Leonora addio

Leonora addio, Paolo Taviani, 2022

Riportare a casa le ceneri di Pirandello nell’Italia del secondo dopoguerra può rivelarsi un’impresa difficile ma condita di sottile ironia.

E al termine della strada si aggiunge un tassello che riporta lo spettatore al principio del film.

Struggente opera in absentia in cui tuttavia la mano del fratello Vittorio (cui il film è dedicato) si sente, guida delicata e ancora presente.

La prima parte in un biancoenero (è curioso, i film quest’anno mi stanno andando a braccetto a due a due: due in biancoenero e colore sapientemente mescolati, due in lingua originale, due sulle illusioni … mah?) denso e luminoso, con una fotografia che definire perfetta non è azzardato (e vabbé il Maestro è pur sempre un GRANDE MAESTRO). La seconda parte, più dolorosa e meditativa, è invece a colori (chi sa maneggiare il linguaggio cinematografico mescola e sorprende e non è mai banale).

Belfast

Belfast, Kenneth Branagh, 2022

Nel 1969, a Belfast, la vita è in biancoenero e gli unici momenti a colori sono quelli che si trascorrono a teatro e al cinema quando, la vita continua a essere in biancoenero, ma sul palcoscenico e sullo schermo si sprigiona tutto l’arcobaleno.

Buddy trascorre le sue giornate tra la scuola (dove la ragazzina che gli fa battere il cuore è sempre la prima della classe, ma è talmente speciale che cerca di fare peggio di quanto sa per stare nel banco vicino a lui), la casa dei nonni (con un nonno filosofo e una nonna adorabilmente perfida) e le scorribande in strada combattendo draghi e mostri con una spada di legno e uno scudo di latta quando, nella sua vita di bambino felice irrompe la consapevolezza che Protestanti e Cattolici, pur pregando lo stesso dio e vivendo sotto lo stesso cielo, si odiano.

A leggere la biografia del regista si direbbe che quest’opera contiene tanto di autobiografico.

Kenneth Branagh è sempre una garanzia.

Il capo perfetto

Il capo perfetto, Fernando Leon de Aranoa, 2021

Alla Bilance Blanco (Basculas Blanco), sebbene all’entrata campeggi una scritta in ferro battuto che ricorda sinistramente quell’ “Arbeit Macht Frei” posto all’ingresso di Auschwitz, si lavora come in una grande famiglia.

Sotto lo sguardo amorevole del capo (che ha ereditato la baracca dal padre) tutti i dipendenti sono come fratelli (quelli più anziani) o figli (i più giovani – e quelli che non sono Spagnoli sono figli adottivi).

Tutto è perfetto. Tutti sono felici. Per questo la Bilance Blanco è tra le tre candidate al prestigioso e ambito premio per le eccellenze imprenditoriali del Paese (premio che, manco a dirlo, dà alla vincitore accesso privilegiato ai finanziamenti pubblici).

In attesa della visita della commissione, però nel magico “Mondo Blanco” cominciano ad accadere disastri a catena perché, si sa, le disgrazie vengono a grappoli.

Ce la farà il nostro a portare a casa il premio?

Deliziosamente perfido e dissacratorio, con un Bardem sempre all’altezza del suo metro e novanta abbondante e tutti gli altri attori perfetti, ciascuno per il proprio ruolo.

Tra l’altro questo film mi ha anche regalato una bella consolazione: la scoperta che davvero tutto il mondo è paese e che certi vizi che pensavo solo italiani, in realtà sono presenti ovunque. Forse perché sono del tutto umani.

Consigliato? Sì!

La fiera delle illusioni

La fiera delle illusioni, Guillermo del Toro, 2022

Da quando sono rientrata dall’Argentina e guarita dal covid, ho ripreso ad andare al cinema a un ritmo serrato.

In tre giorni due film, entrambi in lingua originale (una vera delizia poterne godere) ed entrambi con la parola “illusioni” nel titolo.

Anche questa è la storia di un ragazzo presuntuoso che crede di poter prendere tutto senza mai pagare il conto. E al quale, alla fine, il conto viene presentato, ed è pure piuttosto salato.

illusioni perdute

Illusioni perdute, Xavier Giannoli, 2021

Trarre un film da un libro è sempre scomodo e complicato. La fatica si fa poi improba se a firmare il libro è stato quel mostro sacro di Balzac che, con la sua Comédie Humaine, ha osservato il suo tempo traendone insegnamenti che paiono vaticini da quanto ancora sono validi per il nostro presente.

E invece Giannoli col suo “Illusioni perdute” ci riesce, senza manierismi, senza sconti, senza semplificazioni.

La storia è quella tutto sommato semplice di Lucien (Benjamin Voisin), giovane provinciale innamorato delle buone lettere e di una baronessa sposata, che va a Parigi per seguire la baronessa e le lettere e perde entrambe, e pure a se stesso.

Vincent Lacoste, nei panni di Etienne Lousteau è un convincente giornalista cinico e arguto.

Meraviglioso cameo di Gerard Depardieu, editore onnipotente che non sa leggere e scrivere, in compenso è abilissimo nel far di conto.

L’ho visto in lingua originale, una malìa ascoltare le vere voci degli attori.