naufraghi metropolitani

... e nuda, tra le tue lenzuola, trovo
(… e nudo tra queste lenzuola resto al)

riparo dalla pioggia della luce
(riparo della luce)

del tramonto, mentre ti leggo i versi
(del tramonto e mentre leggi i versi)

di Neruda che (a memoria!) tu completi,
(di Neruda, ascolto la tua voce limpida e sensuale)

contemplando le mie natiche e miei seni...
(contemplo le tue natiche e i tuoi seni)

naufraghi metropolitani

… E quindi uscimmo a riveder le stelle …

Primer día casi normal. Primo giorno quasi normale.
Pero antes, noches de fiebres, y tosiendome los tímpanos afuera (¡y los ojos!) con sueños absurdos, arramandome a nuestros días ajenos… Però prima, notti di febbre, tossendomi fuori i timpani (e gli occhi!), con sogni assurdi, arrampicandomi ai nostri giorni alieni …

Quería decir tu (perplejo, arisco, curioso?) beso, en esa esquina de casi verano, cuando antes de regresarme te abracé de impulso, bajo la vista amable de tu nombre. Volevo dire il tuo (perplesso, timido, curioso?) bacio, in quell’angolo di quasi estate, cuando prima di tornare a casa ti ho abbracciato d’impulso, sotto lo sguardo benevolo del tuo nome.

Buscaba palabras exactas por hablarme la ternura de tu boca a-prendiendo a mis labios. Cercavo parole esatte per dirmi la tenerezza della tua bocca mentre i-ncendi/mpar-avi le mie labbra.
Y me di cuenta de que la precisión no está echa por los besos. Y, quizá, tampoco por todas cuestiones de sentimientos: E mi sono resa conto che la precisione non è fatta per i baci. E forse nemmeno per tutte le questioni di sentimenti:

Lento llegaste, y sorpresivo Lento sei giunto, e di sorpresa
A sugerir tu danza A propormi la tua danza
De mariposa electrica. Di farfalla elettrica.
Deslumbrada de luz Abbagliata di luce
Por fin se cumple Infine si compie
La demasiada espera. La troppa attesa.

Solo espero que esta cosa se me vaya lo mas pronto posible: no me gusta estar así, desprotegida. Solo spero (e attendo) che questa cosa mi passi il più in fretta possibile: non mi piace essere così, vulnerabile.

Y nunca te preocupes por mí. Siempre soy la hija de un soldado. E non ti preoccupare mai per me. Sono pur sempre la figlia di un soldato.

naufraghi metropolitani

Mi chiedi di parlarti del Piemonte.

Per me il Piemonte è “Torino e il resto”.

Due mondi differenti.

Torino è una città austera, elegante, di strade ampie e di piazze ariose. Di chilometri di portici sotto cui camminare nei giorni di pioggia.

Ti piacerebbe la via Po, che scende verso il fiume, e accorgerti con sorpresa che non sembra affatto in discesa. Perché per un capriccio del re i portici sono stati costruiti via via più alti man mano che ci si avvicina al fiume.

Ameresti la bellezza sublime di piazza San Carlo, scintillante anche nelle giornate di pioggia.

Ti entusiasmerebbe l’esaltante ampiezza di piazza Vittorio Veneto, che sembra ancora più immensa perché tutta circondata di bianco. E piazza Castello ti commuoverebbe per certo, con le sue fontane rasoterra e le panchine e la gente che viene e che va.

Torino è stata la prima capitale d’Italia e non tutti lo sanno.

Qui Cavour, spregiudicato ministro di Vittorio Emanuele, amante delle donne, del buon vino e del buon cibo (non necessariamente in quest’ordine) ha sognato un’Italia liberale, severa, lavoratrice, e però ricca di fantasia. E non l’ha potuta vedere.

A Torino è nata l’alta moda italiana. Torino è stata la porta della fotografia in Italia (mirabili le gesta fotografiche della Contessa di Castiglione, incantevole tramatrice in combutta con Cavour, la prima performing artist al mondo, ben prima di Marina Abramovich!) e, subito dopo, del cinema.

