria!) tu completi,
(di Neruda, ascolto la tua voce limpida e sensuale)

contemplando le mie natiche e miei seni...
(contemplo le tue natiche e i tuoi seni)

Fotografie come metafore

Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda1
La Gioconda di Leonardo!
Che cosa stiamo guardando?
Leonardo da Vinci
La Gioconda, di Leonardo.
Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda2
La Giocondaaaaa di Leonardo!!
Che cosa stiamo guardando?
LaGioconda4
Ma? Scherzi?!?
La Gioconda!!! di Leonardo!
Hai in mente di andare avanti ancora per molto?
Che cosa stiamo guardando, adesso?
Non capisco dove tu voglia andare a parare.
Comunque … Questo è l’attacco dell’11/09/2001 alle Torri Gemelle.
Pensi di riprendere a fare l’idiota come con la Gioconda di Leonardo?
Fermiamoci a riflettere, nessuna delle risposte alla domanda “che cosa stiamo guardando” è corretta.
In nessun caso, infatti, guardiamo “La Gioconda”, “L’attacco alle Torri Gemelle”. Ogni volta la risposta giusta sarebbe dovuta essere “una fotografia di …”.
La fotografia impone uno scarto, un’improvvisa deviazione dal percorso logico che ci porta a ritenere intercambiabili l’immagine fotografica di un oggetto e l’oggetto stesso.
Una roba mica da poco.
Ma non basta.
La fotografia ci fa credere di fare esperienza del mondo, senza in realtà farne esperienza diretta con i nostri sensi, con la nostra effettiva presenza al cospetto di quanto ci mostra.
Per questo mi piace pensare alle fotografie come a metafore.
Prendo a prestito un pensiero di Carofiglio. A prima vista la metafora (la fotografia) parrebbe solo una similitudine abbreviata, ma in realtà l’assenza dell’avverbio come produce una drammatica moltiplicazione di senso. Il salto, apparentemente piccolo che compiono la frase e l’intelligenza quando devono fare a meno del come,
si traduce (si può tradurre) in uno spettacolare incremento della comprensione. La metafora (la fotografia) è più potente della similitudine perché – quando è ben concepita e non volta alla manipolazione – costringe la mente a un cambio di piano, a un vero e proprio scarto della conoscenza o dell’intuizione.
La metafora (la fotografia) è una scatola magica da cui si possono estrarre nuove consapevolezze, profonde e trasformative”.
Aggiungiamoci che la fotografia ha un’impronta semiotica debole (cioè, in buona sostanza, le si può davvero far dire qualsiasi cosa e ciò dipende non solo da ciò che il fotografo decide di inserire all’interno della cornice e ciò che invece vuole lasciare fuori) e il gioco è fatto.
In questi giorni ho rispolverato una serie di selfies che avevo scattato l’anno scorso durante il primo lockdown.
Per una come me, amante della documentazione fotografica del territorio, in specie in notturna, ritrovarsi chiusa in casa è stato uno shock.
In un primo momento ho fotografato ogni angolo della mia abitazione, poi sono passata agli oggetti, poi … A un certo punto, a corto di soggetti, ho fatto una cosa che mai avrei creduto di fare: ho rivolto l’obiettivo verso me stessa. Lascio per ora da parte le conseguenze pericolose di un simile gesto, di cui magari parlerò un’altra volta.
Non essendomi mai presa troppo sul serio, ho cercato di mettere in scena, con ironia, il dramma quotidiano di una donna costretta a lavorare da casa, che non può andare dal parrucchiere, che non può andare dall’estetista, che non può comprarsi una nuova borsetta o l’ennesimo paio di scarpe, che va al supermercato e non trova il lievito, la farina, l’alcol, le mascherine … che ha voglia di strafocarsi di dolciumi, che è spaventata dal possibile contagio … Le piccole grandi paranoie, insomma, che – chi più chi meno – tutti abbiamo vissuto quando la pandemia era all’inizio e nessuno sospettava come sarebbe andata a finire (non che adesso le cose siano migliorate, sul come andrà a finire, intendo).
Riguardandole a distanza di poco più di un anno, mi sono resa conto che avrei potuto raccontare, tramite quelle stesse immagini, semplicemente cambiando le didascalia, una storia completamente diversa. La storia, ad esempio, di una donna abbandonata dall’uomo della sua vita che, attraverso le varie fasi della disperazione, della voglia di lasciarsi andare, dello sguardo indagatore sulle proprie responsabilità e del proprio lato oscuro, a poco a poco esce dalla sofferenza per riprendere a vivere (e sì, la serie finisce nel giorno di Resurrezione, con me incartata come un uovo di Pasqua a imitazione di Carmen Miranda, molto kitsch). E non escludo che con altre parole potrei raccontare ancora altre storie.
Con buona pace dell’adagio classico secondo cui le fotografie, se sono buone, parlano da sole.