AL CINEMA! Il prigioniero coreano

Il prigioniero coreano, Kim Ki Duc, 2016

 

Kim Ki Duc ci racconta una storia semplice: quella di un pescatore al confine tra due mondi fratelli che, pur parlando la stessa lingua, non si capiscono.

Nam Chul Wo è stato addestrato nei reparti speciali dell’esercito della Corea del Nord, ma terminato il tempo a servizio dello Stato, fa il pescatore sul litorale che divide le due Coree, vivendo i suoi giorni in serena povertà con la moglie molto amata e una figlia silenziosa.

Un giorno il motore della barca si rompe e la corrente lo porta alla deriva, verso l’altra sponda. Catturato dai servizi segreti dell’altra Corea, gli viene assegnato un tutore. Presto capisce che si tratta dell’unica garanzia che ha affinché le torture cui dovesse essere sottoposto non passino il segno.

Tra i due si instaura un rapporto di curioso rispetto reciproco, dettato dalla voglia di entrambi di capire l’altro e il mondo da cui proviene.

Un film che consiglio vivamente. Mio figlio lo ha amato molto, perché gli ha permesso di guardare con occhio distaccato (il regista non parteggia per nessuno, se non per le persone che racconta) una situazione quanto mai attuale.

Attori eccezionali, tutti perfettamente in parte.

AL CINEMA! Tonya

Tonya, Craig Gillespie, 2017

 

Se sperate di conoscere finalmente la verità sulla gambizzazione della Kerrigan prima delle olimpiadi di Lillehammer, sbagliate di grosso: in “I, Tonya”, ciascuno racconta la propria, di verità. Allo spettatore credere alla storia che preferisce.

Disadattata a causa della madre? Pigra e svogliata e poco intelligente? Succube del marito? Aguzzina del marito? In fondo non importa.

Senza sconti per nessuno, questo “biopic” (ora va di moda chiamarli così …) ci racconta un’America impietosa, che vuole qualcuno da innalzare sugli altari della gloria e qualcun altro da scaraventare nel fango dell’ignominia. Se poi le due persone appartengono allo stesso ambiente, meglio. Lo spettacolo è quello che conta.

Sempre.

Colonna sonora davvero incredibile che a tutti quelli giù per su della mia età farà tornar la voglia di muovere le gambe.

 

AL CINEMA! I segreti di Wind River

I segreti di Wind River, Taylor Sheridan, 2017

 

I visi pallidi, ai Nativi Americani, hanno tolto tutto, relegandoli nelle riserve, tranne il silenzio e la neve.

Corey è un cacciatore di professione. Ha un figlio di otto anni. Una ex moglie nativa americana. Dee suoceri che lo amano come un figlio. E una figlia morta in circostanze misteriose.

Cacciando un puma (ma sono tre), che fa strage di vitelli nella riserva indiana dove vivono i suoi suoceri, si imbatte nel cadavere della figlia del suo più caro amico.

La ragazza ha i piedi congelati e giace nella pozza del sangue che ha perso dal naso e dalla bocca. Succede quando a meno trenta, in mezzo a una bufera di neve, corri per chilometri: l’aria gelida di ghiaccia gli alveoli polmonari, che si spaccano e sanguinano. E anneghi.

A risolvere il caso viene mandata una giovane e inesperta agente federale che, a poco a poco, impara a conoscere una realtà, quella della frontiera desolata, che non solo è nascosta, ma della quale capisce piuttosto in fretta che non interessa a nessuno.

E davanti a una porta chiusa, nel nulla assoluto, capisce tutta la tragica storia che l’ha condotta sino a lì.

La neve e il silenzio delle montagne del Wyoming vengono per un attimo turbati da una violenta sparatoria, al termine della quale riprenderanno a regnare sovrani. Come se nulla fosse mai accaduto.

Se un appunto si può fare al film di Sheridan (che chiude dopo Sicario e Hell or high Water la trilogia che il regista e sceneggiatore dedica al tema della moderna frontiera americana) è quello di essere, a tratti, un po’ troppo enfatico, almeno agli occhi di un’Europea di mezza età quale io sono. O forse è il trovarsi di fronte alla forza degli elementi a rendere enfatici.

Un buon film, in ogni caso.

AL CINEMA! Ricomincio da noi

Ricomincio da noi (Finding your Feet – Everyone deserve a second Dance),

Richard Loncraine, 2017

 

Chissà poi perché “Finding your Feet” (che significa “cercando la tua strada”, “il tuo spazio – nel mondo”) è stato tradotto con “Ricomincio da noi”! Ma quello di inventare titoli cinematografici che nulla hanno a che fare con gli originali è un vizio tutto italiano. Forse chi decide pensa che non siamo in grado di capire…

Acc … Mi è partito un’altra volta l’embolo inverso della polemica!!!

Comunque … Commedia spiritosa sulla mezza (quasi terza?) età. Come arrivare alla pensione e scoprire che tuo marito ti tradisce da anni con la tua migliore amica, che detto tra noi è una volgarona colossale, mentre tu sei un donnino proprio a modo – così a modo che sei pure un po’ noiosa … e capire, grazie alla tua sorellona svitata (che se la spassa da tutta la vita, surfando da una buona causa a all’altra, da brava figlia dei fiori ormai settantenne) che in fondo non è questo dramma.

Anzi, arrivando a capire che, accidenti!, la vita senza schemi (e senza un marito pres-untuoso) è proprio una gran figata! (come direbbe la fantastica Bebe Vio, e se non la conoscete, correte a farvi una cultura!).

Timothy Spall e Imelda Staunton, tolte finalmente le vesti untuose dei maestri (cattivi o buoni?) di Harry Potter, insieme a Celia Imrie (che è un’immensa attrice, di teatro e di cinema, ma soprattutto di teatro, ma anche di cinema … inglese) sono tre vecchietti inarrestabili!

Spettacolare la scena romana sulle note di Tintarella di Luna.

E’ un film che consiglio con tutto il cuore, a chi è giovane (mio figlio diciassettenne lo ha adorato!), a chi ha la mia età e a chi è un po’ più avanti nella ricerca dei propri piedi!

 

AL CINEMA! La forma dell’acqua

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La forma dell’acqua, Guillermo del Toro, 2017

 

Elisa è muta, ha un amico omosessuale, una collega nera e si innamora di un mostro.

Ci sono tutti gli ingredienti per una storia melensa sulle diversità (diversamente parlante, diversamente etero, diversamente bianco, diversamente umano …) e sul modo di superarle per vivere tutti felici e contenti.

Ma invece no. Del Toro racconta una fiaba che stravolge tutti i canoni e senza mai cadere nella melassa avvolgente dei buon i sentimenti.

E, da vero innamorato del cinema, lo fa citando a piene mani: dal Meraviglioso mondo di Amélie al Mostro della laguna nera, alla Fabbrica di cioccolato, passando per The Blob.

Poesia, delicatezza, grazia … il tutto accompagnato dalla colonna sonora, curata da Alexandre Desplat, con maniacale precisione, che definire meravigliosa è riduttivo.