Torino è anche i suoi cafè. Florio, Pepino, Baratti, Mulassano, Beccuti, Plattì, il Caffè San Carlo e il Caval d’Bruns (il cavallo di bronzo) … Conservano gli arredi ottocenteschi e Liberty…

Il Bicerin in piazza della Consolata, si dice, conserva l’autentica ricetta di quella delizia che tanto Cavour amava (1/3 di cioccolata amara, 1/3 di caffè, 1/3 di fiordilatte), da bere rigorosamente senza zucchero e non mescolato, scottandosi le mani e la lingua nelle giornate gelide d’inverno.

Al Bar Elena ho trascorso molte delle pause pranzo durante l’università, a leggere un libro mentre mangiavo qualcosa (di dolce per lo più perché, e questo è un difetto molto torinese, sono estremamente golosa).

Il Bar Elena è quello di Cesare Pavese … Verrà la morte e avrà i tuoi occhi … Avesse bevuto qualche cioccolata con panna in più (al Bar Elena la facevano davvero strepitosa!) forse non avrebbe avuto tutti sti pensieri neri …

Di più ameresti i cortili nascosti all’interno di austeri palazzi. Autentici gioielli segreti, in cui amo intrufolarmi con gran faccia tosta.

La gente di Torino assomiglia alla città. Siamo grigi a prima vista, ma è un grigio perla che, a conoscerci da vicino, ci riveliamo ironici, fantasiosi, bizzarri …

Si dice che Torino non “accoglie” gli estranei. E che però fa spazio a tutti.

È vero. Non siamo come gli abitanti delle altre città italiane. Non siamo immediatamente amici di tutti.

Però chi viene qui, in un modo o nell’altro, trova il suo posto. Sempre che si comporti come si deve.

naufraghi metropolitani

Tutto è cominciato quando quello stronzo del Cinegro ha preso a chiamarmi La Checca. Che qui a Napoli … La Checca … Ricchione si dice, a Napoli!

Che mi piacciano i maschi non è mai stato un segreto. Ma i miei 90kg x 190cm, raggiunti a 13 anni, e lo sguardo alla psycho che ho studiato per mesi sin dalle medie, hanno sempre convinto tutti che era meglio lasciarmi in pace.

Il Cinegro no, invece. Col fiuto tipico di chi sa di che sta parlando, mi ha indovinato il (non) sesso e preso di mira sin dal primo giorno. Evidentemente tra emarginati ci si annusa da lontano.

Un bastardo! Quel fottuto del Cinegro non era altro che un bastardo i cui i cromosomi si erano mescolati come l’acqua di fogna al fiume. Negro, Cinese e, pare, pure un po’ Napoletano. E io. La Checca. Puro distillato di froceria.

E posso dirlo, dal momento che me lo dico da solo, dal momento che quando cresci dove siamo cresciuti noi, non stai troppo a badare al politicamente corretto. Cioè, non è che Negro è un insulto. Almeno non più di quanto lo sia Checca. Alla fine impari a fregartene. Che le parole sono soltanto parole e siamo noi, con la nostra suscettibilità, a farle diventare macigni.

Eravamo un duo formidabile. Lui piccolo, giallo e scuro. E tanto stronzo che lo capivi solo a vederlo. Io grande, grosso, biancolatte e apparentemente innocuo. E pure frocio.

E … Beh, nessuno ci prendeva sul serio. Era questa la nostra forza.

Avevamo messo su un “commercio di balle” da scuola e lavoro.

Cioè, inventavamo balle da rivendere a scuola e a lavoro, per chi faceva tardi, per chi timbrava il cartellino di un altro, per chi faceva vela.

Fare vela … Che espressione sublime! E sì, so usare anche queste parole. Fare vela, dicevo, è il modo usato in Sardegna per dire “marinare la scuola”. Un modo che riempie gli occhi e il cuore del vento di libertà di una barca che salpa verso un orizzonte irraggiungibile. E mi perdonerete le ali poetiche. E come lo so? Lo so perché me lo aveva spiegato Pretu (Pietro), che però era di Orani, uno di quei posti in cui manco sospettano che la Sardegna abbia il mare. E che girava con un’arburesa nella tasca posteriore dei pantaloni. Lama preziosa, l’arburesa. Di forma sinuosa, sensuale… Grande lama da affondo…

Comunque gli affari ci andavano bene. Con la fantasia e la capacità di mettere insieme le parole , di incatenarle l’una all’altra in stringhe fotoniche di senso apparentemente compiuto … Dico “apparentemente” perché a volte ci divertivamo a mettere parole a cazzo, che però erano paroloni incredibili del cui significato nemmeno certi professori di scuola erano a conoscenza.

Ho imparato a scrivere grazie a mia madre. E a far funzionare il cervello.

Faceva la sapunara, poveradonna, non so se sapete di che si tratta. Se non lo sapete andatevelo a vedere, su Wkipedia ci sta, che quella vecchia zia sa tutto. Più o meno. Comunque sia la voce “sapunaro” è spiegata bene.

“Studia, figlio, studia! E impara a capire il significato di quello che leggi” mi diceva. “Che studiare e capire è l’unico riscatto del pezzente”. A me studiare piaceva. Che sfiga, ricchione e secchione (che fa pure rima!). Ce n’era per diventare il punching ball dei compagni più grandi. Ma invece no. Mi rispettavano. Venivano da me e chiedevano “che è sta rrobba?” e io glielo dicevo, con parole semplici, che potessero capire.

L’analisi logica, mi piaceva. Era come un puzzle che smontavo e rimontavo a mio piacimento. Sempre a farti seghe con st’analisi loggica! E sì, è vero. Provavo un’eccitazione da brivido quando riuscivo a risolvere una frase scritta da Dante o da Petrarca, per dire…

Poi è arrivato il Cinegro. Pure lui voleva riscattarsi dalla pezzentaggine. Ma a differenza degli altri, lui aveva cervello fino. Così ci siamo accordati.

E funzionava bene. Mia madre aveva pure smesso di fare la sapunara.

Poi è arrivato don Peppino Mola. Aveva sentito parlare di noi, delle nostre balle… E le voleva per darle ai Carabinieri, alla Polizia… Ai giudici… E ci voleva i paroloni! Li pretendeva, proprio e noi a dirgli “Don Peppì, stavete accuorto, che poi se vii chiedono il significato…”. Ma lui, niente! “Mettici Escatologgico, guagliò” o “Parresia… Parresia… Me piace come suona!”… Però, Signor Capitano, con rispetto parlando, voi lo sapete bene che se all’appuntato gli dico “ontologico” lui non capisce. Ma se lo propino al Giudice … Il giudice con l’ontologia ci mangia a colazione, Signor Capitano …

Le cose che restano

Le cose che restano (Giorgio Verdelli, 2021)

Il bello di avere i figli grandi è, tra l’altro, la possibilità di regalarsi un’uscita cinematografica anche nel bel mezzo della settimana. Che loro vengano o no…

L’evento di presentazione del documentario di Verdelli occupava le serate del 4-5-6- ottobre.

Non so bene se verrà riproposto al cinema o se transiterà direttamente alla televisione.

Non è un documentario imprescindibile. Tuttavia, questa storia (non agiografica e già questo mi sembra un punto a suo favore!) di Ezio Bosso (musicista e compositore torinese, noto forse più per i suoi ultimi anni i vita segnati da un’inesorabile malattia degenerativa che per i suoi – indiscussi, tengo a dirlo – meriti professionali) regala alcuni spunti di riflessione sulla passione per il proprio lavoro, sull’importanza della musica per l’umanità (penso con orrore ai talebani che la proibiscono, la pena per chi fa musica è la morte), su quanto la malattia possa togliere e al contempo dare a una persona e a chi le sta intorno, e più in generale sulla vita in sé e per sé.

In più, a chi è come me Torinese e coetanea di Bosso, Verdelli regala un bel tuffo nel passato, in una Torino fine anni ’80 primi anni ’90 che era bella di per sé e che, con gli occhi un po’ nostalgici di una cinquantenne, lo diventa ancora di più.

Toccanti alcuni interventi di chi lo ha avuto come amico e compagno di lavoro, in particolare quelli di Angela Baraldi e Paolo Fresu.

Se vi dovesse capitare, io mi sento di consigliarlo.